Libertà di stampa

Un totale di 110 giornalisti sono rimasti uccisi nel mondo nel 2015. L’ha riferito oggi l’organizzazione Reporter senza frontiere, avvertendo che la maggior parte di loro è stata colpita deliberatamente per il proprio lavoro in paesi cosiddetti “pacifici”.

Sono 67 i giornalisti morti nell’esercizio delle loro funzioni, mentre altri 43 sono morti in circostanze ancora non del tutto chiarite. Altro dato preoccupante è quello che riguarda 27 “citizen-journalist” non professionisti uccisi e la morte di sette altri operatori dei media.

Il bilancio grave è “ampiamente attribuibile a deliberate violenze contro giornalsti” e dimostra il fallimento delle iniziative per proteggere gli operatori dei media, spiega il rapporto annuale di Rsf, chiedendo alle Nazioni unite di muoversi.

In particolare, il rapporto accende un faro sul crescente ruolo di “gruppi non statali” – a partire dai jihadisti legati all’Isis – nel perpetrare atrocità contro i reporter. Nel 2014 due terzi dei giornalisti uccisi sono caduti in zone di guerra. Nel 2015 è stato l’esatto opposto: “Due terzi sono morti in paesi considerati ‘in pace'”.

Il segretario generale di Rsf Christophe Deloire ha definito “assolutamente essenziale” la creazione di un meccanismo specifico di protezione dei giornalisti.

I 67 del 2015 portano a 787 i giornalisti assassinati nel corso del loro lavoro dal 2005, spiega ancora l’organizzazione con base a Parigi. Nel 2014 le vittime erano state 66. I posti più pericolosi al mondo restano l’Iraq e la Siria, con 11 e 10 vittime rispettivamente. Ma al terzo posto c’è la Francia, con gli otto giornalisti assassinati dall’aggressione jihadista a Charlie Hebdo. Tra i paesi del continente africano il più pericoloso è il Sud Sudan che si è piazzato al quinto posto nella classifica mondiale con 7 giornalisti uccisi nel 2015. (AskaNews / Rsf.org)