1200: nell’odierna Angola sorge l’Impero del Congo, che comprende anche l’estremo ovest dell’attuale Repubblica democratica del Congo e i territori adiacenti i laghi Kisale e Upemba, nella regione dello Shaba. Secolo 15°: si afferma il regno dei Luba, a ovest del lago Kisale. Secolo 17°: si sviluppa l’impero dei Lunda nell’ovest; nel nord-ovest nasce una federazione di piccoli stati, che raggiunge il massimo splendore nel secolo 18°.

 

1482: l’esploratore portoghese Diego Cão è il primo europeo a visitare il Congo; primi contatti con le popolazioni locali; il re del Congo vede nei nuovi arrivati un alleato per fare progredire il proprio regno e tenere a bada i vassalli; i portoghesi stabiliscono con il re e con le varie autorità locali centinaia di accordi commerciali. 1489: alcuni giovani della nobiltà locale sono portati a Lisbona per esservi educati; torneranno in patria nel 1492, accompagnati da sacerdoti, monaci, soldati, maestri, carpentieri, muratori, contadini e perfino due tipografi tedeschi; con la conversione del re Mbemba Nzinga (“dom Afonso”), ha inizio il grande regno cristiano del Congo. Nel 1518, Henrique, figlio di dom Afonso, diventa il primo vescovo dell’Africa (non ce ne saranno più per quattro secoli).

 

16°-17° secolo: mercanti britannici, olandesi, portoghesi e francesi danno vita a una fiorente tratta schiavista; dal 1500 al 1880, milioni di congolesi sono strappati alle loro terre e trasportati nelle Americhe; oltre la metà muore durante il viaggio. 1840-70: il missionario-esploratore scozzese David Livingstone compie varie esplorazioni in Congo. 1874-77: il britannico Henry Stanley naviga il fiume Congo fino all’Oceano Atlantico. 1876: il re del Belgio, Leopoldo II, fonda l’Associazione internazionale africana (poi denominata Associazione internazionale del Congo), il cui scopo è lo sfruttamento delle immense risorse del paese. 1878-1887: Leopoldo II assume Stanley al suo servizio e lo invia nella regione congolese per stipulare contratti commerciali e diplomatici con le popolazioni dislocate nel bacino del fiume Zaire, ribattezzato Congo; in pochi anni l’agente Stanley firma oltre 400 trattati di commercio o protettorato con i capi locali; con il sostegno dello schiavista arabo Tippu Tip, fonda diversi empori, tra cui Stanleyville (oggi Kisangani) e Léopoldville (oggi Kinshasa) e avvia lo sfruttamento sistematico del paese.

 

1884-85: la Conferenza di Berlino stabilisce che lo “Stato libero del Congo” è proprietà privata del re del Belgio. 1891-92: i belgi conquistano la regione del Katanga, frenando così l’espansione verso nord del colonialista britannico Cecil Rhodes. 1892-94: i territori orientali sono sottratti ai mercanti di schiavi swahili (dall’Africa dell’est). 1895-1907: le popolazioni congolesi sono sottoposte a forme estreme di sfruttamento. 1908: il Belgio si annette il Congo come colonia e condanna le atrocità commesse dagli agenti commerciali di re Leopoldo II (centinaia di migliaia di congolesi sono stati uccisi o sono morti per il troppo lavoro sotto la “gestione personale” del re); in realtà, forme odiose di sfruttamento continuano anche durante il regime coloniale.

 

1955: il professore belga Antoin van Bilsen pubblica il Piano trentennale per concedere al Congo l’autogoverno; 1957: prime misure di liberalizzazione e nascita dei partiti politici (spesso lungo linee tribali); Patrice Lumumba guida il Movimento nazionale congolese, l’unica formazione che considera i problemi a livello nazionale e contrasta le tendenze secessioniste di altre formazioni. 1959: sanguinosi scontri interetnici in Léopoldville; re Baldovino cerca di calmare gli animi, promettendo una rapida indipendenza.

 

1960, 30 giugno: indipendenza; Joseph Kasa-Vubu è presidente e Lumumba è primo ministro; luglio: vari ammutinamenti nell’esercito congolese; luglio: Moïse Tshombe, già primo ministro del Katanga, inizia un movimento secessionista e dichiara il Katanga indipendente; il Belgio invia paracadutisti per proteggere i cittadini belgi e gli interessi minerari; l’Onu interviene con una forza di pace, che però non ha il diritto di interferire negli affari interni del paese; settembre: Kasa-Vubu attua un colpo di stato e licenzia il primo ministro Lumumba; dicembre: su istigazione di consiglieri militari belgi e statunitensi, Joseph Désiré Mobutu, capo di stato maggiore, arresta Lumumba (accusato di comunismo) e lo consegna ai mercenari belgi (che difendono i secessionisti). 1961, 17 gennaio: Lumumba è assassinato (con la complicità di Usa e Belgio); la guerra civile continua fino al 1963, quando Tshombe (difensore degli interessi neocoloniali) termina la secessione del Katanga.

 

1964: il presidente Kasa-Vubu nomina Tshombe primo ministro. 1965: colpo di stato di Joseph Désiré Mobutu, che defenestra Kasa-Vubu e Tshombe. 1971: in una campagna per l’“autenticità africana”, Mobutu ribattezza il Congo “Zaire” e si dà il nome di “Sese Seko”; il Katanga diventa Shaba e il fiume Congo è ribattezzato Zaire. 1973-75: Mobutu nazionalizza l’industria estrattiva ed espelle le compagnie europee, favorendo la borghesia nazionale e la burocrazia statale. 1977: Mobutu invita gli investitori stranieri a tornare, ma con scarso successo; truppe francesi, belghe e marocchine sono inviate in Zaire per assistere il presidente nel respingere un attacco delle forze angolane dell’Mpla penetrate nel Katanga (Mobutu sostiene militarmente il Fronte nazionale di liberazione dell’Angola, Fnla, di Holden Roberto, e i gruppi secessionisti della provinciale petrolifera angolana di Cabinda, contro l’Mpla di Agostinho Neto) e nel contenere le offensive del Fronte di liberazione del Congo.

 

1980-81: le potenze occidentali intervengono per garantirsi il controllo dei grandi giacimenti di minerali strategici (in questo periodo, lo Zaire è il maggiore esportatore mondiale di cobalto, il quarto produttore di diamanti e tra i primi dieci produttori di uranio, rame, manganese e stagno); l’economia nazionale passa sotto il diretto controllo del Fondo monetario internazionale. 1981: il primo ministro, Nguza Karl i Bond, denuncia la dittatura di Mobutu, lascia l’incarico e chiede asilo politico al Belgio, presentandosi agli europei come “dignitosa alternativa” alla corruzione dilagante. 1984: Mobutu è eletto con il 99,15% dei voti. 1985: patto di sicurezza con l’Angola. 1989: Mobutu ospita il presidente dell’Angola, Edoardo dos Santos, e il leader dei guerriglieri dell’Unita, Jonas Savimbi, che firmano un cessate-il-fuoco; Mobutu è inadempiente sui prestiti ottenuti dal Belgio e questo provoca la cancellazione di numerosi programmi di sviluppo e il deterioramento dell’economia; giugno: Mobutu è a Washington, dove ottiene un prestito di 20 milioni di dollari dalla Banca mondiale.

 

1990, aprile: Mobutu annuncia la fine del partito-stato, il Movimento popolare rivoluzionario; dicembre: il presidente autorizza il multipartitismo; nasce un Fronte unito dell’opposizione, che chiede la creazione di una Conferenza nazionale, rappresentativa di tutte le forze politiche e sociali, con il compito di governare la transizione alla democrazia. 1991, agosto: inizio dei lavori della Conferenza nazionale sovrana (Cns), che Mobutu tenterà, a più riprese, di snaturare e indebolire; 1° ottobre: la Cns nomina primo ministro Étienne Tshisekedi, esponente dell’opposizione, che costituisce un governo di unità nazionale, ma Mobutu mantiene il controllo degli apparati di sicurezza e i ministeri più importanti; 21 ottobre: Mobutu revoca il mandato a Tshisekedi.

 

1992, inizio anno: Mobutu chiude la Csn; contro manifestazioni di protesta l’esercito reagisce sparando; aprile: la Csn riapre i battenti; agosto: Tshisekedi è di nuovo primo ministro; dicembre: la Csn termina il suo compito, non prima di aver chiesto la destituzione di Mobutu per gravi crimini contro l’umanità e appropriazione indebita di beni della nazione; viene istituito l’Alto consiglio della repubblica, cioè un parlamento provvisorio incaricato di redigere la nuova costituzione; a presiederlo è chiamato l’arcivescovo di Kisangani, Laurent Monsengwo, già presidente della Csn. 1993, gennaio: il parlamento provvisorio annuncia la destituzione di Mobutu per alto tradimento; i militari reagiscono; Kinshasa è saccheggiata (centinaia i morti). 1994: il genocidio rwandese (aprile-giugno) fa riversare in Zaire circa 1 milione di profughi, oltre all’esercito rwandese e alle milizie interahamwe (il tutto, agevolato dalla Francia con l’“Opération Turquoise”, con Mobutu consenziente); Mobutu acconsente alla nomina a primo ministro di Kengo Wa Dondo, deciso sostenitore dell’austerità e del libero mercato.

 

1996, ottobre: quattro movimenti ribelli, confluiti nell’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo (Afdl), capeggiata da Laurent-Désiré Kabila (originario del Katanga, lumumbista e avversario di Mobutu fin dagli anni ’60), attaccano la città di Uvira, sul lago Tanganika, nell’est del paese; inizia la ribellione anti-Mobutu, che in pochi giorni conquista Uvira, Goma e Bukavu; l’Afdl, composta principalmente da banyamulenge (congolesi di origine rwandese), è supportata da reparti degli eserciti rwandese, burundese, ugandese e angolano (Kigali, Bujumbura, Kampala e Luanda intendono così chiudere i conti con le guerriglie che li destabilizzano, lanciando i loro attacchi dal territorio zairese); novembre: l’Afdl attacca i campi profughi dei rwandesi hutu vicino al Lago Kivu e costringe centinaia di migliaia di persone a rientrare in Rwanda; 200mila si dirigono verso ovest, ma muoiono di stenti e per gli attacchi delle truppe rwandesi (si parla di “contro-genocidio”); dicembre: Mobutu rientra dalla Svizzera, dove è stato quattro mesi per farsi curare un cancro alla prostata.

 

1997, gennaio-febbraio: l’Afdl conquista Bunia, Kalemia, Watsa e Isiro; marzo: cade Kisangani; aprile: cadono Mbuji-Mayi e Lubumbashi; i ribelli si avvicinano alla capitale: 4 maggio: Mobutu e Kabila s’incontrano su una nave sudafricana al largo di Pointe-Noire, ma la mediazione di Nelson Mandela non ha successo; 16 maggio: Mobutu lascia Kinshasa e si rifugia a Gbadolite, sua città natale (poi in Togo e in Marocco, dove morirà il 7 settembre); 20 maggio: l’Afdl entra a Kinshasa; Kabila si autoproclama presidente e cambia il nome del paese in Repubblica democratica del Congo.

 

1998: il nuovo corso di Kabila convince poco, perché il nuovo leader imbavaglia la stampa, imprigiona o esilia gli oppositori, emargina la società civile e apre alle imprese minerarie americane e sudafricane; luglio: rottura con gli alleati della prima ora: invitati a lasciare il paese, Rwanda, Uganda e Burundi (che, nel frattempo, hanno fatto incetta di ricchezze naturali dell’Rd Congo) gli si rivoltano contro; nasce una guerriglia anti-Kabila, con il Raggruppamento congolese per la democrazia (Rcd), supportato in particolare da Rwanda, e il Movimento per la liberazione del Congo di Jean-Pierre Bemba, sostenuto dall’Uganda; nuovo conflitto interafricano, che vede schierati militarmente anche Angola, Zimbabwe, Namibia e Ciad.

 

1999, luglio: a Lusaka (Zambia) i belligeranti firmano un cessate-il-fuoco, che resta però sulla carta; novembre: il Consiglio di sicurezza dell’Onu decide la costituzione di una Missione di osservazione in Congo (Monuc), che avrà il compito di valutare lo stato dei diritti umani e delle questioni umanitarie, come pure di monitorare l’evolversi della situazione politica. 2000: continua la guerra; maggio-giugno: le truppe rwandesi e ugandesi si scontrano nella città di Kisangani e competono tra di loro per il controllo del territorio e delle sue risorse naturali; l’Onu autorizza l’invio di 5.500 caschi blu per monitorare il cessate-il-fuoco, ma gli scontri armati continuano.

 

2001, gennaio: il presidente Laurent-Désiré Kabila, 62 anni, è assassinato da una delle sue guardie del corpo (secondo la versione ufficiale); dieci giorni dopo, Joseph Kabila, non ancora trentenne, succede al padre; mons. Monsengwo, arcivescovo di Kisangani, parla di «ennesimo golpe»; febbraio: Joseph Kabila incontra il presidente rwandese Paul Kagame a Washington (Uganda, Rwanda e le forze ribelli accettano di ritirare le loro truppe dalla linea del fronte); maggio: l’agenzia Onu per i rifugiati dice che la guerra, dal 1998, ha ucciso 2,5 milioni di persone; le varie forze in conflitto prolungano volutamente le ostilità per avere la possibilità di fare man bassa delle risorse naturali del paese (oro, diamanti, coltan, legname...); ottobre: inizia ad Addis Abeba (Etiopia) il dialogo inter-congolese, che coinvolge governo, gruppi ribelli, partiti, società civile; la Monuc dispiega i primi caschi blu.

 

2002, gennaio: un’eruzione del vulcano Nyiaragono devasta gran parte della città di Goma (nell’est del paese); dopo due pre-accordi (30 luglio 2001, a Pretoria, in Sudafrica; 6 settembre 2001, a Luanda, in Angola), nei colloqui di pace in Sudafrica (aprile e luglio) si stabilisce che gli eserciti di Rwanda e Uganda si ritirino dal territorio congolese; si decide anche il disimpegno delle truppe di Zimbabwe e Angola; settembre-ottobre: Uganda e Rwanda dichiarano di aver ritirato gran parte delle loro truppe dal paese; dicembre: a Pretoria è firmato un accordo globale e inclusivo, grazie alla pressione internazionale (Usa, Ue, Onu e Sudafrica), che prevede due anni di transizione alla democrazia e, alla fine, elezioni presidenziali e legislative; nel frattempo, si chiede un governo di unità nazionale, presieduto da Kabila ma affiancato da quattro vicepresidenti; continuano i combattimenti nella regione di Uvira tra i guerriglieri Mayi-Mayi e le truppe ruandesi; la Monuc schiera 8.700 caschi blu.

 

2003, aprile (ufficialmente da luglio): prende il via il processo di transizione con governo ad interim (presieduto da Kabila con 4 vicepresidenti) e parlamento, che comprendono esponenti dell’ex amministrazione di Kabila, dei principali movimenti ribelli, dell’opposizione politica e della società civile; è creato un Comitato internazionale di accompagnamento alla transizione (Ciat), che include i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più Belgio, Canada, Sudafrica, Angola, Zambia, Gabon e Mozambico; inizia il processo di disarmo, smobilitazione e reinserimento nella vita civile di circa 180mila combattenti e di integrazione di 150mila in un unico esercito nazionale (i morti della guerra sono saliti a oltre 3 milioni, in gran parte civili); maggio: le ultime truppe ugandesi lasciano il Congo; giugno: arrivano truppe francesi a Bunia; il presidente Kabila nomina un governo di transizione che dovrà portare il paese alle elezioni in due anni; luglio: gli effettivi della Monuc sono 10.800; i leader dei principali ex gruppi ribelli giurano come vicepresidenti del paese; agosto: inaugurato il parlamento ad interim; fine anno: i donatori internazionali, riuniti a Parigi, promettono 3,9 miliardi di dollari per la ricostruzione.

 

2004, gennaio-giugno: inizia la formazione della prima brigata dell’esercito nazionale integrato, con istruttori belgi, francesi, tedeschi e lussemburghesi; marzo: fallisce un colpo di stato, attribuito a mobutisti; giugno: uomini della guardia presidenziale prendono il controllo della radio-TV di stato e dichiarano fallito il processo di transizione, ma il tentativo di rovesciare Kabila fallisce in poche ore; militari banyamulenge, con il supporto di truppe di Laurent Nkunda (generale tutsi congolese), occupano la città di Bukavu per una settimana; la Monuc (ora di 16.000 uomini) è contestata per non aver saputo difendere Bukavu; un rapporto Onu afferma che «il Rwanda destabilizza l’Rd Congo», ma Kigali rigetta l’accusa.

 

2005, marzo: forze Onu dichiarano di aver ucciso 50 miliziani in un’offensiva, dopo che 9 caschi blu del Bangladesh sono stati uccisi nel nord-est; maggio: il parlamento adotta la nuova costituzione; settembre: l’Uganda afferma che potrebbe rientrare nell’Rd Congo per inseguire i ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), gruppi ribelle guidato da Joseph Kony; novembre: un nuovo folto gruppo di soldati dell’ex esercito zairese torna in patria dopo 9 anni di esilio in Congo; dicembre: la nuova costituzione, già approvata dal parlamento, supera la prova del referendum; la Corte di giustizia internazionale decreta che l’Uganda debba compensare l’Rd Congo per gli abusi dei diritti umani e per il ladrocinio delle risorse naturali perpetrato dai soldati ugandesi dal 1999 al 2003.

 

2006, febbraio: la nuova costituzione entra in vigore; è adottata una nuova bandiera; decine di migliaia di donne e ragazze sono stuprate dall’esercito e dalle milizie; marzo: Thomas Lubanga Dyilo è il primo “signore della guerra” a essere incriminato dalla Corte penale internazionale dell’Aia (si è servito di bambini soldato); maggio: le forze di pace dell’Onu incrementano le loro operazioni di disarmo dei ribelli nel nord-est, causando lo spostamento di migliaia di persone; luglio: dalle elezioni politiche e presidenziali (le prime libere in 40 anni) non esce alcun chiaro vincitore: Joseph Kabila e il candidato dell’opposizione Jean-Pierre Bemba si contendono il secondo turno a fine ottobre; forze leali ai due candidati si scontrano nella capitale; novembre: Kabila è dichiarato vincitore del secondo turno; dicembre: le forze del gen. Laurent Nkunda si scontrano con l’esercito regolare (sostenuto dalle forze dell’Onu) nel Nord Kivu (50mila persone costrette a fuggire); il Consiglio di sicurezza dell’Onu si dice preoccupato per i troppi scontri armati nel paese.

 

2007, marzo: nuovi scontri a Kinshasa tra truppe governative e soldati leali a Bemba; aprile: Rd Congo, Rwanda e Burundi rilanciano la Comunità economica delle nazioni dei Grandi Laghi (nell’acronimo francese: Cepgl); Jean-Pierre Bemba parte per il Portogallo, dopo essersi rifugiato per tre settimane nell’ambasciata sudafricana; maggio: l’Onu conduce investigazioni tra le sue truppe, accusate di traffico di armi nella regione dell’Ituri; giugno: mons. François-Xavier Maroy, arcivescovo di Bukavu, dichiara che si è sul punto di fare riesplodere la guerra nell’est; Serge Maheshe, giornalista della Radio Okapi, è assassinato (è il terzo giornalista ucciso nell’Rd Congo dal 2005); agosto: Uganda e Rd Congo dicono di volere allentare le tensioni dovute a una disputa sui confini; aumenta il numero dei rifugiati e sfollati nel Nord Kivu, a causa della instabilità dovuta alle operazioni del generale dissidente Nkunda; settembre: scoppia un’epidemia di ebola; ottobre: Germain Katanga (noto anche come “Simba”), leader delle Forze patriottiche di resistenza dell’Ituri (FPRI), viene arrestato dalle forze regolari e consegnato alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità.

 

2008, gennaio: il governo e le milizie dei ribelli (tra cui quelle del gen. Nkunda) firmano un patto per porre fine al conflitto nell’est del paese; aprile: scontri tra l’esercito regolare e le milizie hutu (rwandesi), tradizionalmente alleati, causano decine di migliaia di sfollati; agosto: nuovi pesanti scontri tra esercito e soldati di Nkunda; ottobre: le truppe ribelli catturano la base di Rumangabo; il governo congolese accusa il Rwanda di sostenere Nkunda; gli scontri si intensificano; l’avanzare delle forze di Nkunda crea il caos generale nella capitale regionale, Goma; le forze dell’Onu ingaggiano scontri duretti con le forze ribelli, a sostegno dell’esercito regolare; novembre: una nuova iniziativa del ribelle tutsi Laurent Nkunda, che vuole consolidare il suo controllo sull’est del paese, causa la fuga di migliaia di persone; il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva un momentaneo aumento di truppe di pace; dicembre: Uganda, Sud Sudan e Rd Congo lanciano un’operazione congiunta contro le basi dei ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) situate nel nord-est del paese (buon motivo per “scavare” oro e diamanti); centinaia di civili uccisi durante gli scontri. 

 

2009, gennaio: offensiva congiunta (Rd Congo e Rwanda) contro le forze di Nkunda; Nkunda è arrestato in Rwanda e rimpiazzato da Bosco Ntaganda; giugno: la Corte penale internazionale cita in tribunale l’ex vicepresidente Jean-Pierre Bemba per crimini di guerra.

 

2010, maggio: il governo preme per il ritiro delle forze dell’Onu prima delle elezioni del 2011; John Holmes, commissario Onu per gli Affari umanitari, mette in guardia contro un prematuro ritiro delle forze di pace; giugno: il Consiglio di sicurezza modifica il mandato della missione Onu nell’Rd Congo, trasformandola in forza di stabilizzazione e avviando una riduzione del personale, e proroga il mandato della missione fino al 30 giugno 2011; il noto avvocato per i diritti umani, Floribert Chebeya, è trovato morto il giorno dopo essere stato chiamato a comparire dal capo della polizia; 30 giugno: celebrazioni per il 50° anniversario dell’indipendenza; luglio: la Cpi ordina la scarcerazione «per vizio di forma» di Thomas Lubanga Dyilo, ex capo delle milizie congolesi accusato di genocidio, crimini di guerra e uso di bambini soldato; offensiva anti-ribelli dell’esercito nel Kivu, con 50mila persone in fuga dagli scontri; la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale approvano un alleggerimento di 8 miliardi di dollari del debito estero dell’Rd Congo; creata la nuova commissione elettorale per preparare le elezioni del 2011; luglio-agosto: si parla di stupri di massa commessi nella provincia del Nord Kivu, imputati dall’inviato dell’Onu Margot Wallstrom sia alle forze regolari che a quelle ribelli; l’“Operazione Rwenzori” contro i ribelli filo-ugandesi causa la fuga di 90mila persone nel Nord Kivu; ottobre: un rapporto dell’Onu sui massacri di hutu rwandesi nell’Rd Congo tra il 1993 e il 2003 afferma che tali uccisioni costituiscono “crimini contro l’umanità” e sono stati commessi da Rwanda. Uganda, Burundi, Zimbabwe e Angola; novembre; le agenzie Onu riportano di stupri sistematici durante le espulsioni in massa di immigrati illegali dall’Angola verso l’Rd Congo; l’ex vicepresidente dell’Rd Congo, Jean-Pierre Bemba, è condotto davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia accusato di aver consentito alle sue truppe di stuprare e uccidere nella Repubblica Centrafricana tra il 2002 e il 2003; il Club di Parigi cancella metà del debito estero dell’Rd Congo.

 

2011, gennaio: viene cambiata la costituzione (si dice per favorire il presidente Kabila alle elezioni); febbraio: una corte condanna il col. Kibibi Mutware a 20 anni di carcere per stupri di massa nelle zone orientali del paese; 19 persone uccise in un attentato al presidente (così almeno dice la polizia); maggio: il ribelle hutu Ignace Murwanashyaka è portato davanti a un tribunale in Germania per rispondere ad accuse di crimini contro l’umanità nell’Rd Congo; giugno: uomini armati stuprano 170 donne presso Fizi (nel Nord Kivu); luglio: il col. Nyiragire Kulimushi, accusato di aver ordinato stupri di massa nell’est del paese, si consegna alle autorità; settembre: il leader delle milizia Mai Mai, Gideon Muanga, fugge da prigione con 1.000 detenuti; novembre: alle elezioni presidenziali Kabila ottiene un nuovo mandato (lo scrutinio è criticato dagli osservatori internazionali e dalle opposizioni).

 

2012, maggio: le Nazioni Unite accusano il Rwanda di addestrare ribelli nell’est dell’Rd Congo; l’accusa è respinta da Kigali; luglio: il “signore della guerra” Thomas Lubanga è la prima persona condannata dalla Corte penale internazionale in 10 anni di attività (10 anni di carcere per aver usato bambini-soldato); ottobre: il Consiglio di sicurezza dell’Onu annuncia l’intenzione di imporre sanzioni contro i leader del Movimento ribelle 23 Marzo (M23) e contro i violatori dell’embargo delle armi contro l’Rd Congo; un commissione Onu rivela che Rwanda e Uganda forniscono l’M23 di armi e supporto logistico (ambedue le nazioni negano); novembre: le truppe del M23 occupano per breve tempo la città di Goma, e si ritirano dopo aver ottenuto dal governo la promessa delle liberazioni di alcuni loro sostenitori.

 

2013, febbraio: rappresentanti di 11 nazioni africane, in Etiopia, firmano un accordo in cui si impegnano a porre fine al conflitto nell’Rd Congo; il gruppo ribelle M23 ha dichiarato il cessate-il-fuoco alla vigilia dell’accordo; marzo: il supposto fondatore di M23, Bosco Nagana, si arrende all’ambasciata rwandese ed è trasferito alla Corte criminale internazionale dell’Aia per rispondere ad accuse di crimini di guerra; luglio: 3,000 soldati dell’Onu dispiegati nell’est del paese per combattere e disarmare forze ribelli; agosto: le forze dell’Onu liberano 82 bambini-soldato, arruolati a forza dalla milizia Mai-Mai Bakata-Katanga, attiva nella provincia del Katanga; intensi scontri armati tra l’esercito e le milizie del M23 e accuse reciproche tra i governi di Rwanda e Rd Congo (il secondo accusa il primo di sostenere il movimento ribelle); settembre: oltre 550 bambini lasciano le file dei gruppi armati in Katanga, liberati dalle forze dell’Onu; dicembre: il M23 firma un accordo di pace con il governo; l’esercito regolare respinge alcuni attacchi (alla TV di stato, all’aeroporto e a una base militare nella capitale) operati dai sostenitori di un sedicente “profeta”, Paul Joseph Mukungubila.

 

2014, febbraio: l’Onu accusa le milizie Mai Mai dell’uccisione di oltre 70 civili, nella zona di Masisi, nord Kivu; marzo: la Corte penale internazionale incolpa Germain Katanga, leader delle Forze patriottiche di resistenza dell’Ituri (FPRI) arrestato dalle forze regolari nel dicembre 2007, colpevole di crimini contro l’umanità commessi nella provincia dell’Ituri nel 2003; giugno: scontri tra le forze congolesi e rwandesi sul comune confine; la compagnia petrolifera SOCO International, con sede a Londra, annuncia la sospensione delle trivellazioni nel Parco nazionale di Virunga (habitat naturale degli ultimi 200 gorilla di montagna).

 

2015, gennaio: proteste popolari – con una dozzina di vittime – contro proposti cambiamenti della legge elettorale, ritenuti dall’opposizione “mosse di Kabila per perpetuarsi al potere”. 2016, maggio: l’ex governatore del Katanga, Moïse Katumbi, dichiara la propria intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali; poco dopo, rischia l’arresto e lascia il paese per “cure mediche”; novembre: la coalizione al potere e l’opposizione firmano un accordo politico con cui si accordano di posporre lo scrutinio presidenziale al 23 dicembre 2018; il primo ministro Augustine Matata Ponyo si dimette con tutto il suo governo per favorire la formazione di un nuovo governo comprendente personalità dell’opposizione; Kabila, che in teoria si sarebbe dovuto dimettere dopo il suo secondo mandato a dicembre del 2016, rimane al suo posto dopo aver fatto approvare una legge che gli consente di conservare la carica fino all’elezione del suo successore.

 

2017, giugno: un rapporto dell’Onu parla di 2.000 persone uccise in scontri etnici in pochi mesi nella provincia del Kasai; novembre: la commissione elettorale fissa le elezioni per dicembre 2018; dicembre: “mega-crisi” nel paese; il conflitto ha provocato 1,7 milioni di sfollati (una media di 5.500 al giorno per l’intera durata del 2017); 400mila bambini rischiano di morire di fame: proteste contro l’intenzione di Kabila di rimanere al potere e contro il continuo rinvio delle elezioni; la Chiesa cattolica organizza processioni di protesta, nell’intento di indurre il presidente a “mantenere la parola data”; 31 dicembre: repressione sanguinosa delle manifestazioni pacifiche promosse dal Comitato laico di Coordinamento, organizzazione laicale cattolica; 8 morti e numerosi arresti.

 

2018, gennaio: nuova prova di forza delle forze dell’ordine contro le “processioni pacifiche” dei cattolici; i vescovi ricordano al governo che il diritto di manifestare pacificamente va garantito; febbraio: i vescovi denunciano: «Perché così tanti morti, feriti, arresti, rapimenti, attacchi a parrocchie e a comunità ecclesiastiche, umiliazioni, torture, intimidazioni, profanazioni di chiese, divieti di pregare?»; i vescovi ricordano che i manifestanti chiedevano pacificamente l’applicazione integrale dell’Accordo del 31 dicembre 2016, mediato dalla Conferenza episcopale cattolica e volto a portare il prima possibile il Paese alle elezioni; 24 febbraio: sostenitori di Kabila invadono la cattedrale cattolica di Kinshasa; marzo: la principale coalizione di opposizione, l’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Usps), sceglie Félix Tshisekedi (figlio del leggendario leader dell’opposizione e fondatore dell’Udps, morto nel febbraio 2017) come candidato alle presidenziali di dicembre; giugno: il governo chiede alle commissioni incaricate di esaminare la possibilità di declassificare alcune aree protette nel Parco dei Virunga e nel Parco nazionale di Salonga e renderle trivellabili per l’estrazione del petrolio; 1° luglio: per iniziativa del presidente uscente Kabila, viene creato il Fronte comune per il Congo (Fcc), come propria piattaforma elettorale; 1° agosto: Jean-Pierre Bemba ritorna in patria, dopo 11 anni di esilio e di prigione; il partito di governo, Partito popolare per la ricostruzione e la democrazia (Pprd) sceglie Ramazani Shadary, un fedelissimo di Joseph Kabila, come proprio candidato alle elezioni presidenziali del 23 dicembre; altre 24 personalità hanno presentano la propria candidatura entro la data stabilita; la commissione elettorale dichiara che l’ex presidente Jean-Pierre Bemba non può candidarsi alle elezioni presidenziali (dichiarati inammissibili altri 5 candidati); fine ottobre: la piattaforma elettorale governativa (Fcc) presenta ufficialmente il comune candidato presidenziale, Ramazani Shadary, nel corso di un grande raduno allo stadio Tata Raphael, nella capitale Kinshasa.

 

(Aggiornato al 12 novembre 2018)

Nome ufficiale: Repubblica democratica del Congo
Superficie
: 2.344.885 km2
Capitale
: Kinshasa (13,17 milioni di abitanti, 2018)
Lingue
: francese (ufficiale), lingala (lingua franca), kiswahili (dialetto del kiswahili, chiamato kingwana), kikongo, tshiluba
Sistema politico
: repubblica semi-presidenziale
Indipendenza
: 30 giugno 1960 (dal Belgio)
Capo dello stato
: Joseph Kabila (dal 17 gennaio 2001)
Primo ministro
: Bruno Tshibala (dal 7 aprile 2017)
Religioni
: cattolici (53%), cristiani non cattolici (12%), kimbanguisti (10%), musulmani (10%), seguaci delle religioni tradizionali e di sette sincretiste (15%)

 


 

Popolazione

Abitanti: 83.301.000 milioni (stime luglio 2017)

Gruppi etnici: oltre 200, in maggioranza bantu (mongo, luba, kongo) e mangbetu-azande (nilocamiti)
Crescita demografica annua
: 2,37% (2017)
Tasso di fertilità
: 4,39 figli per donna (2017)
Popolazione urbana
: 44,5% (2018)
Mortalità infantile
(sotto i 5 anni): 94,3/1.000
Speranza di vita
: 57,7 anni
Analfabetismo
(sopra i 15 anni): 23%
Prevalenza Hiv
: 0,7,% (2017)
Accesso a servizi sanitari adeguati
: 28,7%
Accesso all’acqua potabile
: 52,4%

 


 

Economia

77,1% della popolazione vive sotto la soglia di povertà
Indice di sviluppo umano
: 0,457 (177° su 188 paesi)

Prodotto interno lordo: 41,44 miliardi di dollari (68,45 miliardi a parità di potere d’acquisto nel 2017)
Pil pro capite annuo
: 497 dollari (800 dollari a parità di potere d’acquisto)
Crescita economica annua
: 3,4% (stime 2017)
Inflazione
: 41,5% (stime 2017)
Risorse naturali
: cobalto, rame, petrolio, niobio, tantalio, diamanti (industriali e gemme), oro, argento, zinco, manganese, uranio, stagno, carbone; risorse idroelettriche; legame (67,9% del territorio è coperto da foreste)
Prodotti agricoli
: caffè, canna da zucchero, olio di palma, gomma, tè, cotone, cacao, cassava, banane, arachidi, granturco, frutta, legname
Esportazioni
: diamanti, oro, rame, cobalto, greggio, caffè, legname e lavorati (8,6 miliardi di dollari nel 2017)
Importazioni
: cibo, macchinari per l’estrazione di minerali, veicoli, carburanti (8,85 miliardi di dollari nel 2017)

Debito pubblico: 15,7% del PIL
Debito estero
: 5,32 miliardi di dollari (fine 2017)