Sud Sudan

Dal 1870, l’Egitto tenta di colonizzare il Sud Sudan. 1885: la rivolta mahdista controlla la regione. 1898: le forze britanniche rioccupano la zona. 1899-1955: il Sud Sudan è parte del protettorato anglo-egiziano del Sudan, ma l’area è abbandonata a sé stessa. 1955: nasce il Movimento di resistenza del Sud Sudan (Ssrm nell’acronimo inglese) che lotta per l’indipendenza delle regioni del sud. 1956, 1° gennaio: indipendenza del Sudan.

 

1962: scoppia la guerra civile, condotta dall’ala armata dell’Ssrm, i cosiddetti Anya Nya (un termine madi per “veleno di scorpione”), guidata a Joseph Lagu. 1969: un gruppo di militari socialisti e comunisti orchestra un colpo di stato a Khartoum, guidato dal col. Gaafar Mohamed Nimeiri, che prende il potere e delinea una politica di parziale autonomia per il sud. 1972: accordo di pace ad Addis Abeba tra il governo di Khartoum e gli Anya-Nya; il sud ottiene l’autonomia promessa (Regione autonoma del Sud Sudan). 1978: scoperta del petrolio nello Stato dell’Unità, nel sud.

 

1983: Nimeiri revoca l’accordo di Addis Abeba e impone la shari?a; inizia la seconda guerra civile; nasce l’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla), guidato da John Garang; Nimeiri abolisce l’autonomia del Sud Sudan. 1988: il Partito unionista democratico (Dup – parte della coalizione di governo) raggiunge un accordo con l’Spla, che ha generato anche il Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm), ma l’accordo non viene implementato.

1989, 30 giugno: colpo di stato del gen. Omar El-Bashir, spalleggiato dal Fronte nazionale islamico (Fni). 1993: il Consiglio rivoluzionario è sciolto ed El-Bashir è nominato presidente. 2000, dicembre: le elezioni confermano El-Bashir alla presidenza.

 

2001: il partito del leader islamista Hassan Al-Turabi, il Congresso popolare nazionale (Cpn), firma un accordo d’intesa con l’Spla/m, ma il giorno dopo Al-Turabi è arrestato; dopo il fallimento dei colloqui di pace tra Garang ed El-Bashir a Nairobi (Kenya), il governo sudanese accetta l’iniziativa libico-egiziana che mira a porre fine alla guerra civile.

2002: l’Spla/m e il governo di Khartoum si accordano per il cessate-il-fuoco sui Monti Nuba; a Machakos (Kenya), i colloqui di pace portano ai primi accordi tra El-Bashir e Garang. 2004, 7 gennaio: firmato a Naivasha (Kenya) un protocollo che prevede la divisione in parti uguali delle rendite petrolifere del Sudan (in gran parte nel sud) tra il governo di Khartoum e il Movimento/esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla/m).

 

2005, 9 gennaio: Accordo globale di pace (Agp) tra Khartoum e l’Spla, a Nairobi (Kenya), in cui, tra le altre cose, si prevedono un cessate-il-fuoco permanente, autonomia per il sud, un governo di coalizione tra Khartoum e Spla/m, e un referendum da tenere nel sud, entro sei anni, per decidere sull’indipendenza o meno di quelle regioni; 9 luglio: Garang è vicepresidente del Sudan; una nuova costituzione concede al sud un ampio grado di autonomia; 30 luglio: Garang muore in un incidente aereo; scontri tra sud-sudanesi e arabi a Khartoum; il gen. Salva Kiir è nominato presidente del Sud Sudan; settembre: nasce un governo di unità nazionale a Khartoum; ottobre: è creato il governo autonomo del Sud Sudan, a Juba, dominato da ex ufficiali dell’Spla.

 

2006, novembre: centinaia di morti in scontri armati attorno alla città di Malakal (nel sud). 2007, ottobre: l’Splm esce dal governo di unità nazionale, per protestare contro il tergiversare di Khartoum nell’implementare l’Accordo globale di pace, ma vi rientra in dicembre.

2008, marzo: scontri tra l’Splm e milizie arabe nella contesa regione di Abyei (ricca di giacimenti di petrolio), sul confine tra i due stati; maggio: continuano gli scontri armati nella regione di Abyei; Dominic Dim Deng, ministro della difesa del Sud Sudan, muore in un indicente aereo; giugno: El-Bashir e Salva Kiir chiedono un arbitrato internazionale per la disputa sul possesso della regione di Abyei; ottobre: una nave ucraina, con 33 carri armati a bordo, forse destinati al governo di Juba, è sequestrata dai pirati somali.

 

2009, giugno: il governo di Khartoum nega di fornire armi alle milizie nel sud contrarie al governo di Juba, ma Kirr minaccia di riprendere la guerra se questi rifornimenti non cessano; l’ex ministro degli esteri, Lam Akol, si separa dall’Splm per formare un nuovo partito, l’Splm-Cambiamento democratico; luglio: la Corte permanente di arbitrato dell’Aia assegna i principali campi petroliferi di Heglig al nord; dicembre: accordo tra il governo di Khartoum e quello di Juba sul referendum per l’indipendenza del sud da tenere nel 2011.

 

2010, gennaio: El-Bashir annuncia che accetterà il risultato del referendum, anche se fosse in favore dell’indipendenza del sud; aprile: El-Bashir vince le elezioni presidenziali del Sudan.

 

2011, 9-15 gennaio: referendum sull’autodeterminazione del Sud Sudan (98,83% dei voti a favore dell’indipendenza); nella regione di Abyei scontri tra i denka e messiriya (8 morti); febbraio: scontri nello Stato di Jonglei tra le forze di sicurezza e milizie ribelli (200 morti); marzo: nuovi scontri ad Abyei (110 morti), nella regione semiautonoma del Nilo Superiore e negli stati dell’Unità e del Nilo Azzurro (70 morti); maggio: l’esercito del Sudan assume il controllo di Abyei e s’inoltra in Sud Sudan, in violazione degli accordi di pace: 100mila denka-ngok in fuga; 5 giugno: scontri armati nel Sud Kordofan; 14 giugno: gli Usa minacciano di interrompere il processo di normalizzazione delle relazioni tra Khartoum e Washington se continueranno le violenze nel Sud Kordofan; scontri negli stati di Warrap, Unità e Laghi; 20 giugno: Khartum e Juba firmano un accordo per smilitarizzare la regione di Abyei: previsto il dispiegamento di caschi blu etiopici.

 

2011, 9 luglio: indipendenza del Sud Sudan; agosto: 600 morti in scontri interetnici nello Stato di Jonglei; settembre: il governo di Juba decreta il futuro spostamento della capitale a Ranciel (Stato dell’Unità); ottobre: storica visita di Salva Kiir a Khartoum e creazione di speciali commissioni per la soluzione delle questioni ancora irrisolte; 75 persone uccise quando l’Esercito di liberazione del Sud Sudan (Ssla), attacca la città di Mayon nello Stato dell’Unità; novembre: Juba accusa Khartoum di aver bombardato un campo profughi a Yida (Stato dell’Unità); l’esercito sudanese nega ogni responsabilità.

 

2012, gennaio: scontri interetnici nello Stato di Jonglei (100mila persone in fuga); il Sud Sudan interrompe la produzione di petrolio (350mila barili al giorno), mettendo in crisi l’economia dei due paesi; febbraio: patto di non aggressione tra Khartoum e Juba; il Sudan blocca le esportazioni petrolifere del Sud Sudan per il mancato accordo sulla tassa d’impiego dell’oleodotto; marzo: 100 morti in scontri interetnici nello Stato di Jonglei; 2 aprile: scontri tra i due eserciti nella zona petrolifera di Heglig; 10 aprile: le forze di Juba occupano la città di Heglig; sospese le trattative in corso ad Addis Abeba; 11 aprile: Khartoum bombarda la città di Bentiu, nello Stato dell’Unità (Sud Sudan); maggio: il Sudan s’impegna a ritirare le sue truppe dalla regione di Abyei, e i colloqui di pace ad Addis Abeba riprendono; 9 luglio: il Sud Sudan celebra il 1° anniversario dell’indipendenza in tono minore; agosto: 200.000 rifugiati cercano scampo in Sud Sudan per sfuggire ai combattimenti tra l’esercito di Khartoum e le forze ribelli nelle zone di confine tra i due stati; settembre: i presidenti El-Bashir e Salva Kirr si accordano su spartizione del petrolio, commercio e sicurezza dopo giorni di colloqui ad Addis Abeba: l’accordo prevede la smilitarizzazione delle zone di confine e la ripresa dell’estrazione e pompaggio del petrolio.

 

2013, marzo: Khartoum e Juba si accordano per la ripresa dell’estrazione ed esportazione del petrolio (rimaste ferme per oltre un anno) e per il ritiro delle rispettive truppe dalle zone di confine per crearvi una zona smilitarizzata; aprile: secondo le autorità, circa 3.000 combattenti dell’Ssla hanno consegnato le loro armi e si sono detti desiderosi di intraprendere colloqui di pace con il governo di Juba; giugno: Salva Kirr sospende il ministro delle finanze, Kosti Manibe, e il ministro per gli affari di governi, Deng Alor, sospettati di corruzione in relazione a una commessa per vari milioni di dollari; la direzione generale della Banca mondiale approva un credito di 21 milioni di dollari per sostenere gli sforzi del Sud Sudan contro la crisi e fornire opportunità di lavoro per persone povere costruendo le basi di un sistema di protezione sociale che favorisca lo sviluppo; 10 luglio: il giorno dopo il secondo anniversario dell’indipendenza, Salva Kiir rimuove il governatore dello Stato dell’Unità, Taban Deng Gai, accusato di aver violato la costituzione provvisoria, sostituendolo con Joseph Nguen; 23 luglio: il presidente Salva Kiir, con una mossa a sorpresa, rimuove il vicepresidente, Riek Machar Teny, scioglie l’intero governo e licenzia tutti i ministri; 1° agosto: Kiir forma un nuovo governo, più ristretto del precedente, escludendo Riek Machar; 23 agosto: Kiir nomina vicepresidente James Wani Igga, ex comandante ribelle dell’Spla/m e presidente del parlamento dal 2005.

2013, 15 dicembre: Salva Kiir accusa l’ex vicepresidente Riek Machar di aver pianificato un colpo di stato per far cadere il suo governo; scoppia la guerra civile in Sud Sudan; fazioni ribelli prendono il controllo di numerose città, capoluogo di regioni; migliaia i morti e decine di migliaia gli sfollati; l’Uganda interviene militarmente al fianco del governo Juba.

 

2014, gennaio: viene firmato un accordo di cessate-il-fuoco, che però viene più volte violato nelle settimana seccessive; febbraio: nuovo colloqui per porre fine alle violenze falliscono; gli sfollati sono oltre 1 milione; aprile: le Nazioni Unite accusano le forze pro-Machar di aver saccheggiato la città di Bentiu, causando centinaia di morti tra i civili; agosto: i colloqui di pace ad Addis Abeba si trascinano per mesi, senza un nulla di fatto, mentre i combattimenti continuano. Il nuovo conflitto, che si protrae per 20 mesi, vede contrapposte le due principali etnie del paese: da un lato i denka, il gruppo dominante, fedeli a Kiir; dall’altro i nuer, al fianco di Machar; il risultato è drammatico: rappresaglie casa per casa, villaggi rasi al suolo, 50mila vittime, massacrate in violentissimi scontri armati e in altre azioni giudicate dall’Onu “crimini contro l’umanità”; 4 milioni di sud sudanesi sono costretti a fuggire dai propri villaggi.

 

2015, agosto: sotto la pressione della comunità internazionale, le parti in lotta sono spinte a firmare un accordo di pace; il patto prevede: la fine immediata dei combattimenti e la deposizione delle armi da parte di soldati e guerriglieri entro 30 giorni; la liberazione di tutti i prigionieri e dei bambini-soldato; la demilitarizzazione della capitale Juba, la formazione di una sorta di “guardia nazionale” che dovrebbe assorbire le forze di polizia; l’insediamento entro 90 giorni di un governo transitorio di unità nazionale chiamato a guidare il paese per trenta mesi fino a nuove elezioni; infine, l’istituzione di una commissione d’inchiesta per vigilare sul processo di riconciliazione e indagare su migliaia di casi di violazione dei diritti umani; il patto rimane, per lo più, lettera morta.

 

2016, febbraio: Salva Kiir decise di reintegrare Machar nel suo governo, riassegnandoli il ruolo di vicepresidente; aprile: Machar, che si trovava ad Addis Abeba, torna a Juba e giura come vicepresidente del nuovo governo di coalizione; i combattimenti continuano; luglio: Kiir licenzia Machar, che se ne va in esilio; novembre: le Nazioni Unite sospende dalla carica il generale kenyano Johnson Mogoa Kimani Ondieki, capo delle forze di pace, accusandolo di non aver protetto i civili durante gli scontri di luglio nella città di Juba il Kenya ritira le sue truppe dalla missione di pace Onu; militari giapponesi arrivano in Sud Sudan (il governo di Tokio ha autorizzato i suoi soldati a intervenire in operazioni militari attive all’estero; sono principalmente impiegati nella costruzione delle infrastrutture, ma dal 20 novembre potranno rispondere alle emergenze segnalate dall’Onu e dalle organizzazioni non governative; non saranno invece autorizzati ad accorrere in soccorso di altre truppe straniere); dicembre: una commissione dell’Onu per i diritti imani denuncia la presenza di azioni di “pulizia etnica” in numerose zone del Sud Sudan; il presidente Salva Kiir rigetta l’accusa come infondata; gli scontri tra le due fazioni riprendono feroci, portando il giovane stato al collasso economico. Human Right Watch dichiara: «La popolazione sud-sudanese è finita intrappolata in una crisi umanitaria, seconda solo a quella siriana».

 

2017, febbraio: l’emergenza fame è dichiarata in varie zone del Sud Sudan: una fame descritta dall’Onu come “catastrofe causata dall’uomo, perché frutto della guerra civile e del collasso dell’economia”; marzo: Il premier giapponese Shinzo Abe pone fine alla missione di pace in Sud Sudan termina; il Giappone continuerà comunque a fornire supporto umanitario alla popolazione e manterrà alcuni uomini nell’ufficio per le missioni di pace dell’Onu; maggio: il presidente Salva Kiir dichiara un “cessate-il-fuoco” unilaterale e vara un “dialogo nazionale”; agosto: il numero dei rifugiati sud-sudanesi nella sola Uganda supera il milione; altrettanti hanno trovato rifugio in Sudan, Etiopia, Kenya, Repubblica Centrafricana e Rd Congo; fine dicembre: il responsabile di Christian Aid per il Sud Sudan, Jolly Kemigabo, dichiara: «L’anniversario del 15 dicembre, giorno dell’inizio della guerra civile, è un ricordo amaro e straziante del costo del conflitto su donne, bambini e uomini. Per quattro anni, le persone hanno visto sottrarsi: i loro parenti, i loro redditi, le loro case, le loro speranze… La portata e la gravità di questa crisi vanno oltre l’immaginazione”; lancia un l’allarme: «La crisi della carestia in Sud Sudan crescerà nel 2018»; fa un appello: «Serve un’azione urgente per arginare gli allarmanti livelli di fame e malnutrizione nel paese; 4,8 milioni hanno estremo bisogno di aiuti alimentari; oltre 1,8 milioni sono a un passo dalla carestia»; e dà una spiegazione: «La violenza in atto e l’insicurezza civile hanno paralizzato l’economia del paese e creato una catastrofica carenza di cibo».

 

2018, gennaio: l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, dichiara che gli Usa abbandonano il presidente sud-sudanese Salva Kiir in quanto «alleato incompetente nel perseguimento della pace»; aggiunge: «Ogni tentativo di alleviare le sofferenze del popolo sud-sudanese non sortiscono risultati. Il peggio è che stiamo fallendo, non nonostante la leadership politica sud-sudanese, ma proprio a causa di essa»; febbraio: un rapporto Onu identifica oltre 40 soldati dell’esercito sud sudanese sospettati di essere colpevoli di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità: “i diffusi e sistematici attacchi contro i civili nella regione sono responsabilità dei singoli individui al comando”. Tra i criminali rientrerebbero otto tenenti generali e tre governatori di Stato; 4 febbraio: Papa Francesco invita il mondo intero a pregare e digiunare per il Sud Sudan: “Dinanzi al tragico protrarsi di situazioni di conflitto in diverse parti del mondo, invito tutti i fedeli a una speciale Giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo. La offriremo in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan. Come in altre occasioni simili, invito anche i fratelli e le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune»; 21 febbraio: nella classifica dei paesi sulla base del livello di corruzione percepita nel settore pubblico, pubblicata annualmente da Transparency International, il Sud Sudan figura al 179° posto (su 180 paesi); peggiore è solo la Somalia.

 

Aggiornato al 27 febbraio 2018

Nome ufficiale: Repubblica del Sud Sudan
Capitale: Juba (proposta la costruzione di una nuova capitale a Ramciel, nello Stato dei Laghi)
Superficie: 644.329 km2
Lingue: inglese (ufficiale), arabo (ufficiale), denka, nuer, zande, bari, shilluk
Sistema politico: repubblica presidenziale
Capo dello stato e del governo: Salva Kiir Mayardit (dal 9 luglio 2011); vice presidente: Taban Deng Gai dal 26 luglio 2016
Indipendenza: 9 luglio 2011 (dal Sudan)
Religioni: cristianesimo, religioni tradizionali africane, islam


POPOLAZIONE

Abitanti: 13.026.000 (stime luglio 2017)

Gruppi etnici: denka (35,8%), nuer (15.6%), bari (3%), azande (3%), shilluk-anwak (3%), lotuko, kuku, mundari, kakwa, pojulu, moru, acholi, madi, lulubo, lokoya, toposa, lango, didinga, murle, nakaraka jur, kaliko, bviri e altri
Crescita demografi ca annua: 3,83% (stime 2017)
Tasso di fertilità: 5,07 per donna (2017)
Popolazione urbana: 19,3% (2017)
Speranza di vita: 56 anni
Mortalità infantile (sotto i 5 anni): 92,6 ogni mille nascite
Analfabetismo (sopra i 15 anni): 69%; solo il 5% dei bambini hanno completato le scuole elementari.
Prevalenza Hiv: 2,7% (stime 2016)
Accesso all ‘acqua potabile: 58,7%
Accesso a servizi sanitari adeguati
: 6,7%

 


ECONOMIA

70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il paese dipende ancora dagli aiuti esterni. Il 98% del budget annuale deriva dalle rendite petrolifere. Dal 2005, il paese riceve oltre 4 miliardi di dollari come aiuto estero. Elevate le spese per il mantenimento dell ‘esercito. Industria e infrastrutture ancora in attesa di sviluppo. Quasi inesistenti le strade asfaltate (200 km). L ‘elettricità è prodotta da generatori. Prodotti di consumo e servizi ancora importati dal nord o dai paesi confinanti (Kenya, Uganda)

Indice di sviluppo umano: 0,418 (181° su 185 paesi nel 2015)
Prodotto interno lordo: 2,9 miliardi di dollari (19,75 miliardi a parità di potere d ‘acquisto nel 2017)
Pil pro capite annuo: 222 dollari (1.500 dollari a parità di potere d ‘acquisto nel 2017)
Crescita economica annua: - 6,3% (stime 2017)
Inflazione: 5-600% (variabile)
Risorse agricole: sorgo, masi, riso, miglio, grano, caucciù, canna da zucchero, manghi, papaie, banane, patate dolci, girasoli, cotone, sesamo, cassava, verdure, arachidi; ovini e bovini
Risorse naturali: risorse idriche; terre fertili; petrolio, oro, diamanti, calcari, materiali ferrosi, depositi di rame, cromo, zinco, tungsteno, mica, argento; legname
Debito estero: 38,7% del Pil (2016-2017)

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