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mercoledì 20 giugno 2012
Giornata Mondiale del Rifugiato

“Basta respingimenti!”

Mentre si celebra oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato, in Libia continuano le sofferenze di migliaia di migranti, rinchiusi nei centri di detenzione. L’allarme lanciato da Amnesty International e l’accordo segreto siglato tra Italia e Libia riaccendono lo spettro dei respingimenti.

 

«Nella "nuova" Libia, i profughi sono costretti ai lavori forzati sotto la minaccia delle armi, senza cibo né acqua, continuamente picchiati, in una situazione di totale degrado per la dignità delle persone» questa è la testimonianza raccolta da Don Mussie Zerai, presidente dell'Agenzia Habeshia, sulle condizioni dei profughi, soprattutto eritrei e somali, rinchiusi nei centri di detenzione libici. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, Zerai invita l'opinione pubblica, tutta, a dire: «Basta respingimenti di massa, in mare come in terra, basta detenzioni di profughi, criminalizzati senza nessuna colpa. Facciamo sì che i rifugiati non arrivino più, non perché hanno trovato le porte chiuse, ma perché finalmente possono vivere in pace nella loro terra».

Secondo Amnesty International, nel 2011, sono morte in mare almeno 1500 persone, nel tentativo di raggiungere l'Europa, mentre, dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, la situazione dei diritti umani per i richiedenti asilo, i rifugiati e i migranti irregolari, in Libia, è peggiorata.

La "caccia al nero"
è ancora una realtà: «Le armi sono proliferate in tutto il paese. I sentimenti di razzismo aumentano. Il credo diffuso che le forze di Gheddafi abbiano usato "mercenari africani" per combattere l'opposizione hanno reso gli africani sub-sahariani obiettivi di attacchi violenti, detenzioni e torture», scrive Amnesty nel rapporto "Sos Europe", pubblicato il 13 giugno scorso, in cui si denuncia, inoltre, un accordo segreto (scarica) in materia di immigrazione, firmato tra Italia e Libia.

L'intesa, nonostante la sentenza della Corte europea per i diritti dell'uomo abbia condannato Roma, lo scorso 23 febbraio, per la pratica dei respingimenti in mare verso la Libia, è stata siglata, il 3 aprile, dal ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri e dal suo omologo libico, Fawzi Altaher Abdulali, e divulgata dal quotidiano la Stampa il 18 giugno.

Sempre dalle pagine del quotidiano torinese, il ministro Cancellieri ha replicato, oggi, alle accuse, incalzata dall'organizzazione non governativa e dall'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr), bollandole come frutto di «pregiudizi ideologici» e impegnandosi ad «invitare» le autorità libiche a sottoscrivere la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati «in ogni occasione» utile.

Il testo dell'accordo.
Le due parti dichiarano di «tenere presente i precedenti accordi» e definiscono alcuni ambiti di azione in cui proseguire la collaborazione bilaterale in materia di immigrazione.

Da parte italiana, continuano i programmi di formazione e addestramento degli ufficiali di polizia libici per il «controllo di frontiere terrestri, marittime e aeroportuali, individuazione di falso documentali e conduzione di mezzi navali».

Oltre alla costruzione di un centro sanitario a Kufra, nel sud della Libia, importante tappa d'arrivo per le migliaia di migranti e profughi provenienti dal Sudan, Roma si impegna anche a sollecitare l'azione della Commissione europea per «ripristinare i centri di accoglienza presenti in Libia», già oggetto di accuse da parte delle organizzazioni umanitarie.

Riprendono anche le attività legate ai sistemi di monitoraggio dei confini meridionali del paese, commissionati dal regime di Gheddafi a Selex Sistemi Integrati, società Finmeccanica.  Un muro elettronico che avrebbe dovuto sorvegliare le distese di deserto che segnano la frontiera tra Libia, Niger, Ciad e Sudan. Nel 2009 Selex firmò un accordo da 300 milioni di euro con Tripoli, finanziato al 50% dall'Unione Europea.

Scompare la parola "respingimenti", lasciando posto ad un vago riferimento ad «attività in mare negli ambiti di rispettiva competenza nonché in acque internazionali», ribadendo, nelle poche righe successive, «l'impegno al rispetto dei diritti dell'uomo».

 

Il caso "Hirsi Jamaa e gli altri". «Sono in corso serrati contatti con la nuova dirigenza libica al fine di riavviare la collaborazione operativa fra i due Paesi (Italia e Libia, ndr)»: lo aveva detto il ministro Cancelieri il 23 febbraio, commentando la condanna dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, per il respingimento, nel 2009, di 200 persone, tra cui alcune donne incinte e bambini, partite dalla Libia a bordo di tre imbarcazioni.

Secondo la ricostruzione dei giudici, i migranti, intercettati da una motovedetta della Guardia Costiera italiana 35 miglia a sud di Lampedusa, sono stati trasferiti su navi militari italiane e riportati a Tripoli senza che fosse stata concessa loro la possibilità di presentare una richiesta di protezione internazionale e senza procedere ad alcuna identificazione. Hirsi Jamaa, profugo somalo, insieme ad altri 23 - 10 somali e 13 eritrei - rintracciati dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), hanno presentato ricorso presso l'alta Corte, assistiti dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani. 

Le condizioni di vita dei migranti, una volta tornati in Libia, sono state drammatiche: mesi di detenzione, violenze e abusi. Due ricorrenti sono morti, secondo il Cir, nel tentativo di raggiungere di nuovo l'Italia. La sentenza, definita da Amnesty International «una pietra miliare», ha stabilito un precedente relativo alle regole di comportamento degli Stati in materia di controllo delle frontiere. Regole che stabiliscono un limite nella garanzia di accesso a chi chiede protezione internazionale.


I numeri
. «Il 2011 ha visto sofferenze di dimensioni memorabili», ha dichiarato  António Guterres, Alto Commissario dell'Unhcr, in occasione della presentazione, il 18 giugno, del rapporto "2011 Global Trends", sulle migrazioni forzate. «Il fatto che così tante vite siano state sconvolte in un periodo di tempo così breve implica enormi costi personali per tutti coloro che ne sono stati colpiti».

Secondo i dati dell'Unhcr, nel 2011 il numero di persone nel mondo fuggite dal proprio paese ha raggiunto la cifra record di 800.000. Alla fine dello scorso anno, erano oltre 15 milioni i rifugiati nel mondo.

È la Somalia, in Africa, a versare il contributo maggiore, con una diaspora di 1,1 milioni di rifugiati. Segue il Sudan (500.000) e la Repubblica Democratica del Congo (491.000). Il Kenya con 566.500 è il paese che accoglie il maggior numero di rifugiati, ospitando, a Dadaab, il campo profughi più grande del mondo.

Nonostante l'emergenza proclamata nel 2011 per i flussi migratori provenienti dal Nordafrica, «L'Italia, con 58mila rifugiati - scrivono gli esperti dell'Onu - presenta cifre contenute rispetto ad altri paesi dell'Unione Europea, in termini sia assoluti che relativi. In Francia, Paesi Bassi e Regno Unito i rifugiati sono tra i 3 e i 4 ogni 1.000 abitanti, in Germania oltre 7, in Svezia oltre 9, mentre in Italia meno di 1 ogni 1.000 abitanti». (iaf)



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