"Mentre laggiù si continua a morire, come evitare una sterile e grottesca diatriba fra nostalgici di un’Africa tradizionale che non c’è quasi più, ed entusiasti di un’Africa illusoria che dovrebbe progredire sulle ali degli investimenti finanziari e delle moderne tecnologie"?

Gentile Barlaam,

la ringrazio per la risposta alle mie critiche, e ringrazio soprattutto la redazione di Nigrizia per lo spazio accordato a questo dibattito. Innanzitutto mi permetta di farle notare un refuso nella sua citazione riguardante Paul Bairoch. Lo storico belga, infatti, non diceva che “la rivoluzione industriale ottocentesca sia stata resa possibile grazie allo sfruttamento indiscriminato delle materie prime e delle ricchezze africane”, come da lei affermato. Anzi, pur ammettendo le responsabilità del colonialismo nel mancato decollo economico dell’Africa, affermava che i grossi danni inflitti a tale continente sono stati pressoché ininfluenti nella genesi della nostra industrializzazione. Questa chiave di lettura è stata molto criticata (e anche a me non convince), tuttavia Bairoch ne andava fiero e sarebbe ingiusto, oggi, non riconoscergliela.

Ma torniamo al nocciolo della questione. Per difendere l’operato delle multinazionali in Africa, lei, come fanno molte persone che condividono le sue idee, sceglie di parlare del latte. Certo, le vostre posizioni sarebbero più difficilmente difendibili se si prendessero in esame il petrolio, i diamanti, il coltan e altre “piccolezze” simili. Ma quando si nomina l’alimento che evoca i bambini, ci si commuove sempre un po’. Comunque, parliamo pure del latte. Del resto, è un prodotto con il quale ho molto a che fare, in Africa e altrove (sono veterinario tropicalista). Orbene, il suo approccio alla questione è molto eloquente di ciò che si potrebbe definire una “visione eurocentrica” o, più semplicemente, un modo di guardare le cose “con gli occhi di occidentale”.

Mi spiego meglio. Parlando di “latte”, a noi viene subito in mente quel liquido organico bianco che, prodotto dai mammiferi, permette ai loro piccoli di essere nutriti nei primi giorni di vita. E fin qui, tutto normale. Poi, però, pensiamo automaticamente a molti aspetti particolari, come la colazione, la digeribilità, le caratteristiche dietetiche e il prezzo. In Africa avviene un po’ diversamente e, nella concezione olistica tradizionale, è difficile, e soprattutto insensato, scorporare un prodotto dalla sua dinamica di produzione o, azzarderei addirittura dire, dal suo ambito culturale. Non a caso, in lingua swahili, il termine maziwa indica tanto il latte quanto la mammella, poiché l’una cosa non ha senso senza l’altra. Un osservatore superficiale potrebbe frettolosamente concludere che lo swahili è una lingua povera, ma non penso sia così.

Definire “povera” una lingua in base al numero di vocaboli che contiene, è anche questo sintomatico del nostro approccio alle questioni. Nella nostra evoluzione culturale, abbiamo progressivamente accresciuto l’importanza attribuita agli aspetti numerici. Pertanto, tendiamo a conferire maggior valore a ciò che si può contare, sminuendo l’importanza dei concetti non racchiudibili nei nostri rassicuranti schemi mentali. Le persone che fanno parte delle società tradizionali africane, però, ne hanno altri. E quando si parla di latte, a loro vengono in mente una quantità di immagini che noi, affrettatamente, bolliamo come “oscurantiste”: l’aspetto cosmogonico, le forze soprannaturali, i vincoli sociali, le dinamiche del dono, gli obblighi di parentela… e via dicendo.

Di persone così, in Africa, ce ne sono sempre meno. E sempre di più se ne contano come il suo amico che, risiedendo in una grande città, entra pian piano nell’ottica occidentale e tende quindi a guardare solo nella sua scodella. Di conseguenza, è portato a desiderare i molti vantaggi della modernità, anche se ottenuti sulle spalle di altri. Se continuiamo a farlo noi, come possiamo negarlo a lui? Siamo forse razzisti? Certo che no: né io né lei lo siamo, e riconosciamo con soddisfazione che certe barriere, certi fossati tra popolazioni, vanno assottigliandosi. Lo scambio culturale fra diverse civiltà è di antica data, e si potrebbe definire “il sale della storia”. Ma un vero scambio avviene nei due sensi, e qui non ci siamo.

Riguardo alla cultura, l’Africa non sta scambiando niente con noi, sta semplicemente importando una brutta copia del nostro sistema di sviluppo. Se poi non lo fa direttamente, ma attraverso una versione taroccata dalla Cina, le cose non cambiano. Come ben sa, i prodotti contraffatti spesso amplificano i difetti degli originali. Pertanto, questo modello di sviluppo sta producendo squilibri interni da noi inimmaginabili, con costi esorbitanti che gli esclusi (tantissimi) stanno pagando per consentire l’arrivo del latte nelle scodelle dei privilegiati (pochissimi). Se si trattasse solo di latte, sarebbe il meno. Ma le spirali che giungono a far desiderare le case e le auto di lusso, in quel continente, sono molto più vorticose che da noi.

Nonostante i suoi dubbi al riguardo, gentile Barlaam, io in Africa ci sono tornato e ci continuo ad andare. E constato, a differenza del fugace (e misterioso) inviato dell’Economist, il peggioramento sociale al quale sono state condannate centinaia di milioni di persone, per permettere a qualche migliaio di connazionali una vita “da bianchi”. Constato quindi che quel fossato non si sta riducendo, bensì semplicemente spostando in modo da includere una piccolissima parte della popolazione locale, quella parte che conta e che ci serve da testa di ponte per continuare a imporre i nostri interessi anche lì. In questo, non inventiamo niente di nuovo: copiamo semplicemente quanto realizzato dalle potenze coloniali, che avevano costituito ad hoc una classe di évolués funzionale ai loro scopi.

E gli altri, quelli che non riescono a essere baciati dalla dea bianca del progresso, cosa fanno? Dobbiamo stupirci se, non riuscendo a giungervi per vie legali, cercano di farlo comunque? La cieca rabbia islamista, l’aumento esponenziale della delinquenza, la follia di chi indebita tutta la sua famiglia per riuscire a salire sui barconi diretti in Europa, sono solo la punta di quell’iceberg criminale che si nasconde dietro ai bei numeri sciorinati dall’Economist.

Mi creda, Barlaam, anch’io sono partito da posizioni simili alle sue. Fresco di laurea, sono giunto in Africa nel 1988 e, pensi un po’, come primo compito mi sono trovato a dispensare lezioni in un istituto tecnico. Cosa crede che insegnassi? Né più né meno, ciò che possono insegnare le persone convinte della bontà universale della mirabolante scienza occidentale. Poi, con gli anni, ho cominciato a vedere che le cose non funzionavano proprio così, e l’Africa, come è sano che succeda, ha preso a sconvolgere i miei rigidi schemi.

Sono allora passato dalla cattedra al banco, e mi sono accorto che gli africani non avevano tanto bisogno di ricette esterne, quanto di spazio per poter realizzare le proprie. In questo bagno di umiltà non sono certo stato originale: ho semplicemente seguito l’esempio di molti missionari. Sono arrivati prima di noi e, anticipando in chiave religiosa la Rivoluzione Verde, hanno provato a piantare laggiù i loro “europeissimi” semi di Dio. Poi, come eloquentemente espresso in un video realizzato dai saveriani (si intitola Bwami, e glielo consiglio), hanno capito che, sul posto, tali semi c’erano già, e di varietà ben più adatte delle nostre. Io, con tutto il mio laicismo e il mio razionalismo scientifico, ho dovuto riconoscere (e non ci sono certo riuscito dall’oggi al domani) che il giusto approccio era quello, non solo da un punto di vista morale, ma anche e soprattutto pratico.

Ho cercato dunque di approfondire le mie conoscenze di quanto già esisteva nel sapere locale, e mi si è aperta una miniera inestimabile. Non che prima fosse nascosta, ma io non avevo ancora maturato lo sguardo giusto per vederla. Ho così capito, fra le altre cose, che l’intensificazione agricola, portata avanti sul modello della Rivoluzione Verde, comporta certamente un aumento spettacolare della produzione di latte, così da permettere ai suoi (e ai miei) amici che vivono in città di trovare più facilmente questo prodotto. Nel contempo, però, distrugge culture, disgrega tessuti sociali, produce un esercito di disoccupati e piccoli contadini privati delle loro terre.

Sarebbe sbagliato pensare che il danno si limiti all’ambito socio-culturale. Il bilancio economico dell’operazione, infatti, è positivo solo in apparenza. Se si includono tutti i costi, anche quelli che i politici e i manager sono molto bravi a esternalizzare, si vede che non è così. Certo, i ricavi delle multinazionali del latte, e quelli delle ditte di distribuzione, accrescono il Pil. E lo aumentano anche i costi sostenuti per difendersi dagli emarginati che, spossessati delle loro culture e delle loro terre, affollano le periferie urbane e cercano di cavarsela come possono. Ma tutto ciò non è indice di progresso. I disperati che giungono sulle nostre spiagge, da che situazioni pensa mai che fuggano?

 

Cosa fare, dunque? Mentre laggiù si continua a morire, come evitare una sterile e grottesca diatriba fra nostalgici di un’Africa tradizionale che non c’è quasi più, ed entusiasti di un’Africa illusoria che dovrebbe progredire sulle ali degli investimenti finanziari e delle moderne tecnologie? Gli africani non possono, non devono e non vogliono chiudersi al mondo. Ma, al tempo stesso, sono stanchi di operazioni di facciata. Una volta, queste erano rappresentate dai bei discorsi. Oggi, invece, si preferiscono usare i numerini. Illusori gli uni quanto gli altri, checché ne dica l’Economist.

Quando affermo che l’unica strada per il continente è quella di riuscire a elaborare un proprio modello di sviluppo che riesca a coniugare progresso, giustizia e solidarietà, non parlo del mondo dei sogni, ma descrivo quanto milioni di africani stanno già cercando di fare, quotidianamente, al di fuori dei sacri dogmi delle grandi istituzioni finanziarie: è questo il reale “miracolo africano”. Non è dunque vero che “there is no alternative” e che l’unica possibilità, per loro, sia quella di accettare acriticamente il nostro sistema economico. L’alternativa c’è, basta avere gli occhi giusti per riconoscerla. E di essa abbiamo estremo bisogno anche noi. Anche qui, infatti, abbiamo i piccoli produttori di latte che chiudono le stalle a causa delle multinazionali, i bilanci bugiardi che non tengono conto delle esternalità, i servizi sociali ridotti allo stremo, mentre aumentano i compensi e le buonuscite dei banchieri che hanno enormi responsabilità nella genesi dell’attuale crisi economica. E anche qui, grazie alla ristrettezza del Mediterraneo, la situazione dell’Africa si presenta sempre meno sotto forma di numeri virtuali e sempre più sotto quella di volti reali: le baraccopoli africane, nuova patria degli esclusi, si stanno allargando fino a giungere sulle nostre coste.

Se lasciassimo all’Africa lo spazio economico per camminare con le proprie gambe, invece di costringerla a usare le nostre stampelle, ci costerebbe sicuramente qualche sacrificio. Tuttavia, in un bilancio davvero sincero perché visto in un’ottica globale e a lungo termine, ci guadagneremmo tutti. Sul considerare certi sacrifici come opportunità di vero arricchimento, può leggere quanto scrivevo, già molti anni fa, su Missione Oggi del settembre 1999.

Non esiste solo il valore commerciale delle merci, ma anche il senso delle cose. Noi, per molti beni, l’abbiamo un po’ smarrito e gli africani potrebbero aiutarci a ritrovarlo. Nell’ambito di una sana cooperazione, possiamo certamente aiutare l’Africa a migliorare le sue produzioni. Nel contempo, se dalle società tradizionali africane, quelle poche che rimangono, importassimo un po’ della loro visione di armonia e solidarietà, riusciremmo senz’altro a star meglio anche noi, invece di flagellarci ossessivamente con i dati sulla crescita e la competitività. Se lo considerassimo un po’ più maziwa, insomma, anche il nostro latte diventerebbe più buono.

Dopo incomprensioni e fallimenti, i missionari sono scesi dal pulpito, si sono iscritti “alla scuola dei poveri” e si sono messi a camminare con loro. Imparando dagli africani, in un’ottica di mutuo scambio, si sono spogliati del loro eurocentrismo e si sono riscoperti arricchiti. Noi tecnici, dopo averci parimenti sbattuto il naso, abbiamo dovuto risolverci in larga misura a seguire la stessa strada. Ora è giunto il momento che lo facciano anche gli economisti.

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