L’Africa al 64° Festival di Cannes
Gli africani nella competizione ufficiale del Festival: Skoonheid del giovane regista sudafricano Olivier Hermanus e Tamantashar yom, film collettivo sui 18 giorni della rivoluzione in Egitto. Ce li racconta in audio da Cannes Vanessa Lanari, curatrice della sezione cinema di Lettera 27.

Ben rappresentata, in giuria, dalla presenza del regista ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, vincitore lo scorso anno del Premio della Giuria con Un homme qui crie (Un uomo che grida), la cinematografia del continente è presente anche quest’anno nella selezione ufficiale di questo 64° Festival di Cannes.

 

Nelle prestigiose sezioni parallele a concorso, compare la documentarista marocchina Leila Kilani che, con il suo film d’esordio, Sur la planche, inserito nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs”, racconta in toni noir l’incrociarsi delle vite di quattro donne.

 

Uno sguardo particolare va, invece, al secondo lavoro dietro la cinepresa del ventottenne sudafricano Olivier Hermanus che dopo il pluripremiato Shirley Adams presenta in anteprima mondiale il suo Skoonheid nella sezione “Un certain regarde”. Un film drammatico, prima co-produzione francese-sudafricana che racconta la tragica storia dell’ossessione omosessuale di un depresso padre di famiglia verso il giovane figlio di un suo amico. Un film che ha scosso il pubblico in sala, girato – e anche questa è una premiére – tutto in afrikaans, la lingua dei bianchi sudafricani.

 

Non poteva mancare poi uno sguardo particolare al nordafrica e alle sue rivoluzioni: Tunisia ed Egitto in primis. All’Egitto, in particolare, è dedicata un nuova sezione che a partire da quest’anno renderà omaggio alla cinematografia di un unico paese. Tra le proposte inserite in questo spazio c’è Tamantashar yom, film collettivo sui 18 giorni della rivoluzione di piazza Tahrir che hanno portato alla caduta del presidente Hosni Mubarak e del suo regime. Un collage di 10 cortometraggi girati da alcuni tra i più interessanti registi degli ultimi due decenni, due dei quali hanno acceso le polemiche perché accusati di collaborazionismo con il passato regime.

 

Altre presenze dal continente da segnalare: The Ant’s Scream (L’urlo della formica) di Sameh Abdel Aziz, aspra denuncia degli abusi compiuti dalla polizia egiziana, e La Khaoufa Baada al’Youm (Mai più paura) in cui il tunisino Mourad Ben Cheikh racconta la sua “rivoluzione dei gelsomini”. (m.t.)

 

(In audio il racconto da Cannes di Vanessa Lanari, curatrice della sezione cinema di Lettera 27, intervistata in Focus da Michela Trevisan e Ismail Ali Farah)