Gad Lerner

Cinque anni sono già un periodo congruo per valutare il corso di un pontificato come quello di Benedetto XVI. Ricordo il commento di un amico cattolico, pochi giorni dopo la sua elezione: «Credo che lo Spirito Santo sia sceso davvero tra i cardinali riuniti in conclave, ispirandoli nella scelta di una personalità piuttosto debole, così da favorire il ridimensionamento del primato papale che consentirà il riavvicinamento fra i cristiani».

Non credo che tale giudizio suoni irrispettoso nei confronti di Joseph Ratzinger, cui è toccato guidare la chiesa di Roma in tempi di burrasche interne e di faticosa ispirazione spirituale.

In effetti, è sul fronte dell’ecumenismo cristiano, sia con gli ortodossi sia con i protestanti, che si sono visti i progressi più significativi. Mentre fatica il dialogo con i musulmani (come dimenticare l’incidente di Ratisbona?), nonostante la preghiera papale nella Moschea Blu di Istanbul. E ha fatto passi indietro il confronto con gli ebrei (inquietati dalla reintroduzione della preghiera latina del Venerdì Santo per la loro “illuminazione”, più ancora che dalla revoca della scomunica ai lefebvriani anticonciliari), nonostante l’incontro alla sinagoga di Roma.

Il dialogo interreligioso è stato frenato da un contesto internazionale poco propizio, ma anche da un atteggiamento vaticano teso innanzitutto alla difesa dottrinale della tradizione.

Il pessimismo circa i destini della chiesa e la sua possibilità di entrare in sintonia con la società contemporanea è rimasto il sentimento predominante del pontificato. Delineando il volto di una gerarchia arcigna, refrattaria all’innovazione teologica e timorosa di fronte a ogni richiesta di apertura.

Ne ho parlato di recente con un amico che la pensa molto diversamente, Dino Boffo, vittima di un linciaggio mediatico che l’ha profondamente ferito. Boffo mi faceva notare, con ragione, che in pochi altri periodi storici i vertici ecclesiastici sono stati contraddistinti da sobrietà nei costumi e coerenza con la predicazione come accade oggi. In altre parole, stiamo parlando di persone in buona fede. Ma questo accentua in me il disagio di fronte al loro stato d’animo angosciato, quasi che venisse meno in loro la fiducia che il mondo possa far suo il messaggio cristiano. Legittimarlo per la sua razionalità, piuttosto che per la sua spiritualità, mi è parso un involontario impoverimento. Tanto più che ne ha diminuito la carica critica, tipicamente evangelica, di fronte alle ingiustizie. Quasi che solo attraverso una relazione privilegiata con il potere mondano la chiesa potesse impostare la sua resistenza.

L’asserragliarsi in difesa della propria città assediata, dunque, ha ottenuto l’effetto indesiderato di lasciarla esposta alle proprie umane debolezze. Per molte persone, le congiure intestine, le occasionali alleanze politiche e, più ancora, gli scandali sessuali tardivamente denunciati, rappresentano motivi sufficienti per cercare altrove risposte ai propri bisogni spirituali.

Sono troppo severo con Benedetto XVI? Spero di sbagliarmi. È come se restassimo ancora in attesa di un colpo d’ala ispirato dal suo rigore di credente irriducibile. Ma cinque anni non sono pochi.