88 ong avvertono: attenzione a un’ICE europea - Nigrizia
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Un gruppo di associazioni per i diritti umani lancia l’allarme, lo stesso già arrivato da osservatori ONU e ASGI. UE e Italia rischiano di seguire la deriva del diritto degli Stati Uniti
88 ong avvertono: attenzione a un’ICE europea
17 Febbraio 2026
Articolo di Redazione
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Agenti federali durante un'operazione di controllo dell'immigrazione nei pressi di Washington, D.C. (Credit: U.S. Immigration and Customs Enforcement)

Ottantotto associazioni europee che si occupano di diritti umani scrivono una nota congiunta, sottolineando come il piano UE su rimpatri forzati e deportazioni in paesi terzi ricalchi le misure di contrasto all’immigrazione portate avanti dall’ICE, l’Agenzia federale statunitense oggi al centro di polemiche e manifestazioni per le modalità di profilazione razziale con cui agisce per le strade e nelle case americane.

«Non possiamo indignarci per l’operato dell’ICE negli Stati Uniti e allo stesso tempo sostenere pratiche analoghe in Europa», commentano. E vanno oltre, esprimendo preoccupazione per i passi futuri di un cammino che vede i paesi membri dell’Unione andare verso «un obbligo a “individuare” le persone prive di documenti, trasformando gli spazi quotidiani, i servizi pubblici e persino le case private in strumenti di controllo dell’immigrazione in stile ICE».

Le misure proposte, in parte già in essere in alcuni paesi europei, prevedono raid della polizia nelle case private, anche in assenza di uno specifico mandato, con l’obiettivo di cercare documenti delle persone migranti. Non solo nelle abitazioni, ma anche in luoghi pubblici, come già accade in Belgio.

«Si sta portando avanti tra le forze di polizia una raccolta massiva di dati, spesso frutto di sistemi di identificazione biometrici», sistemi che, come abbiamo riportato già su Nigrizia, sono di frequente illegali ma comunque sperimentati sulle persone migranti.

Identificazioni funzionali a tracciare i movimenti di chi si sposta tra i confini, rafforzare il controllo e il respingimento alle frontiere di coloro che, senza documenti, tentano di attraversarle.

Le 88 ong puntano il dito sulle pratiche di profilazione razziale, controlli che si basano sull’aspetto fisico somatico, sulla lingua o origine percepita e che nulla hanno a che fare con i comportamenti delle persone.

Tutte modalità, queste dei controlli che spesso avvengono in luoghi pubblici, che alimentano non solo le discriminazioni ma anche la percezione di una presunta pericolosità delle persone di origine straniera rispetto al paese di attraversamento.

Alimentare paura

La percezione di una pericolosità, scrivono, non fa altro che far crescere la paura, «compromettendo legami sociali e coesione delle comunità», esponendo persone che già vivono ai margini dei diritti, avendo difficoltà ad accedere alla casa, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ai servizi sociali.

Una preoccupazione, questa delle associazioni per i diritti umani, che va a braccetto con quella dei 16 relatori speciali delle Nazioni Unite che lo scorso 26 gennaio avevano inviato una lettera alla Commissione europea, al Parlamento europeo e al Consiglio dell’UE.

Medici nel mirino

I 16 segnalavano come il regolamento sui rimpatri introduca obblighi di segnalazione anche per i professionisti, ad esempio i medici, e come questo possa, di fatto, scoraggiare le persone migranti senza documenti ad accedere a servizi essenziali per la loro salute.

Professionisti che per il loro operare possono essere comunque sotto i riflettori. È quel che già sta accadendo in Italia, dove sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna sono indagati per aver certificato la non idoneità al trasferimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) di persone straniere su cui pendeva un decreto di espulsione.

Al vaglio dell’inchiesta l’operato di questi medici che si sono visti perquisire le case, le auto, i pc e gli smartphone.

Verso un nuovo totalitarismo?

Che vi sia un’attenzione e una preoccupazione lo dimostra l’Arena pubblica convocata da ASGI (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) per lunedì 23 febbraio a Roma, dal titolo “Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo”.

Un incontro che mette insieme decine di giuristi, esperti, rappresentanti della società civile, attivisti e giornalisti che discuteranno “strategie di resistenza giuridica e civile”, sottolineando come sia «in atto una trasformazione epocale dei valori fondanti il patto sociale come lo abbiamo conosciuto dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

L’idea di un’uguaglianza giuridica tra gli esseri umani si sta progressivamente deteriorando e il diritto viene sempre più strumentalizzato per creare speciali condizioni giuridiche caratterizzate da esclusione, confinamento, subalternità e privazione dei diritti di base».

Per questo il focus dell’incontro saranno gli Stati Uniti dell’ICE, ma anche la Grecia dove si «stanno già sperimentando declinazioni ancor più illiberali di questo modello di confinamento». La popolazione straniera, considerata diversa, minaccia per le identità nazionaliste, è sempre stata la prima a finire nel mirino delle discriminazioni e della negazione dei diritti.

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