Editoriale Nigrizia, Gennaio 2013

Bene sociale. Elemento vitale insostituibile. Risorsa, però, che tende a scarseggiare. Per il suo sfruttamento si esacerbano tensioni. Talvolta conflitti.

L’acqua. L’Europa vorrebbe monetizzarla. Le Nazioni Unite, invece, hanno dedicato il 2013 alla cooperazione internazionale per la gestione dell’oro blu, considerato fondamentale per lo sviluppo socio-economico. Ma, soprattutto, indispensabile per la sicurezza alimentare di tutti i popoli, per la salute umana, per il benessere fisico e per l’igiene.

La geografia idrica del mondo pulsa di macchie rosse che si espandono sempre più. Sono le aree che soffrono di stress idrico. Preoccupa, in particolare, la riduzione dei volumi disponibili, dipendente dagli sprechi, dai cambiamenti climatici e dalla crescita esponenziale della popolazione, che contribuisce a innalzare la richiesta idrica in tutto il mondo.

Eppure ci sarebbe una quantità enorme di acqua nel nostro pianeta. Ma la maggior parte è salata. «Acqua, acqua dappertutto e nemmeno una goccia da bere», la battuta del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Solo il 2,5% dell’acqua sulla terra, infatti, è dolce. Solo lo 0,01% delle riserve idriche del mondo è contenuta nei laghi e nei fiumi. Secondo gli scenari elaborati dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2050 la domanda d’acqua è destinata a crescere globalmente di circa il 55% rispetto all’anno 2000. Già oggi in Africa – nonostante il 60% del continente sia coperto da bacini fluviali transfrontalieri – 300 milioni di persone non hanno accesso all’acqua e 500 milioni non dispongono di servizi igienici decenti.

Se non si procede a una gestione sostenibile delle risorse, oltre il 40% della popolazione mondiale vivrà in bacini idrografici affetti da gravi carenze idriche, carenze alle quali aggiungere anche un aumento di circa il 20% dei rischi di danno alla vita umana.

La perdita delle fonti di acqua dolce è considerata, proprio per questo, la principale minaccia alla sicurezza del genere umano. Impallidiscono, al suo confronto, le ossessioni che riempiono oggi i mezzi d’informazione. Senza chiedere asilo alla fantasia, ma leggendo i rapporti dei servizi d’intelligence appaiono possibili attentati contro dighe e argini; conflitti innescati da siccità; inondazioni come armi di ricatto ed eserciti pronti a battersi per il controllo di una risorsa

sempre più preziosa.

Nigrizia tratta ampiamente il tema, dedicando il dossier di questo numero al bacino idrografico del Nilo. Un’area che presenta plasticamente tutte e tre le principali crisi che minacciano l’acqua: a) la contesa tra stati e popoli sul controllo del corso fluviale; b) un’enorme pressione demografica nel bacino che porta con sé uno sfruttamento maggiore del fiume; c) il rischio di un prosciugamento progressivo delle risorse idriche, a causa anche di funesti cambiamenti climatici.

I pericoli, al momento, sono ricondotti negli argini. Prevale quella che è stata definita l’idrodiplomazia. Ma fino a quando? Qual è il livello di tollerabilità, ad esempio, dell’Egitto?

Il Cairo riuscirà a superare il terrore che una più equa ridistribuzione delle acque con i paesi rivieraschi a monte possa prosciugare il “suo” fiume, dal quale dipende in maniera tirannica?

I prossimi anni ci diranno se il più lungo fiume al mondo tornerà a essere un ponte tra le civiltà fluviali o una barriera. Anche la Chiesa, presente nei paesi interessati, potrebbe avere

un ruolo significativo nell’incoraggiare ogni sforzo volto a un’equa condivisione delle risorse idriche. Proprio per questo, è una necessità avere oggi i fari puntati su quella fetta del mappamondo africano che coinvolge undici paesi con oltre 400 milioni di persone. Un’urgenza non solo per Nigrizia e i comboniani. Crediamo che sia strategico per la stessa Campagna italiana per il Sudan non snobbare con il silenzio quel che accade nelle rive del fiume (ha già iniziato pubblicando un ricco dossier). La Campagna, promossa da diverse organizzazioni della società civile, è nata per sostenere la pace tra due mondi – Khartoum e Juba, universo arabo e quello africano – in perenne conflitto tra loro. La pace raggiunta nel 2005 è fragile. Galleggia tra petrolio, acqua e confini. Ma per raccontare quel che accade lì, ora, non si possono disertare le dinamiche, le scelte, le politiche che attraversano i paesi confinanti. Le loro interferenze con i due Sudan. Dal Corno d’Africa,

all’Egitto fino agli stati dei laghi equatoriali. Le connessioni tra loro sono sempre più strette. Inestricabili. Così il bacino del Nilo potrebbe davvero rivelarsi una lente speciale per leggere più in profondità gli equilibri strategici di quella porzione d’Africa, che soggiorna troppo spesso nelle nostre indifferenze.