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martedì 27 maggio 2008

Caccia africana per l'Eni

Il cane a sei zampe alla conquista di fonti alternative al petrolio: a Brazzaville firmato un contratto per lo sfruttamento di sabbie bituminose. Ma gli ambientalisti avvertono: sarà un dramma per l'ambiente.

 

Il 19 maggio la compagnia petrolifera italiana Eni ha firmato un accordo per due permessi di ricerca e di sfruttamento di oli non convenzionali in sabbie bituminose, in Repubblica del Congo. L'accordo è stato firmato a Pointe Noire dal ministro dell'Energia della Repubblica del Congo e dall'amministratore delegato dell'Eni.
I permessi concessi da Brazzaville hanno una durata di tre anni, e sono rinnovabili fino a 4. Due le aree interessate, per un totale di quasi 1800 km2: la regione di Tchikatanga e quella di Tchikatanga-Makola, entrambe nella parte meridionale del paese.

In base ai primi prelievi, lo sfruttamento delle sabbie potrebbe portare a produrre 40 mila barili di petrolio al giorno nel 2014, il potenziale estrattivo è di 2 miliardi e mezzo di barili certi. L’Eni ha previsto l’installazione di 3 pozzi esplorativi, del costo complessivo di 1 miliardo di dollari. La produzione, dopo gli studi di sviluppo e di impatto ambientale, dovrebbe iniziare nel 2011.

“Oli non convenzionali”
Lo sfruttamento di queste nuove risorse energetiche (sperimentato solo in Canada, Venezuela e Russia) è piuttosto costoso rispetto all’estrazione del greggio, ma a causa dell’impennata del petrolio, attualmente risulta già più conveniente. Tanto che questo accordo rischia di destare l’interesse di altre multinazionali del petrolio, alla ricerca di alternative al greggio.

In particolare, la situazione delle sabbie del Congo facilita molto il contenimento dei costi: il bitume si troverebbe piuttosto vicino alla superficie, e grazie alla vicinanza del mare le spese del trasporto risulterebbero contenute.
Nel paese, apparentemente tranquillo dalla fine della guerra, nel 2003, la situazione politica è però molto accentrata, il livello di corruzione è tra i più alti a mondo, così come la disuguaglianza economica. Tra gli analisti c’è chi ipotizza che nel Congo-Brazzaville possano ricrearsi le stesse condizioni che ci sono oggi nel delta del Niger.

Dal punto di vista delle strategie l’Africa centroaustrale, che è il prolungamento naturale della ricchissima regione del Golfo di Guinea, potrebbe diventare la nuova terra per le mire espansionistiche delle grandi multinazionali energetiche, in una corsa che potrebbe riequilibrare i poteri in gioco, perché permette l’accesso alla spartizione anche a compagnie minori. Le recenti proteste popolari (Angola, Sudafrica, Zambia) in diversi paesi africani contro la Cina, hanno inoltre imposto ai paesi africani maggior cautela nello stringere accordi con Pechino. A far scatenare le manifestazioni soprattutto il massiccio ingresso di merci cinesi nei mercati africani; il made in china sta pesantemente danneggiando le neonate piccole e medie imprese africane.
 
L’Eni ha saputo quindi mettere a segno un colpo davvero importante: oltre a rafforzare la sua presenza nel continente, dopo Nigeria, Angola, Camerun, e grazie al consolidato rapporto con la Gazprom, il colosso energetico russo (con la quale lavora già per esempio in Libia)  mette ora le basi per l’entrata strategica anche nella  ricerca e nello sfruttamento di una nuova risorsa energetica.
 
L’impatto sull’ambiente
 
L’Eni assicura che l’impianto di sfruttamento sarà costruito rispettando il più possibile l’ambiente, ma le operazioni necessarie per estrarre il bitume dalle sabbie potrebbe avere un impatto molto pesante sull’ambiente.
Vi proponiamo due interviste: quella con il  responsabile della Campagna Energie e Clima di Greenpeace Francesco Tedesco (per ascoltarla clicca qui ), e la replica e la spiegazione del progetto dell’Eni, presentato da Claudio Descalzi vice-direttore generale Eni, Divisione Exploration & Production.


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