Africa, il tuo nome è speranza
Viaggio apostolico di Benedetto XVI in Benin, 18-20 novembre. Le tappe, gli incontri, le riflessioni.
Il 18 novembre, sull'aereo che lo porta in Benin, parlando con gli oltre 40 giornalisti al seguito, Benedetto XVI spiega perché ha scelto questo paese per consegnare all'Africa e alla sua chiesa l'esortazione apostolica post-sinodale, cioè i risultati del 2° Sinodo africano. «Intanto perché il Benin è un paese in pace. Poi vi convivono diverse religioni. E il dialogo interreligioso è fattore di pace e di libertà. Infine, questo è il paese del mio caro amico, il card. Bernardin Gantin: ho sempre desiderato poter pregare sulla sua tomba».
E rispondendo a una domanda sulla crescita in Africa delle chiese evangeliche o pentecostali, che propongono una fede attraente, una semplificazione del messaggio cristiano, riti di guarigioni e liturgie festose, calorose o inculturate: «Gli elementi che caratterizzano queste chiese sono scarsa istituzionalità, poche istituzioni, un peso leggero di istruzione, un messaggio facile, semplice, comprensibile, apparentemente concreto, e poi liturgia partecipativa con l'espressione dei propri sentimenti, della propria cultura e combinazioni anche sincretistiche tra religioni. Tutto questo garantisce successo, ma implica anche poca stabilità... Non dobbiamo imitare queste comunità, ma chiederci cosa possiamo fare noi per dare nuova vitalità alla fede cattolica... Direi che la liturgia dev'essere partecipativa, ma non sentimentale: non deve essere basata solo sull'espressione dei sentimenti, ma caratterizzata dalla presenza del mistero nella quale noi entriamo e dalla quale ci lasciamo formare».
Sull'inculturazione: «È importante non perdere l'universalità. Io preferirei parlare di interculturalità, cioè di un incontro delle culture nella comune verità del nostro essere umano nel nostro tempo, e così crescere anche nella fraternità universale. Bisogna non perdere questa grande cosa che è la cattolicità, che in tutte le parti del mondo siamo fratelli, siamo una famiglia che si conosce e che collabora in spirito di fraternità». Alla luce di queste parole, si capice perché l'unica celebrazione eucaristica da lui presieduta, la domenica 20, non sia "inculturata" e talmente "caratterizzata dalla presenza del mistero" da essere celebrata in latino. Liturgia forse "non sentimentale", ma anche poco "sentita" dalla gente, invitata a cantare perfino inni in francese.
All'aeroporto di Cotonou, i saluti del presidente, Thomas Boni Yayi. Il Papa spiega altre ragioni della sua visita: «Quest'anno il Benin e Santa Sede celebrano il 40° anniversario dell'avvio delle relazioni diplomatiche; inoltre è 150° anniversario dell'evangelizzazione del paese (...) Si realizza anche il mio desiderio di consegnare in terra africana l'Esortazione apostolica post-sinodale Africae munus, che guiderà l'azione pastorale delle comunità cristiane nei prossimi anni». Aggiunge che il continente deve rivisitare il passato, per scoprire come, con la ricchezza della sua grande tradizione riletta e rivissuta alla luce del Vangelo, sia possibile liberarsi da antiche e nuove schiavitù. «La modernità non deve fare paura, ma essa non può costruirsi sull'oblio del passato. Deve essere accompagnata con prudenza per il bene di tutti, evitando gli scogli che esistono sul continente africano e altrove, per esempio la sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza, il nazionalismo o il tribalismo esacerbato e sterile che possono diventare micidiali, la politicizzazione estrema delle tensioni interreligiose a scapito del bene comune, o infine la disgregazione dei valori umani, culturali, etici e religiosi... Valori tradizionali africani, come la dignità della persona, la grandezza della famiglia e il rispetto della vita, sono in vista del bene comune, l'unico che deve primeggiare e costituire la preoccupazione maggiore di ogni responsabile».
Nella cattedrale di Cotonou, il Papa rende «omaggio con riconoscenza ai precedenti arcivescovi che vi riposano: mons. Christophe Adimou e mons. Isidore de Sousa. Sono stati valorosi operai nella Vigna del Signore, e la loro memoria resta ancora viva nel cuore dei cattolici e di numerosi abitanti del Benin. Questi due presuli sono stati, ciascuno a suo modo, pastori pieni di zelo e di carità. Si sono spesi senza risparmio al servizio del Vangelo e del Popolo di Dio, soprattutto delle persone più vulnerabili. Tutti voi sapete che mons. de Sousa è stato un amico della verità e che ha avuto un ruolo determinante nella transizione democratica del vostro paese».
La seconda giornata inizia al palazzo presidenziale di Cotonou, dove il Papa incontra i membri del governo, i rappresentanti delle istituzioni, il corpo diplomatico e i rappresentanti delle principali religioni. Sa di parlare all'Africa intera e il suo discorso è vibrante: «Spesso, nei miei discorsi, ho unito alla parola Africa quella di speranza... La parola speranza figura più volte nell'esortazione apostolica post-sinodale che firmerò fra poco. Quando dico che l'Africa è il continente della speranza, non faccio della facile retorica, ma esprimo una convinzione personale, che è anche quella della chiesa. Troppo spesso ci si ferma a pregiudizi o a immagini che danno della realtà africana una visione negativa, frutto di un'analisi pessimista. Si è sempre tentati di sottolineare ciò che non va; è facile assumere il tono sentenzioso del moralizzatore o dell'esperto, che impone le sue conclusioni e propone poche soluzioni appropriate. Si è anche tentati di analizzare le realtà africane alla maniera di un etnologo curioso o come chi non vede in esse che un'enorme riserva energetica, minerale, agricola ed umana facilmente sfruttabile per interessi spesso poco nobili. Queste sono visioni riduttive e irrispettose dell'Africa e dei suoi abitanti».
Parla dell'oggi: «In questi ultimi mesi, numerosi popoli hanno espresso il loro desiderio di libertà, il loro bisogno di sicurezza materiale, e la loro volontà di vivere armoniosamente nella diversità etniche e religiose. È anche nato un nuovo stato, il Sud Sudan. La persona umana aspira alla libertà; vuole vivere degnamente (...) e, soprattutto, vuole la pace e la giustizia. Ci sono troppi scandali e ingiustizie, troppa corruzione e avidità, troppo disprezzo e troppe menzogne, troppe violenze che portano alla miseria e alla morte. Questi mali affliggono certamente il vostro continente, ma ugualmente il resto del mondo».
E la chiesa? «Essa non offre alcuna soluzione tecnica e non impone alcuna soluzione politica. Essa ripete: non abbiate paura! L'umanità non è sola davanti alle sfide del mondo. Dio è presente. È questo un messaggio di speranza, che dà energia, stimola l'intelligenza e conferisce alla volontà tutto il suo dinamismo». Sul dialogo interreligioso: «Non mi sembra necessario ricordare i recenti conflitti nati in nome di Dio, e le morti date in nome di Colui che è la Vita. Ogni persona di buon senso comprende che bisogna sempre promuovere la cooperazione serena e rispettosa delle diversità culturali e religiose. Il vero dialogo interreligioso rigetta la verità umanamente egocentrica, perché la sola e unica verità è in Dio. Dio è la Verità. Per questo fatto, nessuna religione, nessuna cultura può giustificare l'appello o il ricorso all'intolleranza e alla violenza».
Nella cappella del seminario di Saint Gall, a Ouidah, la "città degli schiavi" e capitale della religione del vodù, il Papa rende omaggio alla tomba del card. Gantin, eroe nazionale beninese e figura di spicco della chiesa d'Africa, scomparso nel 2008 all'età di 86 anni. Subito dopo, incontra i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi e fedeli laici. «Rendo grazie a Dio per il vostro zelo, malgrado le condizioni talvolta difficili nelle quali siete chiamati a testimoniare il suo amore». Incoraggia i sacerdoti: «La responsabilità della promozione della pace, della giustizia e della riconciliazione, vi riguarda in modo tutto particolare: siete chiamati a essere uomini di comunione». Ai religiosi: «Povertà, obbedienza e castità approfondiscono in voi la sete di Dio e la fame della sua Parola, che, crescendo, si trasformano in fame e sete per servire il prossimo». Ai fedeli: «Al cuore delle realtà quotidiane della vita, siete chiamati a essere il sale della terra e la luce del mondo. Vi esorto a rinnovare il vostro impegno per la giustizia, la pace e la riconciliazione».
Nella basilica dell'Immacolata Concezione di Maria, a Ouidah, firma l'esortazione apostolica post-sinodale (per il testo completo, clicca qui): «Il 2° sinodo si è concentrato su riconciliazione, giustizia e pace... Non bisogna mai tralasciare di cercare le vie della pace! La pace è uno dei beni più preziosi! Per raggiungerla bisogna avere il coraggio della riconciliazione che viene dal perdono, dalla volontà di ricominciare la vita comunitaria, da una visione solidale del futuro, dalla perseveranza per superare le difficoltà. Riconciliati e in pace con Dio e con il prossimo, gli uomini possono lavorare per una maggiore giustizia in seno alla società. (...) Africa, terra di una nuova Pentecoste, abbi fiducia in Dio! Africa, Buona Novella per la Chiesa, diventalo per il mondo intero».
Nel pomeriggio, c'è l'abbraccio del Papa ai bambini ammalati del centro "Pace e Gioia" delle Missionarie della Carità a Cotonou. Forse il momento più commovente dell'intero viaggio.
In 50mila accolgono il Papa nello "Stadio dell'Amicizia" per l'Eucaristia, la mattina del terzo giorno (altre migliaia seguono la cerimonia su maxi-schermi). Dopo la messa, c'è la consegna ai 200 vescovi africani dell'esortazione post-sinodale. «Con la ricezione di questo documento, prendono avvio a livello locale le fasi di assimilazione e di applicazione dei dati teologici, ecclesiologici, spirituali e pastorali contenuti in questa esortazione. Questo testo intende promuovere, incoraggiare e consolidare le diverse iniziative locali già esistenti. Intende altresì ispirarne altre per la chiesa cattolica in Africa... L'evangelizzazione presuppone e comporta anche la riconciliazione, e promuove la pace e la giustizia».
«Possano gli africani vivere riconciliati nella pace e nella giustizia!». Così il Papa alla cerimonia di congedo all'aeroporto. «Ho desiderato visitare di nuovo questo continente per il quale ho una stima e un affetto particolari, perché ho l'intima convinzione che è una terra di speranza. Autentici valori, capaci di ammaestrare il mondo, si trovano qui e non chiedono che di sbocciare con l'aiuto di Dio e la determinazione degli africani. L'esortazione apostolica post-sinodale può contribuirvi validamente, perché essa apre prospettive pastorali e susciterà interessanti iniziative. La affido a tutti i fedeli africani che sapranno studiarla con attenzione e tradurla in azioni concrete nella loro vita quotidiana».

