Burundi

Prima del 1300: gli hutu (bantu) si stanziano nella regione e impongono lingua e cultura agli abitanti originali, i twa (pigmei). 1400: invasori tutsi, provenienti dall’Etiopia, sottomettono gli hutu e instaurano la monarchia. 1858; gli esploratori britannici Richard Burton e John Speke visitano il territorio. 1890: il regno dell’Urundi è incorporato nell’Africa Orientale Tedesca. 1899: il paese è unito al Rwanda per formare la colonia di Rwanda-Urundi. 1916: il Belgio assume il governo della colonia e favorisce l’oligarchia tutsi.1923: la Lega delle Nazioni assegna a Bruxelles il mandato di amministrare il Rwanda-Urundi.

 

1950-1959: nascono movimenti nazionalisti, tra cui il Partito dell’unità e progresso nazionale (Uprona), guidato dal principe Louis Rwagasore. 1959: decine di migliaia di rifugiati tutsi giungono dal Rwanda per sfuggire alle violenze etniche. 1961, settembre: l’Uprona vince le elezioni amministrative e Louis Rwagasore è nominato primo ministro; ottobre: Pince Louis è assassinato. 

 

1962, 1° luglio: l’Urundi si separa dal Rwanda-Urundi e diventa indipendente, con il nome di Regno del Burundi, governato da re Mwambutsa IV, docile al Belgio. 1963: massacri di natura etnica; decine di migliaia di hutu fuggono in Rwanda. 1964: apertura politica verso la Cina. 1965: gli hutu vincono le elezioni, ma il re si rifiuta di nominare un primo ministro hutu; insurrezione popolare ferocemente repressa dall’esercito, guidato dal capitano Michel Micombero, segretario di stato alla difesa; l’intera élite politica hutu è massacrata. 1966, luglio: Mwambutsa IV è deposto dal figlio Ntare V, che nomina Michel Micombero primo ministro; novembre: con un colpo di stato, Micombero abolisce la monarchia, instaura la repubblica, si proclama presidente ed elimina tutti i funzionari hutu.

 

1972, aprile: Ntare V è assassinato (si dice per mano di persone hutu, ma molti storici ritengono Micombero il mandante); feroce la reazione: 120.000 hutu sono trucidati; altri 200.000 fuggono in Rwanda, Zaire e Tanzania; eliminati anche tutti gli hutu nell’esercito. 1976, novembre: Micombero è deposto dal colonnello Jean-Baptiste Bagaza.

 

1981: nuova costituzione; il Rwanda diventa una nazione a partito unico (Uprona). 1982: prime elezioni a suffragio universale. 1984: Bagaza è eletto presidente (con il 99,63% dei voti). 1986. nasce il Fronte per la democratizzazione in Burundi (Frodebu), su iniziativa di seguaci di Melchior Ndadaye. 1987, settembre: Bagaza è deposto dal maggiore Pierre Buyoya; l’Uprona è dissolto e la costituzione è sospesa. 1988: nuovo genocidio hutu; ondate di rifugiati hutu in Rwanda.

1992: nuova costituzione multipartitica, approvata da un referendum. 1993, giugno: Melchior Ndadaye, hutu, vince le elezioni ed è presidente, ponendo fine al regime militare e installando un governo filo-hutu; ottobre: Ndadaye è assassinato da soldati tutsi; come rappresaglia, i membri del Frodebu massacrano tutsi, ma l’esercito risponde spietatamente, causando numerose vittime hutu (circa 300.000).

 

1994: gennaio: il parlamento nomina presidente Cyprien Ntaryamira, hutu; aprile, Ntaryamira e l’omologo rwandese Juvénal Habyarimana muoiono in un attentato contro l’aereo sul quale viaggiano; in Rwanda inizia un genocidio di 800mila tutsi e hutu moderati; Sylvestre Ntibantunganya è nominato presidente; ottobre: il presidente del parlamento, Sylvestre Ntibantunganya, è nominato presidente del Rwanda.

 

1995: il massacro di rifugiati hutu porta a nuove violenze etniche nella capitale Bujumbura. 1996, luglio: l’ex presidente Pierre Buyoya depone Ntibantunganya, prende il potere e sospende la costituzione. 1998: Buyoya e il parlamento s’accordano su una costituzione di transizione; Buyoya giura come presidente. 1999: colloqui di pace tra le varie fazioni in lotta.

 

2000: accordo per un cessate-il-fuoco tra il governo e il principale gruppo ribelle hutu (Forze per la difesa democratica – Fdd); altri due gruppi hutu rifiutano di aderire all’accordo. 2001, marzo: l’esercito ottiene il controllo della capitale; tentavi di colpo di stato in aprile e luglio; ottobre: accordo per un governo di transizione, facilitato da Nelson Mandela, ma i principali gruppi ribelli hutu si rifiutano di firmare; si intensificano i combattimenti.

 

2002, gennaio: Jean Minani, leader del principale partito hutu (Frodebu), è eletto presidente dell’assemblea nazionale di transizione, creata per superare le divisioni etniche; luglio: nuovi combattimenti; dicembre: firma di pace tra le Fdd e governo di transizione.

 

2003, aprile: Domitien Ndayizeye, hutu, succede a Pierre Buyoya come presidente (secondo l’accordo del 2001); luglio: un assalto ribelle alla capitale causa l’uccisione di 300 rivoltosi e 15 soldati governativi; decine di migliaia per persone in fuga; novembre: in Tanzania, Ndayizeye e il leader delle Fdd, Pierre Nkurunziza, firmano un accordo che segna la fine della guerra civile; il gruppo ribelle hutu delle Forze nazionali di liberazione (Fnl) continua la lotta; dicembre: Nkurunziza arriva nella capitale per assumere un posto ministeriale.

 

2004, aprile: le Fnl depongono le armi, ma in maggio escono dal governo di unità nazionale; giugno: i caschi blu sostituiscono le forze di pace dell’Unione africana; i ribelli hutu uccidono 150 tutsi congolesi in un campo presso il confine con l’Rd Congo e l’Fnl reclama la responsabilità dell’azione; dicembre: l’Onu e il governo iniziano il disarmo e la smobilitazione di migliaia di soldati ed ex ribelli.

 

2005, gennaio: il presidente firma una legge per la creazione di un nuovo esercito, che dovrà incorporare forze governative e soldati di tutti i gruppi ribelli (eccetto le Fnl); marzo: una nuova costituzione, che prevede la condivisione dei poteri, supera la prova del referendum; giugno: il Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa delle democrazia (Cndd-Fdd) vince le elezioni politiche; agosto: Nkurunziza è eletto presidente dalle due camere del parlamento; settembre: le Fnl rifiutano la proposta del governo per colloqui di pace.

2006, aprile: tolto il coprifuoco (imposto nei primi anni 1970); agosto: l’ex presidente Ndayizeye è accusato di coinvolgimento in un preteso golpe (sarà assolto dalla corte suprema nel gennaio 2007); settembre: colloqui di pace tra governo e le Fnl in Tanzania portano a un cessate-il-fuoco.

 

2007, febbraio: l’Onu pone fine alla sua missione di pace e focalizza le sue operazioni sulla ricostruzione; aprile: Rd Congo, Rwanda e Burundi rilanciano la Comunità economica delle nazioni dei Grandi Laghi (acronimo francese: Gepgl); luglio: alte personalità delle Fnl abbandonano il gruppo di monitoraggio della tregua, suscitando apprensioni per un nuovo spargimento di sangue; settembre: fazioni rivali delle Fnl si scontrano a Bujumbura; assalti di ribelli anche nel nord-ovest del paese; dicembre: soldati burundesi in Somalia come forze di pace.

2008, aprile: l’ex leader del partito di governo, Hussein Radjabu, è condannato a 13 anni di prigione per attentato alla sicurezza dello stato (era stato accusato di aver orchestrato una ribellione armata e insultato il presidente Nkurunziza); aprile-maggio: nuovi scontri tra forze regolari e ribelli delle Fnl (100 morti); maggio: nuovo accordo per ilcessate-il-fuoco tra governo e le Fnl; Agathon Rwasa, leader delle Fnl, torna in patria dalla Tanzania; dicembre: accordo politico tra il governo e le Fnl.

 

2009, marzo: il Club di Parigi cancella il debito estero che il Burundi ha nei confronti dei suoi membri (134,3 milioni di dollari); aprile: l’ex ribelle Godefroid Niyombare è il primo hutu a diventare capo di stato maggiore dell’esercito; Ernest Manirumva, vicepresidente dell’Osservatorio di lotta contro la corruzione e le malversazioni economiche, è assassinato; le Fnl depongono le armi e si trasformano in un partito; numerosi soldati burundesi in Somalia uccisi da un kamikaze; l’ex ribelle Agathon Rwasa, si candida alle presidenziali del giugno 2010.

 

2010, gennaio: 13 militari arrestati, accusati di aver complottato un golpe contro Nkurunziza; maggio: alle elezioni comunali stravince il Cndd-Fdd; giugno: vittoria scontata di Nkurunziza alle elezioni presidenziali, boicottate dalle forze dell’opposizione, che contesta i risultati e creano una nuova Alleanza dei democratici per il cambiamento (Adc); il presidente delle Fnl, Agathon Rwasa, entra nella clandestinità; settembre: cresce la paura di una nuova guerra civile; ottobre: la polizia nega di aver ucciso 22 membri dell’ex gruppo ribelle delle Fnl; novembre: Human Rights Watch denuncia un’escalation della repressione politica del governo; dicembre: il governo è infastidito dalle accuse di corruzioni nell’acquisto di equipaggiamenti militari dall’Ucraina mossegli da gruppi di attivisti.

 

2011, maggio: 4 morti in un attacco armato in un ristorante della capitale; settembre: gente armata attacca un bar a Gatumba, uccidendo 36 persone; novembre: gruppi per i diritti civili affermano che oltre 300 persone sono state uccise in cinque mesi, tra cui parlamentari dell’opposizione ed ex membri delle Fnl.

 

2012, novembre: il Fronte Abatabazi del Popolo Murundi diventa il sesto gruppo di ribelli ad attaccare le forze governative partendo dalle sue basi nell’Rd Congo; ritorna lo spettro della guerra civile.

 

2013, giugno: il presidente Nkurunziza approva una nuova legge sui media, giudicata dai critici un autentico attacco alla libertà di stampa (sono vietati reportage su argomenti che possano minare la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico e l’economia); agosto: dopo tre anni di clandestinità, Agathon Rwasa, il leader dell’ex fronte delle Fnl, si ripresenta in pubblico e dichiara di volersi candidare alle elezioni presidenziali del 2015.

 

2014, gennaio: il Burundi invia un battaglioni di soldati nella Repubblica Centrafricana, come parte delle forze di pace internazionali; marzo: vari leader dell’opposizioni sono condannati all’ergastolo per aver tentato di organizzare una manifestazione “illegale”; il parlamento blocca un tentativo del governo di cambiare la costituzione, minacciando così l’equilibrio etnico; aprile: ingiunzione a un ufficiale Onu di lasciare il paese, dopo la pubblicazione di un rapporto Onu in cui si dichiara che il governo sta armando gruppi giovanili in preparazione delle elezioni (accusa negata dal governo); giugno: il presidente Nkurunziza accenna alla possibilità di ricandidarci per la terza volta, ma l’opposizione gli rinfaccia che sarebbe incostituzionale; luglio: il parlamento approva una legge che frena il proliferare delle chiese nel paese (sarebbero ben 557 le denominazioni religiose presenti); ottobre: il dirigente d’opposizione Léonce Ngendakumana è condannato a un anno di carcere «per calunnia nei confronti di Nkurunziza» (in pratica, ha parlato di distribuzione di armi a militanti filo-governativi).

 

2015, aprile: Nkurunziza è nominato candidato presidenziale per un terzo mandato; le opposizioni si oppongono, in quando la decisione sarebbe incostituzionale; iniziano le proteste nelle vie della capitale; Vital Nshimirimana, presidente del Forum per il rafforzamento della società civile (Forsc), si appella all’esercito perché «passi alle azioni concrete per disarmare la popolazione», dopo il ritrovamento di un deposito nascosto di bombe e fucili sulla collina di Gakungwe, nella provincia di Bujumbura; spiegato l’esercito contro una manifestazione contro il presidente, intenzionato a ripresentarsi (per la terza volta) alle elezioni il prossimo giugno; 4 maggio: continuano le dimostrazioni contro un possibile terzo mandato del presidente; tre dimostranti uccisi a Bujumbura; 5 maggio: la corte costituzionale decide che Nkurunziza può ricandidarsi, «perché il suo primo mandato ebbe luogo in seguito a una nominata del parlamento» (il vicepresidente della corte, Sylvère Nimpagaritse, fugge all’estero, denunciando pressioni governative); Stati Uniti, Unione europea e diversi Paesi della regione invitano il presidente uscente a ritirare la candidatura per non mettere in pericolo gli accordi di pace che hanno posto fine alla sanguinosa guerra civile; la terza candidatura di Nkurunziza sembra legata, almeno in parte, alle inchieste condotte dalla Radio Popolare della capitale su alcune esecuzioni contro i civili, e su scandali finanziari (appropriazione indebita di fondi pubblici); 6 maggio: Nkurunziza loda la decisione della corte e promette che questa sua candidatura sarà l’ultima; la polizia arresta, con l’accusa di insurrezione, Audifax Ndabitoreye, uno dei leader dell’opposizione; 8 maggio: ad Addis Abeba, Nkosazana Dlamini-Zuma, presidente della commissione dell’Unione africana, invita le autorità del Burundi a prendere in considerazione un rinvio delle prossime consultazioni (previste in questo mese, per le elezioni parlamentari; a giugno, per le presidenziali); le proteste, finora concentrate soprattutto nella capitale Bujumbura, si estendono a tutto il paese, sfociando in violenze sanguinose (a Gizosi, 80 km dalla capitale, sono uccisi 4 manifestanti); 9 maggio: sette candidati alle elezioni presidenziali del 26 giugno, tra cui il principale leader dell’opposizione, Agathon Rwasa, depositano la propria formale candidatura; 10 maggio: il governo ordina una «interruzione immediata e incondizionata delle manifestazioni» e lo «smantellamento di tutte le barricate entro 48 ore», ma le proteste non si placano (da aprile ci sono state almeno 19 vittime nella sola capitale); 11 maggio: Olanda, Svizzera e Belgio annunciano la sospensione degli aiuti elettorali, fino a quando non sarà ripristinata la calma a Bujumbura; secondo l’Onu, sono già 50.000 i civili fuggiti all’estero per timore delle violenze; 13 maggio: mentre Nkurunziza è in Tanzania per discutere con i capi di stato dell’Africa orientale la crisi burundese, il generale Godefroid Niyombare annuncia la defenestrazione del presidente e di tutto il suo governo e la creazione di un comitato di salvezza nazionale; migliaia di cittadini di riversano nelle strade per celebrare; da Dar es Salaam, Nkurunziza fa sapere che «non c’è colpo di stato in Burundi» e che «la situazione è sotto controllo»; le truppe fedeli al presidente sparano sopra le teste dei manifestanti, nel tentativo di disperderli; urgente appello dell’Onu perché la calma sia ristabilita in Burundi; gli Usa si appellano a tutte le parti perché depongano le armi e pongano fine alle violenze; le truppe leali a Nkurunziza controllano il palazzo presidenziale, la radio e la televisione di stato; i leader degli stati dell’Africa orientale, riuniti a Dar es Salaam, chiedono che le elezioni siano posposte e che le opposizioni in Burundi non ricorrano alla violenza; 15 maggio: il colpo di stato è fallito; Nkurunziza è di nuovo a Bujumbura, e le truppe a lui leali controllano la situazione; 17 maggio: 17 ufficiali, tra cui 5 generali, sono arrestati e accusati di tentato colpo di stato; il generale Godefroid Niyombare è ancora latitante; secondo le Nazioni Unite, almeno 110mila burundesi sono fuggiti dal paese nelle ultime tre settimane. 18 maggio; riprendono le proteste (i soldati cercano di disperderle sparando in aria); Nkurunziza licenzia 3 ministri, tra cui quello della difesa, sostituendolo con Emmanuel Ntahomvukiye, il primo civile nella storia del paese ad avere la responsabilità dell’esercito; elezioni parlamentari spostate al 6 giugno; 21 maggio: almeno due persone uccise a Bujumbura, dove continuano gli scontri fra polizia e manifestanti; già 20 i casi di colera confermati nei campi profughi dei circa 40.000 rifugiati burundesi in Tanzania; giugno: la commissione elettorale annuncia che le elezioni parlamentare sono posposte alla fine del mese, quelle presidenziali a luglio; il vicepresidente, Gervais Rufykiri, si dichiara contrario ad un terzo mandato di Nkurunziza, e lascia il paese; luglio: Nkurunziza ottiene un terzo mandato con il 70% dei voti; il leader dell’opposizione, Agathon Rwasa, definisce l’esercizio elettorale «una farsa».

 

2016, gennaio: l’Unione africana annuncia l’invio in Burundi di 5.000 truppe per proteggere i civili dall’escalation delle violenza tra forze governative e quelle dei ribelli; Nkurunziza minaccia di opporsi con la forza allo spiegamento di forze africane nel paese; marzo: l’Unione europea annuncia la sospensione degli aiuti finanziari al governo burundese; maggio; un rapporto dell’Onu accusa il Rwanda di sostenere i ribelli burundesi: Kagame nega simili accuse; il rapporto riferisce di almeno 400 uccisioni tra i civili e delle fuga di 260.000 persone dal paese nei mesi successivi alla decisione di Nkurunziza di candidarsi per un terzo mandato;

agosto: Nkurunziza rigetta la proposta di un dispiego di forze di polizia dell’Onu, perché «contrario alla sovranità nazionale del Burundi»; ottobre: Nkurunziza firma la proposta di legge in base alla quale il Burundi si ritira dalla Corte penale internazionale (Cpi);

 

2017, marzo: l’ex presidente tanzaniano, Benjamin Mkapa, nominato mediatore di pace in Burundi, riferisce al Consiglio di sicurezza dell’Onu dell’impossibilità di «riconciliare le posizioni irriconciliabili del governo e dell’opposizione»; il Consiglio si dice preoccupato dei rapporti che riceve dal Burundi circa torture e sparizioni di persone; aprile: il giordano Zeid Ra’ad al-Hussein, capo dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, condanna l’ala giovanile del partito al governo, «i cui membri, durante le marche, scandiscono che le donne dei gruppi dell’opposizione devono essere stuprate o uccise»; luglio: il presidente tanzaniano, John Joseph Magufuli, sollecita gli oltre 240.000 profughi burundesi in Tanzania a ritornare a casa; ottobre: il Burundi è il primo paese ad abbandonare la Corte penale internazionale; novembre: i giudici della Cpi approvano l’apertura di una inchiesta sui crimini contro l’umanità perpetrati in Burundi, dove almeno 1.200 persone sono state uccise dal 2015.

 

2918, gennaio: 42 attivisti dell’opposizione arrestati per aver contestato il prossimo referendum, voluto dal presidente, che cambierebbe la costituzione, consentendo a Nkurunzima di candidarsi per altri due mandati di sette anni ciascuno, al termine del suo presente terzo mandato di 5 anni nel 2020; febbraio: migliaia di cittadini scendono in piazza per prendere parte a un corteo di protesta, indetto dal sindaco di Bujumbura, contro il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, colpevole di aver criticato il tentativo di Nkurunzima di rimanere al potere fino al 2034; la polizia minaccia di arrestare chiunque manifesti contro il previsto referendum; secondo un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, un burundese su tre ha bisogno di assistenza umanitaria (un aumento del 20% rispetto al 2017); inizi marzo: già 5 milioni di burundesi si sarebbero iscritti al referendum (l’opposizione parla di iscrizione forzata).

 

(Aggiornato al 3 marzo 2018)

Nome ufficiale: Repubblica di Burundi
Superficie
: 27.830 km2 (750.000 abitanti)
Capitale
: Bujumbura
Lingue
: kirundi e francese (ufficiali), kiswahili
Sistema politico
: repubblica presidenziale
Indipendenza
: 1° luglio 1962 (dal Belgio)
Capo di stato e di governo
: Pierre Nkurunziza (dal 26 agosto 2005)
Religioni
: cattolici (62,1%), altri cristiani (24%), seguaci delle religioni tradizionali (11,4%), musulmani (2,5%)

 


Popolazione

Abitanti: 11.467.000 (stime luglio 2017)
Gruppi etnici
: hutu (bantu) 85%; tutsi (camiti) 14%; twa (pigmei) 1%; europei 3.000; asiatici, 2.000
Crescita demografica annua
: 3,25% (2017)
Tasso di fertilità
: 5,99 figli per donna (2017)
Popolazione urbana
: 12,7% (2017)
Mortalità infantile
(sotto i 5 anni): 81,7/1.000
Speranza di vita
: 60,9 anni
Analfabetismo
(sotto i 15 anni): 14,4%
Prevalenza Hiv
: 1.1% (2016)
Accesso a servizi sanitari adeguati
: 48,6%
Accesso all’acqua potabile
: 75,8%

 


Economia

Il 77,7% della popolazione vive sotto il livello di povertà.
Indice di sviluppo umano
: 0,404 (184° su 188 paesi)

Prodotto interno lordo: 3,40 miliardi di dollari (7,99 miliardi di dollari a parità di potere d’acquisto nel 2017)
Pil pro capite annuo
: 296 dollari (800 a parità di potere d’acquisto)
Crescita economica annua
: 0% (stime 2017)
Inflazione
: 5,4% (2014)
Risorse naturali
: nichel, uranio, terre rare, torba, cobalto, rame, platino, vanadio, niobio, tantalio, oro, tungsteno, caolino, oro, terre arabili, risorse idriche
Prodotti agricoli
: caffè, cotone, tè, mais, sorgo, patate dolci, banane, manioca; carne, latte, pelli
Esportazioni
: caffè, tè, zucchero, cotone, pelli (100,3 milioni di dollari nel 2017)
Importazioni
: beni capitali, prodotti petroliferi, cibo (442,1 milioni di dollari nel 2017)
Debito estero
: 619,8 milioni di dollari (fine 2017)

 

Link istituzionali:

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