ECONOMIA IN BIANCO & NERO – dicembre 2011
Riccardo Barlaam

Dicembre, tempo di bilanci. Nel 2011 in Africa si sono svolte 20 elezioni politiche, con cambiamenti, in molti casi, di leader e di governi. È nata pacificamente, dopo un referendum popolare, una nuova nazione: il Sud Sudan. Certo ci sono tante difficoltà – questo numero di Nigrizia lo testimonia – ma l’indipendenza è un passo avanti per questo giovane paese, per Juba, la giovane capitale con le strade sterrate e i ministeri nei container, per la sua gente piena di entusiasmo, e per l’Africa intera.

Un anno fa, il 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, giovane laureato che per sbarcare il lunario aveva messo su un piccolo banchetto di frutta al suk di Sidi Bouzid, in Tunisia, si diede fuoco davanti al municipio, per protestare contro la polizia, che aveva sequestrato il suo banchetto non autorizzato. Morì il 4 gennaio. Dal suo sacrificio è scaturita la primavera araba (africana). In Tunisia ed Egitto, dopo una rivolta popolare pacifica lanciata con l’aiuto di social network e sms, c’è stato un cambio di regime. Ben Ali e Mubarak, autocrati al potere da decenni, sono stati costretti a passare la mano.

Si è passati a regimi democratici, con ancora tanti problemi. Ma la transizione verso qualcosa di altro, di meglio, è in atto. Lo stesso è successo in Libia, dopo una guerra civile e un pesante intervento militare della Nato: è finito un regime dittatoriale che durava da oltre 40 anni. Si sta andando verso qualcosa di diverso. Molti osservatori auspicano che in questi paesi prevalgano partiti islamici moderati, sul modello della Turchia, che possa esserci stabilità politica e opportunità di sviluppo e di crescita e di lavoro per la popolazione intera. Proprio come sta succedendo ad Ankara, che è chiamata da molti imprenditori italiani, che lì hanno delocalizzato, “la Cina dietro casa”. Considerando anche che le imprese europee hanno tutto da guadagnare, in termini di forza lavoro, favorendo insediamenti produttivi nei paesi del Nord Africa, che di lavoro hanno fame.

Il mondo occidentale è impegnato a curarsi le ferite della crisi finanziaria. Ferite più gravi del previsto, che sembrano non guarire mai. Lo sguardo dell’Occidente verso il sud del mondo è sempre più distratto. Ma forse questo non è un male in assoluto, come teorizza l’economista Dambisa Moyo nel libro Dead Aid. Negli ultimi anni, l’Africa ha alzato la testa e, forse per la prima volta, sta cercando di andare avanti da sola, nonostante tutto. A sparigliare le carte ci ha pensato la Cina e altri paesi emergenti, come India, Brasile, Corea…

Le ex potenze coloniali sono rimaste spiazzate. Non sono più le sole. La partita si gioca con diversi partner possibili. Sarà per questo che le statistiche delle organizzazioni internazionali registrano ancora una dinamicità economica davvero insperata. Soprattutto se si confrontano le giovani e vivaci economie di tanti paesi africani con quelle disastrate di casa nostra. Ne abbiamo parlato a lungo in queste pagine durante l’anno. Tra i 10 paesi con la maggiore crescita economica al mondo, 6 sono africani.

La nazione che cresce in assoluto di più di tutte non è la Cina, e nemmeno l’India, ma il piccolo democratico Ghana del buon governo (e del petrolio appena trovato), che nel primo trimestre dell’anno ha fatto segnare un aumento del prodotto interno lordo (Pil) del 20,1%. Grazie anche al dinamismo del Sudafrica e agli investimenti di Brasile, Russia, India e Cina, il Pil dell’Africa quasi raddoppierà nel prossimo decennio, passando dai 1.600 miliardi di dollari agli oltre 2.600 del 2020. Secondo uno studio della Ernst & Young, una grossa mano allo sviluppo e alla crescita arriverà dagli investimenti esteri, che dovrebbero raggiungere i 150 miliardi di dollari già nel 2015, grazie al migliorato clima economico-politico: riduzione della corruzione, maggiore stabilità politica, pratiche di buon governo imposte da Fmi e Onu in cambio di aiuti e prestiti, rafforzamento della democrazia in tanti paesi.

Certo non sono solo fiori. Ci sono tanti problemi in Africa (ma anche in Occidente). La cosa più significativa è che mi sembra stia scomparendo dall’immaginario culturale occidentale l’idea-luogo comune che paragona Africa a povertà, fame e guerre. L’Africa è questo, ma è anche, e sempre di più, molto altro.

Voglio chiudere l’anno augurandovi le cose migliori per il prossimo, con questa notizia: in Kenya, a Naivasha, è stata appena inaugurata la prima fabbrica africana di pannelli solari. Lo stabilimento è nato grazie alla joint-venture tra la società olandese Ubbin B.V., del gruppo tedesco German Centrotec Sustainable, con la società kenyana Chloride Exide. Vi saranno costruiti nuovi pannelli solari (potenza tra i 13 e i 200 watt) destinati al mercato dell’Africa centrale e orientale. Dato che più del 90% della popolazione rurale africana non è collegata alle reti nazionali di elettricità, si tratta di un altro passo avanti.