All’indomani del 3 ottobre 2013, notte in cui morirono 368 persone provenienti per lo più dall’Eritrea e arrivate in prossimità dell’isola di Lampedusa, si disse “mai più”. Quell’evento di morte, diventato Giornata della memoria e dell’accoglienza, non si doveva più ripetere.
Mai promessa è stata più disattesa, mai politiche migratorie si sono rivelate più fallimentari di quelle poste in essere in questi ultimi anni. Da inizio anno a oggi, secondo i dati diffusi dalla fondazione ISMU, sulla base di quelli raccolti dall’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni) sono già 1.971 le persone che sono morte o disperse nel mar Mediterraneo.
Una conta approssimativa, scriviamo sempre, mai finita. Dal 2014 al 24 settembre scorso, il numero complessivo è altissimo, supera, nelle tre rotte del Mare Nostrum, le 35.000 vite perse. La maggioranza nel nostro tratto, quello centrale, quello che va dalla Libia all’Italia. Quello che, continuiamo a chiamare, cimitero liquido, a cielo aperto.

La rotta che si conferma, anno dopo anno, più mortale, nonostante il governo rivendichi il continuo calo degli sbarchi. Ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, durante il question time, vantava un meno 80%. Calano le partenze, aumenta il numero delle persone che muoiono. Una proporzionalità che dovrebbe portare a una riflessione.
Morti, non solo nella nostra tratta, ma anche quella occidentale, quella in direzione della Spagna e delle Baleari. Anche qui il numero dei naufragi aumenta.
Nel 2025 sono state rilevate 483 persone in meno, tra morti e dispersi. Nel 2024 furono 191, l’anno precedente 171. Nei primi nove mesi di questo 2026 ammontano al 31% delle vittime totali registrate nel Mediterraneo.
Nella Giornata della memoria e dell’accoglienza si declina in maniera infinita la prima, la seconda è ancora tutta da realizzare.