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giovedì 01 marzo 2012
I COLORI DI EVA - marzo 2012

Chi ha più bisogno di liberazione?

di Elisa Kidané

 

Una domanda di quelle che ti spiazzano e ti tolgono sicurezza. Per guadagnare terreno, avrei voluto rispondere che era un po’ fuori luogo e che non poteva chiedermelo così, senza preavviso. Invece, nel bel mezzo del mio discorso sul valore delle donne d’Africa, una giovane mi ha chiesto: «E gli uomini? Che ruolo hanno in questo mondo dove la donna fa praticamente tutto?».

Una bella domanda, che mi ha obbligata a riflettere. È vero che l’evidenziare, il far emergere, il porre in primo piano sempre una parte della società, quella femminile, a lungo andare rischia di mettere in ombra l’immagine maschile, o peggio, di darne una visione tout court negativa.

Il maschilismo in Africa esiste, eccome. L’idea della superiorità maschile e della donna come essere quasi inferiore è radicata in molte culture. Il nascere di infinite associazioni femminili la dice lunga sul percorso impervio che devono affrontare le donne africane per affrancarsi da tale ambiguità. Ma poi bisogna avere il coraggio di distinguere le culture e le società dal singolo individuo. Non tutti gli uomini africani sono maschilisti, guerrafondai, lavativi. Non tutti considerano la donna solo una merce di scambio.

La questione femminile è ancora tutta in salita, e sono davvero troppe le angherie che la donna vive a causa della misoginia imperante. Tuttavia, anche in Africa, ci sono uomini impegnati, capaci di rompere schemi dualisti millenari e di farsi promotori di un processo di liberazione olistica.

Il maschilismo altro non è che la gabbia nella quale preferisce starsene gran parte dei maschi, obbligando le donne a una convivenza coatta. Sono convinta che i cammini di liberazione delle donne devono tenere in considerazione la crisi del maschio e la necessità di aiutarlo a liberarsi da tale gabbia. E non solo in Africa, ovviamente.

So che nel continente sono moltissimi gli uomini che ogni giorno sognano un mondo diverso, un’Africa migliore e pacifica. Penso a Hassan Osman Adbi, giornalista, ucciso nel distretto di Wadajir, Mogadiscio, lo scorso 28 gennaio. Pochi giorni prima, in un’intervista aveva affermato: « Il mio lavoro di giornalista libero consiste nell’inviare, tramite la radio, messaggi di pace, perché da 20 anni c’è la guerra in Somalia». Un altro uomo, Floribert Chebeya Bahizire, dell’organizzazione per i diritti umani La Voix des sans Voix, è stato trovato morto nella sua auto a Kinshasa (Rd Congo) il 2 giugno 2010.

Lunga è la lista di uomini che hanno avuto il coraggio di dare la vita per una causa nobile. Storie di ordinario coraggio, che passano senza destare proteste in Occidente e tanto meno in Africa. Però – mi sono detta – molto probabilmente, se al posto di Hassan o di Chebeya, ci fossero state delle donne, noi di Combonifem ne avremmo dato ampio risalto… Mi rendo conto che ci può essere il rischio (non voluto) di perdere importanti pezzi di storia africana “al maschile”.

Penso a tutti quegli uomini che ogni giorno lottano per la sopravvivenza, a quei giovani che, pur avendo l’opportunità di lasciare la loro terra, divenuta matrigna, preferiscono rimanere, perché non si spenga il coraggio in chi si sente debole, e perché, il giorno della liberazione, qualcuno possa scendere in piazza e inventare canti e danze inedite.

Mentre scrivo questo pezzo, penso alle migliaia di prigionieri politici che stanno marcendo nelle prigioni più infami di mezzo continente, perché hanno scelto di stare dalla parte della libertà, della giustizia, del diritto. Penso ai catechisti, una straordinaria forza carismatica, composta prevalentemente di uomini, senza la quale la chiesa non potrebbe neppure sognarsi di definire l’Africa «il polmone spirituale del mondo». Penso ai contadini che lottano per difendere i loro fazzoletti di terra dalle grinfie di avide multinazionali. Penso agli intellettuali che devono rifugiarsi, loro malgrado, nelle università occidentali per continuare a “pensare”. Penso ai migranti che inviano foto rassicuranti ai propri cari, nascondendo le vessazioni che devono subire per poter lavorare e spedire in Africa, ogni mese, risparmi vitali per le comunità.

Penso a tutti gli uomini anonimi in questo mese di marzo, tra mimose che puzzano di parità stantia e rose che grondano di sfruttamento umano. Penso a voi, uomini, che ci aiutate a percorrere il cammino di liberazione femminile, perché siete convinti che solo insieme possiamo dare una vera svolta all’Africa, all’umanità, alle relazioni interpersonali che compongono la rete della nostra quotidianità, fatta di innumerevoli intrecci, dove una nuova tela di rispetto e fiducia vicendevole chiede di venire al mondo.



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