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mercoledì 02 maggio 2007
Al- Qaida e Maghreb

Torna la paura

di Luciano Ardesi

 

Le esplosioni di aprile a Casablanca e Algeri, a un giorno di distanza, seguite da nuovi attentati a Casablanca, segnano una tappa nel terrorismo maghrebino. Ma meritano anche un’analisi un po’ più approfondita, prima di parlare di una rete di Al-Qaida dall’Afghanistan al Marocco come di una realtà compiuta.

Ad Algeri, nella sola giornata dell’11 aprile, tre kamikaze hanno guidato altrettante autobomba che hanno ucciso 33 persone e ne hanno ferite oltre 200. L’esplosione più forte e significativa, anche dal punto simbolico, è avvenuta contro il palazzo del governo, che ospita la presidenza del consiglio e il ministero dell’interno. È il cuore del potere e della città. Le altre due esplosioni sono state dirette verso una commissariato di polizia nel quartiere periferico di Bab Ezzouar, sulla strada dell’aeroporto.

Gli attentati sono stati rivendicati da Al-Qaida per il Maghreb islamico (Aqmi), il nuovo nome assunto, ufficialmente da settembre 2006, dal Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento (Gspc). Questo gruppo terrorista, frutto di una scissione dei Gruppi islamici armati (Gia) avvenuta tra il 1996 e il 1998, è il più radicale, ed è formato dagli irriducibili che un anno fa avevano rifiutato di deporre le armi in cambio dell’amnistia, voluta dal presidente Bouteflika nel quadro della “riconciliazione nazionale”.

Gli attentati presentano, almeno per l’Algeria, una novità e un significato particolari. I kamikaze non erano mai stati impiegati in Algeria. I fondamentalisti avevano sposato l’interpretazione religiosa che proibisce a un musulmano di suicidarsi. E oggi proprio questa modalità concretizza la congiunzione del terrorismo algerino con quello qaidista. Finora i gruppi algerini si erano distinti per gli attacchi armati con il macabro rito degli sgozzamenti. Inoltre, il Gspc, a differenza dei Gia, aveva portato i suoi attacchi esclusivamente contro il potere, mai contro i civili.

Al-Qaida per il Maghreb islamico sembra rimescolare gli obiettivi: mira al centro del potere (palazzo del governo e polizia), ma volutamente coinvolge nelle stragi i civili. Non è più, dunque, alla ricerca di un sostegno popolare, proprio della strategia del disciolto Fronte islamico di salvezza (Fis) e dei Gia. Anche i tempi scelti per gli attentati sembrano indicare un obiettivo politico alto. Il giorno dell’attentato, l’11, è lo stesso dei mesi degli attentati a New York (settembre 2001) e Madrid (marzo 2004). A un mese, poi (il 17 maggio), dalle elezioni parlamentari, che non dovrebbero portare a un cambiamento significativo. La strategia, dunque, sembra quella di affermare a livello simbolico, con la scelta dei metodi e l’uso del marchio di fabbrica più famoso del terrorismo islamico, una dimensione internazionale, e con la scelta degli obiettivi e dei tempi un legame con la realtà locale. Era una decina d’anni che il terrorismo non colpiva la capitale. Proprio nelle settimane precedenti le autobombe, l’esercito era impegnato contro i gruppi che avevano trovato rifugio nelle montagne di Bejaia (Cabila), a est della capitale.

È tornato con forza il problema della sicurezza. A gettare benzina sul fuoco è intervenuta anche l’ambasciata Usa, con due allarmi; uno, poco dopo l’attentato, ha diffuso il panico tra la popolazione. Il governo di Algeri è stato costretto a richiamare all’ordine la rappresentanza diplomatica americana.

Le forze politiche algerine hanno condannato gli attentati. Lo hanno fatto pure i fondamentalisti del Fis, ancora fuori legge, e il fondatore del Gspc, Hassan Hattab, che ha denunciato il tentativo di trasformare l’Algeria in un nuovo Iraq.

Il clamore delle bombe ad Algeri hanno messo in secondo piano i fatti di Casablanca. Le forze di sicurezza da oltre una settimana erano alla ricerca di una decina di kamikaze, tra cui il kamikaze che l’11 marzo si era fatto esplodere in un internet-café della città. Individuato il quartiere, il 10 aprile le forze dell’ordine avevano ammazzato un membro del gruppo. Altri tre, poi, si sono uccisi per non essere catturati. Pochi giorni dopo, il 14 aprile, nuovo attentato a Casablanca: due fratelli si sono fatti esplodere nei pressi del consolato americano e di una scuola americana di lingue. La polizia marocchina afferma di aver arrestato il capo del gruppo, mentre alcuni kamikaze sarebbero ancora in circolazione. Per il Marocco non si tratta di una novità. Due anni fa, 13 kamikaze si erano fatti esplodere, sempre nella capitale economica del paese, provocando la morte di altre 32 persone. Inoltre, l’ondata terrorista, iniziata alcuni anni fa, non è mai cessata, tanto che nell’agosto dello scorso anno era stata neutralizzata una cellula terroristica all’interno dell’esercito stesso.

Ci sono collegamenti tra i fatti di Casablanca e quelli di Algeri? Da tempo si conoscono i contatti tra i diversi gruppi, il più delle volte formati in Afghanistan. È presto tuttavia per parlare di una regia qaidista sul Maghreb. I gruppi terroristici si muovono tradizionalmente con grande autonomia, e forse in questa fase è largamente sufficiente il collante ideologico e metodologico (kamikaze) per affermare la presenza di Al-Qaida. Anche la materia prima, persone disposte al suicidio ed esplosivi, sono disponibili in loco. 



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