L’editoriale del numero di dicembre 2010
Il 2010 visto dall’Africa e le sfide per il nuovo anno.

Si chiude un anno, il 2010, con l’Africa finita spesso nei titoli di giornali e Tv di mezzo mondo. Anche in quelli, distratti, italiani. Grazie al volano dei mondiali sudafricani. Un business mediatico che ha lustrato l’immagine, spesso negativa, con cui si veste (o vestono) il continente. Il pallone, dunque, come strumento per narrazioni consolatorie dell’Africa. Ma anche un po’ pigre. Che risvegliano, tuttavia, l’opinione pubblica dal torpore che la prende, quando si tratta di ascoltare o capire le dinamiche africane. Abbondano, comunque, i dizionari dei luoghi comuni, da cui si attinge copiosamente. Soprattutto quando si tratta di raccontare ciò che ci sfugge.

 

Rimane intenso il desiderio, quando si parla di quell’immenso continente (la cartina a pagina 2 di Nigrizia dà l’idea di quanto sia smisurato), d’indicare, al minimo bagliore, la luce alla fine del tunnel. Si citano statistiche ottimistiche del 2010: economia che cresce, nonostante la crisi globale; elezioni politiche in una decina di paesi, vissute senza eccessivi traumi; calo dei conflitti armati; buona sanità che si materializza in aree sempre più vaste del continente; investimenti diretti sempre più massicci da parte di grandi paesi, soprattutto asiatici (Cina in testa)…

 

Ci sarebbe da essere fiduciosi, se l’Africa non avesse conosciuto nella sua storia molte false partenze e se alla crescita economica e al progresso socio-sanitario non si accompagnasse ancora un declino dei diritti politici, sociali e della sicurezza. Ci sarebbe da festeggiare con i calici colmi di speranza, se democrazia e libertà nel continente non fossero tuttora parole mimetiche e promiscue, se l’oligarchia che governa in molte parti di esso cannibalizzasse meno le economie locali, e se la pratica dello sfruttamento sfrenato fosse interrotta, condannata e punita. Secondo stime pubblicate dal Financial Times lo scorso 1° giugno, almeno 854 miliardi di dollari, dal 1970, sono stati dirottati dall’Africa in una serie di fughe di capitali all’estero.

 

C’è da guardare con sospetto anche quegli “ottimisti” delle banche d’affari o istituti d’analisi che giudicano l’Africa il grande business dei prossimi 10 anni. Un business da 2.600 miliardi di dollari. Sono gli stessi che propongono lo shopping terriero in Africa. O lo sfruttamento di quel 10% di riserve mondiali di petrolio custodite nel sottosuolo e nei mari africani. O l’abbuffata delle risorse minerarie. Di tutto ciò beneficerà il popolo africano?

Corruzione, rigurgiti islamico-radicali, commerci di droga, forti pressioni migratorie, terrorismo… Sono le altre grandi partite aperte in Africa.

 

Il 2011 s’affaccia, dunque, carico di interrogativi. Lungo l’elenco delle “attese” africane all’alba del nuovo anno. Ma per noi sono tre gli appuntamenti che potrebbero segnare, in positivo o in negativo, il futuro prossimo del continente: il referendum del 9 gennaio per l’indipendenza del Sud Sudan; le elezioni in Nigeria e in Egitto.

 

Il voto di Juba potrebbe rappresentare uno spartiacque. Anche escludendo il ritorno (possibile) alle armi tra nord e sud, dividere a metà il più grande paese africano significa creare un precedente potenzialmente minaccioso, se preso come modello da replicare in altre aree conflittuali. Perché il Sud Sudan sì e il Kivu congolese no? O lo stesso Darfur? Le tensioni generate dal referendum potrebbero espandersi a macchia d’olio oltre confine. Senza scordare gli equilibri geopolitici che quella secessione mina: l’Egitto, ad esempio, sarà felice di avere un altro paese rivierasco che rivendica diritti sull’utilizzo delle acque del Nilo? La Cina, principale fruitore del petrolio sudanese, sarà contenta di dover trattare i diritti, non più con Khartoum, ma con Juba, visto che il greggio si trova prevalentemente a sud di Abyei? Trovare compromessi adeguati e conciliatori post-referendum sarà una priorità per l’Africa. Non solo per il Sudan.

 

Lo stesso vale per la Nigeria. Secondo Jim O’Neil, capo economista della Goldman Sachs, questo colosso economico nel 2050 potrebbe pesare economicamente più di Canada, Italia e Corea del Sud. Un gigante. Con i piedi d’argilla, tuttavia. Colpa di una situazione fragile al sud con i movimenti ribelli del Delta del Niger, e al nord con le tensioni religiose e sociali tra cristiani e islamici. Il presidente Jonathan Goodluck non è ancora certo della sua candidatura alle elezioni. La successione di Yar’Adua si profila turbolenta. I vecchi falchi alla Babangida sono pronti alla finestra del voto per influenzarne l’esito. La stabilità della Nigeria, tuttavia, è un patrimonio inestimabile, che non può essere corroso.

 

Infine, l’Egitto. A settembre, le presidenziali arriveranno in un periodo di lento declino del paese dei faraoni. Soprattutto nella sua fortezza africana. Gli uomini d’affari hanno sostituito i militari al governo. Gli Stati Uniti, da sempre grande sponsor del Cairo (secondo beneficiario, dopo Israele, del sostegno americano con 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari), guardano con sospetto, se non con diffidenza, all’investitura come erede del presidente Hosni Mubarak del figlio Gamal. I Fratelli Musulmani intercettano ancora con carisma gli umori dell’opinione pubblica, alla ricerca di un nuovo paladino della causa araba. La transizione dall’ottantenne faraone, che nel 2011 festeggerà i 30 anni al potere, al suo successore non sarà un periodo semplice.

 

Sud Sudan. Nigeria. Egitto. Gli esiti e sviluppi del voto in questi tre paesi rischiano di condizionare e plasmare il futuro dell’intero continente.





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