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giovedì 22 settembre 2011
Da Nigrizia di settembre 2011: marcia della Pace Perugia-Assisi, intervista a Flavio Lotti

25 settembre: il cammino dei responsabili

A 50 anni dalla prima marcia voluta da Aldo Capitini, punto di riferimento della cultura della pace e della nonviolenza, il coordinatore della Tavola della Pace si sofferma sul significato della mobilitazione. Che deve fare i conti con una società civile chiusa in sé stessa e con una politica in crisi.

di Raffaello Zordan

 

25 settembre: il cammino dei responsabili

Il percorso è sempre quello: Perugia-Assisi. E anche l'obiettivo: promuovere la cultura della pace attraverso una precisa assunzione di responsabilità, puntando a cambiare l'agenda della politica. Quest'anno, poi, nei due giorni che precedono la marcia, si tiene un meeting - "PaceLavoroFuturo" - rivolto ai giovani in cui si focalizzano temi quali diritti umani, informazione, Mediterraneo.

Tuttavia, non si può negare che il clima politico e sociale non è tra i più favorevoli. Né si può affermare che il movimento per la pace e la società civile che lo alimenta abbiano dato una grande prova di sé negli ultimi anni. Siamo in pieno riflusso e la marcia della pace rischia di ridursi a una forma, seppur alta, d'intrattenimento. Una scampagnata di "anime belle", non poche delle quali cattoliche, che coltivano una nicchia valoriale, ma sono incapaci di innescare una trasformazione sociale.

Di questo e di altro parliamo con Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace (www.perlapace.it), che difende la marcia anche come testimonianza, ma non nega le asperità di questo momento.

 

Nigrizia segue da sempre la marcia Perugia-Assisi e il movimento per la pace che la fa muovere. Oggi ci chiediamo dove sia andato a finire il movimento che qualche anno fa disse un chiaro "no" alla guerra in Iraq. Perché non si sta mobilitando, per esempio, a sostegno dei movimenti che tentano di inaugurare una nuova stagione di democrazia nel Maghreb? Può dirci se il movimento ha una vita carsica che, prima o poi, riemergerà, o se si è proprio perso?

 È vero, stanno accadendo cose insopportabili e non ci sono reazioni adeguate. Questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di organizzare una nuova marcia per la pace. Dire "no" alla guerra in Iraq era stato facile. Più difficile dire "no" alla guerra in Libia o alla cruenta repressione in Siria.

Oggi siamo prigionieri della nostra crisi interna. Quello che accade fuori dai nostri confini nazionali non c'interessa più. Abbiamo perso non solo la capacità di leggere e di capire che cosa sta accadendo ai nostri vicini di casa, ma anche quella di comprendere quali sono i nostri interessi e di coltivarli con intelligenza.

Da tempo denuncio la cancellazione della pace - e, direi, anche del mondo - dall'agenda della politica, dell'informazione e purtroppo anche di moltissime organizzazioni della società civile. Queste ultime ormai dedicano solo frazioni del loro tempo all'impegno per la pace. Credo che questo sia un gravissimo errore che è costato e continuerà a costare moltissimo al nostro paese, non solo in termini morali e ideali ma anche politici ed economici.

 

Ha individuato una o più cause che hanno indotto una parte importante della società civile a ritirarsi dentro le proprie mura?

Credo che alla radice ci sia una concezione sbagliata della pace. Ci si mobilita di più quando, come nel caso dell'Iraq, s'innesca la paura della guerra. Invece, non abbiamo ancora pienamente assunto quell'idea positiva di pace come bene comune che richiede, per essere realizzato, un impegno quotidiano, costante, serio, organizzato. Ci siamo mobilitati massicciamente contro la guerra, ma non abbiamo ancora conosciuto una stagione di massiccio impegno per la pace.

 

La marcia è un importante giorno di mobilitazione e anche di festa. Il rischio è che poi si torni a casa e per il resto dell'anno si smetta di incidere sull'opinione pubblica nazionale. Insomma: una bella giornata, che però non basta a innescare nuova partecipazione e nuova cittadinanza. C'è questo rischio?

La marcia ha lo scopo di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica attorno a grandi problemi e urgenze. Serve anche a dare voce a tante persone e a tanti popoli che chiedono giustizia, aiuto, solidarietà, a diffondere idee, a stimolare un impegno. In questo senso, la marcia non è l'iniziativa di un giorno, ma si prolunga nel tempo. Tocca, poi, a chi partecipa non disperdere le energie che questo appuntamento riesce a produrre.

La Tavola della Pace è nata 15 anni fa proprio per dare continuità alle Perugia- Assisi, per creare momenti di approfondimento, studio, conoscenza, e per costruire organizzazioni e strutture che possano creare una cultura della pace. Devo, però, ammettere che è un lavoro controcorrente. Io stesso, che lo faccio da tanti anni, mi rendo conto che anche nella cosiddetta società civile c'è tanta gente che non ci crede; spesso c'è sfiducia, scetticismo, difesa del proprio orticello, competizione. Si rinuncia a coniugare valori e testimonianza con la politica: passaggio indispensabile per la costruzione della pace.

In questi anni, assieme a tanti compagni di strada, ho anche incontrato persone che hanno cercato - e tuttora cercano - di demolire ciò che stiamo cercando di costruire. Viviamo in un paese in cui si continua a investire per la guerra. Chi lavora per la pace con serietà e dedizione viene spesso avversato.

 

Quest'anno si punta a sollecitare il protagonismo delle nuove generazioni con un meeting di confronto e di formazione il 23 e 24 settembre. C'è d'aspettarsi che i giovani, opportunamente stimolati, possano tornare in massa ad aprire una stagione d'impegno?

Sì. Credo che i giovani possano fare molto, a condizione che dedichiamo loro spazio e ascolto. Da diversi anni facciamo in modo che la marcia sia un'opportunità per i giovani, che in Italia sono considerati un peso e non una risorsa, tanto che non s'investe su di loro. Dopo l'organizzazione, per sei anni, dell'"Onu dei giovani" e dopo aver investito nella scuola, abbiamo pensato che quest'anno ci fosse bisogno di un segno ancora più chiaro, più marcato. Per questo ho proposto di organizzare un grande incontro di giovani interessati, sensibili, impegnati, desiderosi di ascoltare e di capire, ma anche di confrontarsi con i meno giovani e di progettare insieme. Sarà un momento per celebrare i 50 anni della marcia (la prima, quella di Aldo Capitini, si è tenuta il 24 settembre 1961) e fare i conti con le sfide che abbiamo di fronte.

 

Tra i temi di riflessione nel meeting dei giovani c'è l'informazione. Uno dei diritti di cittadinanza è prendersi cura della propria informazione, cioè non accontentarsi di letture semplificate e semplicistiche della realtà, che spesso i media propongono. Come verrà affrontato questo tema?

Il meeting sarà attraversato da una consapevolezza: pace e informazione sono due temi di cui ci dobbiamo occupare per avere un futuro. Non c'è pace senza un'informazione di pace. Vogliamo un'informazione che abbia uno sguardo attento alla realtà, che vada a controllare le fonti, che sia spesa nella ricerca della verità.

Oggi, purtroppo, l'informazione "ufficiale" - quella che passa attraverso i grandi circuiti sia pubblici che privati - è una vera e propria arma di guerra. Vogliamo denunciare con forza questa situazione e dire che è in atto una censura nei confronti di temi, problemi, persone, popoli anche nella nostra tivù pubblica. Fatto grave, che lede i nostri diritti e soprattutto finisce con l'indebolire la nostra capacità di agire responsabilmente nel mondo.

C'è, poi, una censura molto evidente nei confronti degli operatori di pace, ai quali viene costantemente negato l'accesso ai media pubblici. Un sopruso inaccettabile contro cui ci si deve mobilitare.

Uno degli obiettivi del meeting è fare un ulteriore passo affinché il tema dell'informazione sia scritto costantemente nell'agenda dei costruttori di pace. Abbiamo bisogno di educarci ed educare, anche con l'apporto delle nuove tecnologie, all'uso critico dei media. Dobbiamo imparare a comunicare e investire su tutto ciò che ci può rendere capaci di costruire un'informazione più obiettiva, completa, plurale, imparziale.

 

A guardare indietro, il movimento per la pace e la politica - quella dei partiti - sembrano percorrere due strade che non s'incontrano mai. Dunque, il movimento deve accontentarsi di un ruolo di testimonianza?

La crisi planetaria che stiamo vivendo è innanzitutto una crisi della politica, prima ancora che una crisi economica, ambientale, sociale. Di fronte a ciò, la testimonianza - quando è segno di coerenza e non un tentativo di mettersi a posto la coscienza - è un fatto importantissimo. Ma da sola non porta frutto. Se non tentiamo di risolvere questa crisi della politica, ovvero se non andiamo alle radici del problema, continueremo a rincorrere un dramma dopo l'altro, senza riuscire a risolverne neppure uno. Dobbiamo sapere che, se siamo in queste condizioni, è per colpa della cattiva politica. Dunque, se vogliamo la pace, dobbiamo impegnarci tutti a costruire una politica nuova con un'agenda fondata sui diritti umani. Senza l'impegno della società civile responsabile non ci sarà una politica nuova. E continueremo a considerare la pace come una mera utopia.

 


 



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