Le tappe fondamentali
Il percorso che ha portato l’ex colonia belga, indipendente dal 1960, alle prime elezioni libere della sua storia.

1990 – Il presidente Mobutu Sese Seko (al potere dal 24 novembre 1965, dopo un colpo di stato militare) annuncia, in aprile, la fine del partito-stato, il Movimento popolare rivoluzionario, e autorizza, il 18 dicembre, il multipartitismo. Nasce un Fronte unito dell’opposizione, che chiede l’instaurazione di una Conferenza nazionale, rappresentativa di tutte le forze politiche e sociali, con il compito di governare la transizione alla democrazia.

 

1991 – Il 7 agosto cominciano i lavori della Conferenza nazionale sovrana (Cns), che Mobutu tenterà, a più riprese, di snaturare e indebolire. 1° ottobre: la Cns nomina primo ministro Étienne Tshisekedi, autorevole esponente dell’opposizione, che costituisce un governo di unità nazionale. Il 21 ottobre Mobutu gli revoca il mandato.

 

1992 – All’inizio dell’anno, Mobutu chiude la Csn. Seguono manifestazioni di protesta e l’esercito reagisce sparando. La Csn riapre i battenti in aprile e, in agosto, nomina di nuovo Tshisekedi primo ministro. In dicembre, la Conferenza termina il suo compito, non prima di aver chiesto la destituzione di Mobutu per gravi crimini contro l’umanità e appropriazione indebita di beni della nazione. Il 6 dicembre, è istituito l’Alto consiglio della repubblica, il parlamento provvisorio incaricato di redigere la nuova costituzione. A presiederlo è chiamato l’arcivescovo di Kisangani, Laurent Monsengwo, che è già stato presidente della Csn.

 

1993 – In gennaio, il parlamento provvisorio annuncia la destituzione di Mobutu per alto tradimento. I militari reagiscono: Kinshasa è saccheggiata e i morti si contano a centinaia.

 

1994 – Il genocidio ruandese (aprile-giugno, con oltre 500mila morti tra tutsi e hutu moderati) fa fuggire in Zaire circa un milione di profughi, oltre all’esercito ruandese e alle milizie interahamwe. Il tutto è agevolato dalla Francia con l'”Operazione Turquoise”, Mobutu consenziente. In Ruanda prende il potere Paul Kagame.

 

1996 – Il 18 ottobre, quattro movimenti ribelli confluiti nell’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo (Afdl), capeggiate da Laurent-Désiré Kabila (originario di Likasi, nel Katanga, lumumbista e avversario di Mobutu fin dagli anni ’60, vive per decenni alla macchia nel Sud Kivu) attaccano la città di Uvira, sul lago Tanganica, nell’est del paese. È l’inizio della ribellione anti-Mobutu, che in pochi giorni conquista Uvira e, poi, Goma e Bukavu. L’Afdl, composta principalmente di banyamulenge (congolesi di origine ruandese), è supportata da colonne degli eserciti ruandese, burundese, ugandese e angolano. Kigali, Bujumbura, Kampala e Luanda intendono così, per prima cosa, chiudere i conti con le guerriglie che li destabilizzano muovendo dal territorio zairese. Il 20 novembre, l’Afdl attacca i campi dei profughi ruandesi hutu vicino al Lago Kivu e costringe centinaia di migliaia di persone a rientrare in Ruanda. Almeno 200mila si dirigono verso ovest e moriranno di stenti e per gli attacchi delle truppe ruandesi: è definito un “contro-genocidio”. In dicembre, Mobutu rientra dalla Svizzera, dove è stato quattro mesi per farsi curare un cancro alla prostata.

 

1997 – Tra gennaio e febbraio l’Afdl conquista Bunia, Kalemia, Watsa e Isiro. Il 15 marzo cade Kisangani; il 3 aprile, Mbuji-Mayi; il 9, Lubumbashi. I ribelli non incontrano quasi più resistenza e si avvicinano alla capitale. Il 4 maggio, Mobutu e Kabila s’incontrano su una nave sudafricana al largo di Pointe-Noire, ma neppure la mediazione di Nelson Mandela ha successo. Il 16 maggio, Mobutu lascia Kinshasa e si rifugia a Gbadolite, sua città natale (in seguito si trasferirà in Togo e, quindi, a Rabat, in Marocco, dove morirà il 7 settembre a 67 anni, lasciando un patrimonio personale stimato in 7 miliardi di dollari). Il 17 maggio, l’Afdl entra a Kinshasa senza incontrare resistenza; Kabila si autoproclama presidente e cambia il nome del paese in Repubblica democratica del Congo.

 

1998 – Il nuovo corso di Kabila convince poco. Il nuovo leader imbavaglia la stampa, imprigiona o esilia l’opposizione, emargina la società civile e apre alle imprese minerarie americane e sudafricane. A luglio, si consuma la rottura con gli alleati della prima ora: invitati a lasciare il paese, Ruanda, Uganda e Burundi (che, nel frattempo, hanno fatto incetta di ricchezze naturali dell’Rd Congo) gli si rivoltano contro. Nasce una guerriglia anti-Kabila: il Raggruppamento congolese per la democrazia (Rcd), supportato in particolare da Ruanda, e il Movimento per la liberazione del Congo di Jean-Pierre Bemba, aiutato dall’Uganda. Parte un nuovo conflitto interafricano, che vede schierati militarmente Angola, Zimbabwe, Namibia e Ciad.
1999 – Il 10 luglio a Lusaka (Zambia), i belligeranti firmano un cessate-il-fuoco, che resta però sulla carta. L’accordo prevede anche che si apra un dialogo intercongolese. Il 30 novembre, il Consiglio di sicurezza dell’Onu decide la costituzione di una Missione di osservazione in Congo (Monuc), che ha il compito di valutare lo stato dei diritti umani e delle questioni umanitarie, come pure di monitorare l’evolversi della situazione politica.

 

2000 – La guerra continua: a farne le spese sono soprattutto i civili. Tra maggio e giugno, le truppe ruandesi e ugandesi si scontrano nella città di Kisangani: i due ex alleati ora competono tra di loro per il controllo del territorio e delle risorse.
2001 – Il 16 gennaio il presidente Kabila, 62 anni, è assassinato da una delle sue guardie del corpo. Questa la versione ufficiale. Dieci giorni dopo, Joseph Kabila, non ancora trentenne, succede al padre: una procedura monarchica che, evidentemente, sta bene all’establishment kabilista e ai paesi alleati, Angola e Zimbabwe in testa. Mons. Monsengwo, arcivescovo di Kisangani, parla di «ennesimo golpe». In ottobre, s’inaugura ad Addis Abeba (Etiopia) il dialogo intercongolese, che coinvolge governo, gruppi ribelli, partiti, società civile. La Monuc dispiega i primi caschi blu.

 

2002 – Con due pre-accordi – il 30 luglio, a Pretoria (Sudafrica); il 6 settembre, a Luanda (Angola) – si stabilisce che gli eserciti di Ruanda e Uganda si ritirino dal territorio congolese; si stabilisce anche il disimpegno delle truppe dello Zimbabwe e dell’Angola. Il I7 dicembre, a Pretoria, si arriva a firmare un accordo globale e inclusivo, grazie alla costante pressione internazionale, esercitata soprattutto da Stati Uniti, Unione europea, Unione africana, Onu e Sudafrica.
L’accordo prevede due anni di transizione alla democrazia e, alla fine, elezioni presidenziali e legislative; nel frattempo, si deve formare un governo di unità nazionale, presieduto da Kabila ma affiancato da quattro vice presidenti. Continuano i combattimenti nella regione di Uvira tra guerriglieri mayi-mayi e truppe ruandesi. La Monuc schiera 8.700 caschi blu.
2003 – In aprile (ufficialmente da luglio), prende il via il processo di transizione con governo (presieduto da Kabila con 4 vicepresidenti) e parlamento, che comprendono l’ex amministrazione Kabila, i principali movimenti ribelli, l’opposizione politica e la società civile. Si crea un Comitato internazionale di accompagnamento alla transizione (Ciat), che include i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più Belgio, Canada, Sudafrica, Angola, Zambia, Gabon e Mozambico. Si comincia il processo di disarmo, smobilitazione e reinserimento nella vita civile di circa 180mila combattenti e di integrazione di 150mila in un unico esercito nazionale. Si stima che la guerra 1998-2003 abbia provocato non meno di 3 milioni di morti, in gran parte civili. A luglio, gli effettivi della Monuc sono aumentati a 10.800 unità. A fine anno, i donatori internazionali, riuniti a Parigi, promettono 3,9 miliardi di dollari per la ricostruzione.

 

2004 – Inizia la formazione (gennaio-giugno) della prima brigata dell’esercito nazionale integrato: gli istruttori sono belgi, francesi, tedeschi e lussemburghesi. Fallisce, il 28 marzo, un colpo di stato, attribuito a mobutisti. L’11 giugno, uomini della guardia presidenziale prendono il controllo della radio-tivù di stato e dichiarano fallito il processo di transizione. Il tentativo di rovesciare Kabila fallisce in poche ore; decine gli arresti. Sempre in giugno, militari banyamulenge, con il supporto di truppe di Laurent Nkunda (generale tutsi congolese), occupano la città di Bukavu per una settimana. La Monuc, che a fine anno arriverà a disporre di una forza di pace di 16.000 uomini (la maggiore missione dell’Onu al mondo), è contestata per non aver saputo difendere Bukavu. In un rapporto pubblicato in luglio, l’Onu afferma che il Ruanda destabilizza l’Rd Congo.

 

2005 – Ai primi di gennaio, don Apollinaire Malu Malu, presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei), annuncia che le elezioni non si potranno tenere il 30 giugno; si parla di fine 2005 o giugno 2006. In febbraio, 9 caschi blu del Bangladesh, di stanza nell’Ituri, sono uccisi in un’area controllata dalle milizie lendu. In maggio, il parlamento elabora e approva la proposta di costituzione, che viene sottoposta a referendum il 18-19 dicembre; gli iscritti alle liste elettorali oltre 25 milioni.

 

2006 – Il processo di transizione entra nel semestre conclusivo. In gennaio la Cei fornisce i dati del referendum: ha votato il 61,97% degli aventi diritto; l’84,31% ha detto “sì”. Il 18 febbraio, Kabila promulga la nuova costituzione, che prevede un regime semipresidenziale, un ampio decentramento amministrativo (entro 36 mesi ci dovrà essere la suddivisione in 25 province, più la capitale, in luogo delle 11 attuali), un parlamento bicamerale. Il 21 febbraio, il parlamento adotta la legge elettorale, che apre la strada alle elezioni; il 9 marzo, è promulgata dal presidente Kabila.