"La sfida per il continente è pertanto questa: riuscire a elaborare un modello di sviluppo proprio, che riesca a coniugare, ben più di quanto abbiamo saputo fare noi, progresso, giustizia e solidarietà".

Mi interesso alle vicende del continente africano da ormai 30 anni, ho lavorato in diversi progetti di sviluppo e continuo a rinnovare l’abbonamento a Nigrizia, che ritengo sia una delle fonti di migliore informazione al riguardo. Non mi trovo però in linea con il tono dell’articolo Dove arriva la giraffa, apparso su Nigrizia.it nell’aprile scorso, a firma di Riccardo Barlaam. Quest’ultimo, rifacendosi a quanto pubblicato dall’Economist un mese prima, sciorina una nutrita serie di cifre che dimostrerebbero un favoloso progresso socioeconomico dell’Africa nera. Se è vero che i numeri non mentono, è altrettanto vero che, tramite un’arbitraria scelta degli indicatori e un opportunistico commento dei risultati, si può far dire loro ciò che si vuole. Siamo proprio sicuri che il numero di telefonini e televisori a colori, o il boom dell’industria nigeriana dell’intrattenimento, siano davvero sintomi di un sano sviluppo?

Sulla scarsa attendibilità del Pil nel descrivere il reale benessere di una popolazione è stato scritto tanto anche riguardo ai nostri paesi, figurarsi quanto non si possa dire nel contesto africano. In tale ambito, infatti, gran parte dei roboanti dati sono dovuti al passaggio dall’informale al formale, e quindi non sono altro che la conferma di come, nella nostra mentalità occidentale, le cose iniziano a esistere solo quando si possono contare. Siamo poi sicuri che il passaggio da “arretrate” (e sfuggenti) coltivazioni di sussistenza a modernissime (e contabilizzabili) piantagioni commerciali destinate all’esportazione, rappresenti sempre e comunque un progresso? Per di più, l’Economist stesso segnalava che tali dati vanno presi con le pinze: a suo dire, nel caso dell’Etiopia andrebbero addirittura dimezzati.

Ma anche riguardo a indicatori più significativi, come la mortalità infantile e il tasso di scolarizzazione, bisognerebbe essere prudenti prima di cantare vittoria. Partendo da una condizione tragica, infatti, è relativamente facile ottenere un certo miglioramento. Tuttavia, la gravità della situazione è ancora talmente elevata da fare apparire prematuro e fuori luogo ogni proclama di successo.

Negli anni in cui andavano di moda articoli “shocking”, con descrizioni di mani tagliate, donne stuprate e persone sepolte vive, Nigrizia si è distinta nel mettere in guardia dalle facili generalizzazioni e nell’evidenziare i molti segnali positivi che arrivavano comunque dal continente africano. Ora il “vento editoriale” è cambiato, e fanno più notizia i pescatori che consultano i dati del mercato tramite smartphone per decidere dove attraccare e vendere il proprio pesce, oppure le donne che, grazie a prestiti ottenuti on line, riescono a far partire un piccolo business familiare. Tuttavia, oggi come allora, certe descrizioni non sono certo rappresentative della situazione generale, e testimoniano solo di mode giornalistiche a fini commerciali. Chiunque conosca bene l’Africa subsahariana, infatti, non può evitare di trovare superficiali le valutazioni espresse nelle 14 pagine citate da Barlaam.

Mi aspetterei dunque che Nigrizia, ancora una volta, facesse risaltare la sua competenza al riguardo, staccandosi apertamente dall’asse Economist-Sole24ore e da quanti seguono la moda del momento. I numerosi comboniani che hanno calcato le strade di Nairobi negli ultimi decenni possono offrire la migliore testimonianza di quanto, in Africa, la crescita di una classe media presenti una dinamica molto delicata. Ancor più che da noi, infatti, tale processo, avvenendo in tempi brevi e in contesti poco regolamentati, comporta carichi molto pesanti sui moltissimi esclusi, sia in termini direttamente economici che di tipo socio-ambientale. Ed essendo il continente più povero, l’Africa non dispone di terre lontane in cui esternalizzare i costi del proprio sviluppo (cosa che noi abbiamo ipocritamente fatto e continuiamo a fare, salvo poi lamentarci per i barconi di disperati che giungono sulle nostre spiagge). Va da sé, dunque, che tali costi ricadranno sempre più sui propri esclusi, quelli che, in poche ore, escono dalle baraccopoli, compiono razzie nei negozi del centro e tornano a nascondersi nelle case di lamiera.

Sulle strette relazioni fra boom economico della Nigeria meridionale e crescita del fondamentalismo religioso nel nord depresso del paese, sono state compiute analisi molto ben documentate. Il rischio di uno sviluppo “nairobizzato” del continente africano è dunque ormai palese, ed è diretta conseguenza dell’importazione di un modello esogeno che in Africa non potrà applicarsi se non a costi socio-ambientali abnormi.

La sfida per il continente è pertanto questa: riuscire a elaborare un modello di sviluppo proprio, che riesca a coniugare, ben più di quanto abbiamo saputo fare noi, progresso, giustizia e solidarietà. Si tratta di una scelta obbligata, e vorrei fosse maggiormente sostenuta da Nigrizia, in barba ai facili trionfalismi in cui si crogiolano certi nostri giornalisti di testate economiche e molti arrembanti rappresentanti dell’imprenditoria africana.

Non posso fare a meno di ricordare quando, ormai più di vent’anni fa, dopo due anni trascorsi nel poverissimo Sud Kivu, mi ero trovato ad ammirare estasiato i grattacieli di Nairobi. Con indulgente delicatezza, i comboniani che vi operavano mi avevano allora mostrato l’altra faccia della città, e mi avevano invitato a guardare le cose con gli occhi degli esclusi. Ed è questo lo sguardo che ancora oggi vorrei ritrovare fra le pagine della nostra rivista.

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