"Credo che la parola sviluppo vada calata nel contesto africano, cercando di comprendere in essa la ricchezza che c’è nella storia, nella tradizione, nella cultura e nelle tante etnie africane. Tuttavia, la sua analisi mi sembra a senso unico, non superficiale (come bolla la mia), ma piena di pre-giudizi".

Caro Zorloni,

qualche tempo fa, durante un convegno vicino a Parma sui temi dello sviluppo, dell’agricoltura sostenibile e dell’Africa, mi sono ritrovato a polemizzare, se pur simpaticamente, con alcuni dei presenti sul tema del latte. Sì, il latte, preziosa materia prima alla base della nutrizione umana e animale, fondamentale nella catena produttiva alimentare per una lunga serie di prodotti derivati.

Si discettava sul fatto che in alcuni paesi africani, Angola e Sudafrica, delle multinazionali che producono latte stanno provando ad adottare una moderna catena distributiva per riuscire a portare latte fresco, ogni giorno, in vaste zone del paese, anche nelle aree rurali. Io non credo che le multinazionali siano sempre e per forza “brutte e cattive”. Così come non credo che l’Occidente e le aziende occidentali vadano in Africa sempre e solo per sfruttare gli africani. 

Certo, c’è una lunga bibliografia di studi economici che fanno risalire, e a ragione, gran parte dei mali attuali del continente nero ai nostri vizi occidentali. Mi viene in mente, tra tutti, il testo dello storico Paul Bairoch, Rivoluzione industriale e sottosviluppo, che parte proprio da questo assunto, per me condivisibile, sul fatto cioè che la rivoluzione industriale ottocentesca sia stata resa possibile grazie allo sfruttamento indiscriminato delle materie prime e delle ricchezze africane. Una storia che parte da lontano, quella dello sfruttamento del sud del mondo da parte del nord “civilizzato”.

Ma torniamo al latte. Durante il convegno, gli amici di una ong contestarono duramente l’idea che in Africa delle multinazionali potessero vendere latte fresco, distribuendolo nei negozi in giro per il paese, come accade nelle nostre città. Contestavano quell’idea, parlando di una (teorica) strada africana allo sviluppo agricolo, che avrebbe dovuto essere sostenibile, staccandosi dall’idea di un’agricoltura intensiva che tanto male ha fatto ai terreni, non solo in Africa, ma anche da noi. Una visione molto bella, ma difficilmente applicabile nella pratica, ahimè, in tante zone povere e senz’acqua del continente, dove l’agricoltura non si è affatto sviluppata, senza utilizzo di moderne tecniche agronomiche, rispettose dell’ambiente, né tantomeno senza alcuna forma di meccanizzazione. Come si fa a parlare di agricoltura sostenibile quando ci sono aree dove c’è ancora una mera agricoltura di sussistenza?…

Ora, io non so, caro signor Zorloni, che cosa lei usi al mattino per bere il caffè. Io, come gran parte degli occidentali e dei lettori di Nigrizia che vivono in Europa, senza troppa fatica, al mio caffè posso scegliere di aggiungere del latte fresco o, nella peggiore delle ipotesi, non avendo voglia o tempo di acquistare ogni due tre giorni il latte fresco al supermercato, del latte a lunga conservazione. Mentre il mio amico Paul Fotoh, che è a Douala, la città economicamente più sviluppata del Camerun, in una città quindi e in una situazione “privilegiata” rispetto alle zone rurali, perché vive in una comunità religiosa laica con italiani, francesi e africani…, al mattino, per fare il caffelatte, al caffè aggiunge un paio di cucchiai di latte in polvere. Assieme all’acqua.

Chi ha ragione? Noi occidentali che siamo bravi a parlare di sviluppo sostenibile ma continuiamo a vivere nelle nostre comodità (pur se impegnati in progetti di sviluppo, ecc. ecc.) o le multinazionali “cattive” che tra qualche anno, magari, riusciranno a far bere latte fresco anche nelle città del Camerun, dopo Angola e Sudafrica? A voi la risposta.

Che cosa c’entra questo, mi dirà, con la mia rubrica Economia in Bianco&nero. C’entra, c’entra. Gli amici di Nigrizia, da qualche anno, mi chiedono di scrivere questa rubrica mensile sui fatti dell’economia. Sono onorato di poterlo fare. Le assicuro, tuttavia, che non esiste nessun asse Sole 24-Ore-Economist. Quello che scrivo, sono mie opinioni. E restano tali, senza pretendere di assurgere a scienza infusa. Lei è libero di leggerle, di dissentire o semplicemente di voltare pagina. Vede, io faccio di mestiere il giornalista e lavoro in un giornale economico. Lavoro al Sole 24-Ore, ma questo non vuol dire che debba per forza appoggiare le ragioni degli industriali, che sono tra i maggiori azionisti del mio quotidiano. Una cosa è cercare di ragionare di economia, raccontare i fatti e i numeri, un’altra è avere una visione pregiudiziale con un modello di sviluppo vicino alla nostra testa, ma lontano dalla realtà. Ma lei sa che cosa sta avvenendo in Africa? Ci è più andato? Quello che fanno i cinesi, gli indiani, gli arabi… Di come il colonialismo abbia cambiato bandiera e sia diventato economico, più sottile ma invasivo come non mai?

Quello che cerco di fare sulla mia rubrica, ogni mese, anche se non segue la sua visione del mondo, è cercare di dare una lettura, onesta, dei fatti economici che stanno avvenendo in Africa, continente che sta conoscendo una rapida trasformazione come mai prima. Mi permetto di consigliarle il mio libro Miracolo africano, scritto a quattro mani con Massimo Di Nola, per i tipi del Sole 24-Ore, ormai qualche anno fa, se avrà voglia di approfondire il mio punto di vista (sarà mia cura fargliene avere una copia omaggio se mi invia il suo indirizzo tramite Nigrizia).

L’Economist è il più autorevole settimanale economico del mondo, uno dei pochi che fa della credibilità e dell’affidabilità dei dati e delle cifre un valore assoluto. Tanto che gli articoli non sono mai firmati perché espressione della linea editoriale della testata. Ebbene, il fatto che l’Economist decida di inviare per quattro mesi, a sue spese, un giornalista in lungo e in largo in Africa per tentare di fotografare con le parole quello che sta succedendo, con tutti i limiti e le contraddizioni, per me è un fatto che vale la pena di essere raccontato. Lei è libero, ovviamente, di non essere d’accordo. Così come è libero di voltare pagina. 

Mi trovo d’accordo con lei sul fatto che quando si parla di sviluppo in Africa non si può pretendere di applicare un modello occidentale. Credo che la parola sviluppo vada calata nel contesto africano, cercando di comprendere in essa la ricchezza che c’è nella storia, nella tradizione, nella cultura e nelle tante etnie africane. Tuttavia, la sua analisi mi sembra a senso unico, non superficiale (come bolla la mia), ma piena di pre-giudizi. È vero che i numeri vanno interpretati. Tuttavia, le cifre hanno un valore, spesso molto più vicino ai fatti di tante parole. Lavorando in un giornale economico ho imparato nel tempo ad apprezzare il valore dei numeri e quello che c’è dietro le cifre apparentemente fredde delle rilevazioni economiche. Ci sono persone, facce, mani, vite che – si spera – possano migliorare. Lontano da me anni luce, l’idea di fare, come dice lei, “proclami di successo” o di parlare – cito – del “favoloso progresso socioeconomico dell’Africa”. Non seguo nessuna “moda del momento” ma cerco semplicemente di raccontare quello che sta capitando, attraverso i numeri.

Mi trovo d’accordo quando dice che non si può pensare di parlare di sviluppo in Africa con i nostri paradigmi occidentali. Ma non posso fare a meno di registrare quanto di positivo, con tutti i controsensi e contraddizioni che vuole, sta accadendo in questi anni. Quanto poi questo “sviluppo” riuscirà a coniugare i termini “progresso, giustizia e solidarietà, ben più di quanto abbiamo saputo fare noi” non saprei. Non sta a me dirlo. Più ai politici, forse. Lo diranno gli storici tra qualche anno. Piacerebbe anche a me fosse una “scelta obbligata”. Per ora gli economisti e i demografi parlano di un altro film.

Nella rubrica del mese prossimo, se avrà la pazienza di leggerla, tornerò sul recente rapporto demografico pubblicato dalle Nazioni unite in cui si parla di un dimezzamento della popolazione europea da qui al 2050 e di un aumento spaventoso della popolazione africana, grazie al miglioramento delle condizioni, alle aspettative di vita più lunghe e alle nascite. Le differenze e la distanza tra ricchi (pochi) e poveri (tanti) rischiano di aumentare. Come vede, è facile pensare a un modello di sviluppo nel migliore dei mondi possibili. Solo che il mondo va in un’altra direzione. E, a volte, anche se non ci piace, non possiamo farci niente. Io, nel mio lavoro, sono chiamato a raccontarlo. A cercare di dire come stanno le cose. Onestamente, e secondo coscienza. Tutto qui.

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