Da Nigrizia di febbraio 2012: due documenti a confronto
L’esortazione post-sinodale, Africae munus, pur costituendo un forte punto di riferimento per le comunità cristiane, diverge in più punti dalle propositiones dei vescovi. Riduce all’osso i testi delle proposte, rendendole talora meno profetiche, evita il riferimento al commercio di armi, e adotta un modello di chiesa piramidale pre-Vaticano II. Spetta ora ai vescovi e alle chiese locali applicare gli orientamenti con lo stesso coraggio che aveva caratterizzato i lavori sinodali.

Un sinodo è sempre un evento legato al vertice della chiesa. La sua natura, del resto, è soltanto consultiva. Alla fine dei lavori, i vescovi preparano una serie di propositiones, o proposte, da presentare al Papa perché se ne serva nella stesura della sua esortazione post-sinodale. Sì dà per scontato che ci possa essere una certa discrepanza tra le prime e la seconda. Un esempio: la propositio 48 del 1° Sinodo africano recitava: «È essenziale che la chiesa stabilisca ministeri per la donna e intensifichi gli sforzi a favore della sua formazione». L’esortazione papale le toglieva nerbo: «È opportuno che le donne, adeguatamente formate, vengano rese partecipi, ai livelli appropriati, dell’attività apostolica della chiesa » (Ecclesia in Africa, 121).

 

Durante il 2° Sinodo africano (5-25 ottobre 2009), i vescovi si confrontarono con schiettezza e libertà di parola, toccando tutti i principali temi in discussione: dalla scarsa democrazia all’emarginazione della donna, dalla condanna delle multinazionali al destino dei migranti, fino al dialogo Nord-Sud. Si disse che parlarono con parresia, cioè “senza peli sulla lingua”: spesso “contro” qualcuno; sempre “per il meglio dell’Africa”. Con la convinzione che solo la libertà rende liberi.

 

Quando fu il momento di raccogliere tutti gli interventi in “mozioni” da sottoporre al Papa, la questione era quanto del coraggio di parlare registrato in aula sarebbe passato nelle propositiones ed, eventualmente, nell’esortazione papale. I 12 gruppi di studio ne prepararono 272, alcune delle quali lunghe decine di pagine: nessuno dei vescovi e degli esperti invitati che erano intervenuti sembrò disposto a vedere il proprio punto di vista escluso. Per due giorni e due notti la segreteria del sinodo lavorò per ridurre le proposte a 57.

 

Di regola, le proposte sono “segrete”. Ma, «per decisione del Santo Padre Benedetto XVI», la segreteria del sinodo fu autorizzata a rendere nota una loro versione non ufficiale. Ciò non significò un loro riconoscimento come “magistero ecclesiale” (una qualifica che spetta solo all’esortazione papale), ma il popolo di Dio in Africa ebbe la possibilità di conoscere il nocciolo del pensiero dei loro vescovi.

 

A questo punto, si sarebbe potuto ripetere quanto era accaduto al sinodo del 1971 sulla “Giustizia nel mondo”, quando il coraggioso documento prodotto dai padri sinodali fu approvato dal Papa e divenne la voce ufficiale dell’assise. Per il 2° Sinodo africano sarebbe bastato elaborare meglio le propositiones, riordinarle in modo più logico, completarle con il molto materiale tralasciato e aggiungervi chiare indicazioni applicative, senza tralasciare di “raccontare” quanto era accaduto durante il sinodo e di allegarvi un compendio dei migliori interventi in aula e nei gruppi di studio. Si sarebbe creato un nuovo genere letterario nell’insegnamento magisteriale della chiesa, che sarebbe potuto diventare tipico dei sinodi continentali.

 

 

Prospettiva romana

La propositio 1 è di prammatica: «I padri sinodali presentano alla considerazione del Sommo Pontefice i documenti… relativi a questo sinodo. Tale documentazione comprende: i Lineamenta, l’Instrumentum laboris, le Relaziones ante e post disceptationem e i testi degli interventi, sia quelli presentati in aula sia quelli consegnati per iscritto, le Relazioni dei Circoli Minori e le loro discussioni, soprattutto alcune proposte specifiche, che i padri hanno ritenuto di fondamentale importanza». Come a dire: il Sinodo è stato molto più di quanto si può dedurre dalle 57 proposte. C’è poi la frase di rito: «I padri chiedono umilmente al Santo Padre che valuti l’opportunità di offrire un documento sulla chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace». Si tratta del modo “curiale” di chiedere al Papa di degnarsi di scrivere l’esortazione post-sinodale. Ma l’eventualità di non scriverla e di approvare, invece, quanto prodotto dai padri sinodali non è esclusa.

 

Che gli interventi in aula sinodale fossero stati di grande spessore è il Papa stesso a riconoscerlo: «La qualità degli interventi dei padri sinodali e delle altre persone che sono intervenute durante le sessioni, mi ha impressionato. Il realismo e la lungimiranza dei loro contributi hanno dimostrato la maturità cristiana del continente. Non hanno avuto paura di misurarsi con la verità e hanno cercato sinceramente di pensare a possibili soluzioni dei problemi che affrontano le loro chiese particolari, e anche la chiesa universale» (Africae munus, 4). E ancora: «La ricca documentazione che mi è stata rimessa dopo l’assise – i Lineamenta, l’Instrumentum laboris, le relazioni redatte prima e dopo la discussione, gli interventi e i verbali dei gruppi di lavoro – invita a trasformare la teologia in pastorale, cioè in un ministero pastorale molto concreto, in cui le grandi visioni della Sacra Scrittura e della Tradizione vengono applicate all’operare dei vescovi e dei sacerdoti in un tempo e in un luogo determinati» (10).

 

Cos’è avvenuto di questa “ricca documentazione”? Anche una semplice comparazione dei due testi induce il lettore a pensare che l’insegnamento ufficiale della chiesa viene da Roma e dalla curia vaticana, non dai vescovi, anche se riuniti in un sinodo, e che, se un concetto da essi espresso trova un suo riscontro in un documento papale o di una congregazione vaticana, il secondo ha la precedenza.

 

L’esortazione Africae munus è estremamente “curiale” e romana. Nelle 226 note, Benedetto XVI è citato una cinquantina di volte; Giovanni Paolo II, 28 volte (in particolare l’esortazione Ecclesia in Africa); Paolo VI, 5 volte. Le encicliche papali vantano 25 riferimenti; i documenti di congregazioni vaticane, 8 citazioni (5 quelle della Congregazione per la dottrina della fede). Scarsa la presenza dei documenti del Concilio Vaticano II, citati direttamente 4 volte, con altri 5 rimandi di riferimento. Nessuna citazione da documenti di conferenze episcopali nazionali, regionali e continentali africane.

 

Delle 57 propositiones, 53 ottengono un riferimento nelle note. Le 4 assenti sono la 16, sulla “fuga di cervelli”; la 21 sulla “pace”; la 23 sul “commercio di armi”; la 27 sulla “libertà religiosa” (l’esortazione recita che «la libertà religiosa è la via della pace» [94], ma il riferimento è a un’altra propositio e al Messaggio per la giornata mondiale della pace 2011 di Benedetto XVI). Il Messaggio finale del sinodo è citato 11 volte, direttamente o indirettamente. La Relatio ante disceptationem offre al Papa una lunga citazione.

 

Sorprende che solo 6 spezzoni di altrettante propositiones siano stati giudicati degni di finire letteralmente nel testo papale (poche righe, per lo più contenenti affermazioni generiche). Le altre 51 proposte sono segnalate in nota, precedute dalla sigla “cfr”, che significa “confronta”. Un paio di volte, due o tre righe di una propositio sono riprese, ma non virgolettate. In un documento di quasi 25.000 parole, le parole dei padri sinodali non superano una manciata di righe.

 

Siamo agli antipodi di quanto era avvenuto con l’esortazione di Giovanni Paolo II, Ecclesia in Africa, dopo il 1° sinodo del 1994. In quel testo, 60 delle 64 propositiones avevano trovato spazio nel documento papale, o interamente o con lunghe citazioni. Anche nei 25 casi in cui una propositio era segnalata nelle note come riferimento, l’esortazione ne citava alcune righe, e il Papa precisava: «Sono parole che volentieri faccio mie». Intere sezioni erano formate da propositiones dei vescovi, riprese alla lettera e addirittura nell’ordine in cui erano state stese. Il risultato fu sorprendente: delle 31.700 parole della Ecclesia in Africa, oltre 8.500 erano “parole autentiche” dei padri sinodali.

 

Lo stesso Benedetto XVI sembra riconoscere ciò: «L’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Africa del mio Predecessore, il beato Giovanni Paolo II, raccoglieva gli orientamenti e le scelte pastorali dei padri sinodali per una nuova evangelizzazione del continente africano» (Am 2). Avrebbe potuto aggiungere “… e anche le parole stesse”. Per la sua esortazione, invece, afferma: «Con questo documento, desidero offrire i frutti e gli incoraggiamenti del sinodo» (Am 13). Non c’è dubbio che li abbia raccolti tutti ed esposti in modo chiaro. Ma la mancanza della voce dei vescovi africani è da rimpiangere.

 

 

Ritorno alla piramide

Le immagini o i modelli di chiesa che sottostanno ai due documenti divergono radicalmente. I padri sinodali, dopo aver precisato che «l’evangelizzazione consiste essenzialmente nel dare testimonianza prima di tutto attraverso la vita e poi con la parola, in uno spirito di apertura agli altri, di rispetto e dialogo con loro, attenendosi ai valori del Vangelo», si rivolgono alla «chiesa-famiglia di Dio in Africa perché sia testimone della riconciliazione, della giustizia e della pace» (p. 34). I loro orientamenti sono indirizzati in questo ordine: alle piccole comunità cristiane (o comunità ecclesiali viventi) (35), ai laici (37), alle famiglie (38), ai sacerdoti (39), ai seminaristi (40), ai diaconi permanenti (41), ai religiosi (42) e ai catechisti (43-44). Il modello di chiesa adottato dai vescovi è quello di “famiglia di Dio” (17 volte) o di “popolo di Dio” (5 volte).

 

Africae munus, invece, adotta un’immagine di chiesa piramidale pre-Vaticano II. La struttura gerarchica della chiesa è ribadita fin dall’incipit dell’esortazione: «L’impegno dell’Africa (Africae munus) per il Signore Gesù Cristo è un tesoro prezioso che affido… ai vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi permanenti, alle persone consacrate, ai catechisti e ai laici di quel caro continente e delle isole vicine» (Am 1). Benedetto XVI si rivolge «all’intero corpo che è la chiesa», per «mobilitare le energie spirituali e le risorse materiali» e far fronte «agli ostacoli, sia fisici che spirituali, che si innalzano davanti a noi» (Am 98); questo corpo è composto da “membri della chiesa” (99), a ciascuno dei quali «è data una manifestazione particolare dello spirito per il bene comune » (97); essi formano “la famiglia di Dio” (mai “il popolo di Dio”, espressione assente nel documento), nella quale le diversità di grado e di dignità vanno sottolineate. Il compito di tradurre nella pratica gli orientamenti indicati spetta innanzitutto ai vescovi («la chiesa poggia sui vescovi, e tutta la sua condotta obbedisce alle indicazioni di questi stessi capi», 101), quindi ai sacerdoti, «collaboratori prossimi e indispensabili del vescovo» (108), ai missionari, ai diaconi permanenti, alle persone consacrate, ai seminaristi, ai catechisti e, infine, ai laici, «tramite i quali la chiesa si rende presente e attiva nella vita del mondo» (128).

 

Trattandosi dell’Africa, dove è il laicato a portare avanti quasi tutto il lavoro di evangelizzazione, di catechesi e anche di “santificazione” (nella stragrande maggioranza delle comunità la preghiera domenicale, la celebrazione della Parola e la distribuzione della Comunione sono condotte da laici), sorprende che l’esortazione non abbia ripreso l’inizio della propositio 37 – «I fedeli laici, in quanto membri del Popolo di Dio, condividono la triplice missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo» – che richiama il sacerdozio comune dei fedeli, stupendamente espresso nella Lumen gentium (2) del Vaticano II.

 

In fatto di fedeltà al Concilio, molto meglio aveva fatto Giovanni Paolo II nella Ecclesia in Africa, dove l’espressione “Popolo di Dio” era stata usata 18 volte. «Esorto tutto il popolo di Dio in Africa ad accogliere con animo aperto il messaggio di speranza che gli è stato indirizzato dall’assembla sinodale» (Ecclesia in Africa, 14). E, parlando a questo popolo, nel capitolo V (“Mi sarete testimoni” in Africa), costituito da «operatori dell’evangelizzazione» (88), era partito dalla base, cioè dalle “comunità ecclesiali vive” (89) e dal laicato (90), per passare poi ai catechisti (91), alla famiglia (92), ai giovani (93), agli uomini e donne consacrati (94), ai futuri sacerdoti (95), ai diaconi (96), ai sacerdoti (97), e ai vescovi, «che eserciteranno l’insostituibile servizio dell’unità nella carità» (98).

 

C’è da augurarsi che nelle edizioni dell’esortazione Africae munus pubblicate e distribuite in Africa la “ricca documentazione” del sinodo trovi spazio, almeno come compendio dei testi più significativi. Servirà a dare una visione più completa del sinodo stesso. Oltre a conoscere i molti suggerimenti pratici elencati dai vescovi nelle propositiones e non entrati nell’esortazione, i cattolici africani – e non solo – potranno riscontrare le non poche discrepanze tra i due documenti (vedi box) e ritrovare vere e proprie perle uscite dalle labbra dei loro pastori. Due brevi esempi: «I paesi e le famiglie africani investono grandi somme di denaro nel formare professionisti per contribuire a migliorare le condizioni di vita della gente. Purtroppo molti di loro abbandonano il paese subito dopo la loro specializzazione con la speranza di trovare migliori condizioni di lavoro e di remunerazione » (16). «I padri sinodali condannano categoricamente la produzione di armi nucleari, armi biologiche, armi anti-persona e ogni tipo di armi di distruzione di massa, e chiedono che esse siano bandite dalla faccia della terra. (…) Incoraggiano le Conferenze episcopali dei paesi che producono armi a raccomandare pubblicamente ai propri governi di introdurre una legislazione che riduca la produzione e la distribuzione di armi, che altrimenti vanno a scapito dei popoli e delle nazioni africani» (23).

 

 

Box: Se le differenze nascondono contrasti, incomprensioni e disaccordi

L’esortazione, al n° 105, cita la propositio 3: «Il Sinodo ha ricordato che “la chiesa è una comunione che genera una solidarietà pastorale organica. I vescovi, in comunione con il vescovo di Roma, sono i primi promotori della comunione e della collaborazione nell’apostolato della chiesa”», ma tralascia di completare la citazione: «… un apostolato al quale partecipano i preti, i diaconi, le persone consacrate e i fedeli laici».

In materia di sacramento della riconciliazione, i due testi sono d’accordo nel dire che, «celebrato nella fede, questo sacramento è sufficiente a riconciliarci con Dio e con il prossimo» (Am 33; p. 7). Ma i padri sinodali prestano molta più attenzione alle pratiche e ai riti tradizionali africani di riconciliazione. Sapendo quanto questi abbiano contribuito alla pacificazione di nazioni dilaniate da conflitti, sono propensi a esaminarli in vista di un loro uso anche nella chiesa: «Si conferma necessario effettuare uno studio serio e profondo dei riti tradizionali africani di riconciliazione, per esempio la riconciliazione verbale (dove un gruppo di saggi svolgono un arbitrato pubblico di casi giudiziari) e la ricomposizione di conflitti attraverso un “gruppo di mediatori”. Simili organismi possono essere creati all’interno delle commissioni “Giustizia e pace”, per aiutare i cristiani a operare una conversione profonda nella celebrazione del sacramento della riconciliazione ». Africae munus è molto più cauta: «Sarebbe bene che i vescovi facessero studiare seriamente le cerimonie tradizionali africane di riconciliazione per valutarne gli aspetti positivi e i limiti. Infatti, queste mediazioni pedagogiche tradizionali non possono, in nessun caso, sostituire il sacramento».

Questa difformità di vedute nasce dal diverso modo di giudicare le religioni tradizionali africane. L’esortazione riprende dalla propositio 13 la costituzione conciliare Nostra aetate sulle relazioni della chiesa con le religioni non cristiane: «La chiesa esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi» (NA 2). Ma mentre per il Papa «queste religioni, che si riferiscono agli antenati e a una forma di mediazione fra l’uomo e l’Immanenza, sono l’humus culturale e spirituale da cui viene la maggior parte dei cristiani convertiti e con cui mantengono un contatto quotidiano» (Am 92), per i vescovi, continuando la citazione conciliare, nelle religioni africane «si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema o il Padre”…; pertanto i padri sinodali “nulla rigettano di quanto è vero e santo in queste religioni”» (p. 13).

E il ruolo della donna nella chiesa? Il Papa si unisce ai padri sinodali nell’invitare «insistentemente i discepoli di Cristo a combattere ogni atto di violenza contro le donne, a denunciarlo e a condannarlo». Rivolgendosi alle donne cattoliche, cita il Messaggio finale: «Voi siete per le chiese locali come “la spina dorsale” ». Ma poi preferisce citare la Ecclesia in Africa: «Possano i vescovi incoraggiare e promuovere la formazione delle donne affinché esse assumano “la loro propria parte di responsabilità e di partecipazione nella vita comunitaria della società e […] della chiesa”. Esse contribuiranno così all’umanizzazione della società » (Am 56), ignorando precise e coraggiose proposte dei vescovi, tra cui, «l’integrazione più ampia delle donne nelle strutture della chiesa e nei processi decisionali; l’istituzione di una commissione di studio diocesana e nazionale per trattare le questioni delle donne, per aiutarle a svolgere meglio la loro missione nella chiesa e nella società; l’istituzione di una commissione di studio sulle donne nella chiesa all’interno del Pontificio consiglio per la famiglia » (p. 47).

 


 



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