L’avvenimento – Zambia
Da Nigrizia di gennaio 1992. Frederick Chiluba è stato scelto dalla gente per guidare il paese sulla strada della democrazia. Il padre della patria Kenneth Kaunda esce seccamente sconfitto dalle urne e, dopo 27 anni, passa all’opposizione. Il primo problema è la crisi economica.

Dall’indipendenza del 1964 ad oggi, il popolo zambiano si è potuto esprimere liberamente con il voto una sola volta. Lo ha fatto il 31 ottobre 1991, togliendo il potere dalle mani di un presidente, Kenneth Kaunda, che lo deteneva ininterrottamente da 27 anni. Le elezioni politiche e presidenziali, le prime aperte a più partiti, hanno portato alla ribalta – con il 75% dei voti – Frederick Chiluba, leader del Movimento per la democrazia multipartitica (MDM), con un passato da sindacalista, ammiratore del presidente polacco Lech Walesa e favorevole all’economia di mercato. Anche se la partecipazione al voto è stata scarsa – il 40% degli aventi diritto – il responso delle urne non lascia spazio ad equivoci: il MDM si è assicurato 116 dei 150 seggi del parlamento.

Come in altre nazioni africane, anche nello Zambia il bisogno di un assetto politico democratico si è fatto sempre più acuto, anche a causa delle disastrose condizioni di un’economia fondata sull’agricoltura e sull’industria estrattiva (è il quinto produttore mondiale di rame). Basti dire che negli ultimi trent’anni, a causa della malnutrizione cronica, l’altezza media degli adolescenti di alcune regioni del sud e dell’ovest si è abbassata di dieci centimetri.

Ma è dall’89 che il dissenso verso il partito del presidente, Partito unito dell’indipendenza nazionale (UNIP), si è fatto insistente, specie nelle città. In quell’anno, Kaunda, dopo aver tentato di raddrizzare l’economia con un proprio piano, è costretto ad accettare le misure di aggiustamento strutturale proposte dal Fondo monetario intemazionale (FMI) e dalla Banca mondiale (BM): tagli alle spese, blocco delle assunzioni nel settore pubblico, controllo degli aumenti salariali, liberalizzazione dei prezzi, entrata della moneta nazionale, kwacha, nel mercato dei cambi internazionali.

 

Dal dissenso al voto

II movimento di opposizione si coagula nel MDM e da vita ad una serie di manifestazioni di protesta, avvalendosi anche dell’appoggio di lobby imprenditoriali stanche della corruzione e dell’inettitudine, che caratterizzano le aziende di Stato. Il 25 giugno del 1990, all’annuncio del raddoppio del prezzo del mais, un corteo di protesta parte dall’università di Lusaka e si avvia verso il centro della capitale. Ben presto, agli studenti si affiancano gli abitanti dei compound, i quartieri della “cintura della miseria”, e gli impiegati della pubblica amministrazione. La polizia spara sui manifestanti, causando 30 morti e decine di feriti. Pochi giorni dopo, la gente è ancora in piazza, per festeggiare un colpo di Stato, annunciato da Mwamba Luchembe, un ufficiale dell’esercito, che sembra aver rovesciato il “padre della patria”: la notizia si rivela infondata e le forze di sicurezza operano molti arresti.

L’8 settembre, il MDM fa marciare per le vie della capitale 300mila persone che chiedono democrazia e multipartitismo. Kaunda cede e il 30 novembre promulga una legge che permette la formazione di partiti politici. Per l’UNIP si profila la resa dei conti.
Il 2 marzo 1991, Frederick Chiluba viene eletto presidente del MDM ed è chiaro che sarà lui lo sfidante del presidente nella competizione elettorale. Cristiano e per 16 anni alla guida del Congresso dei sindacati zambiani, Chiluba – quarantottenne figlio di un minatore – ha conosciuto il carcere e l’esilio per motivi politici, ma non ha mai voluto compromettersi con il potere. Può dunque far valere la sua pulizia morale alle elezioni di fine ottobre.
Le operazioni di voto – nonostante la tensione sia molto forte, in particolare nelle zone minerarie di Ndola, Kitwe e Luanshya – si svolgono regolarmente e anche le campagne, un tempo feudo di Kaunda, si esprimono massicciamente in favore di Chiluba.

 

Nuovo leader
Così, “l’umanesimo africano” di Kaunda, che ha sempre preso le distanze sia dal capitalismo che dal socialismo di stampo marxista, tramonta definitivamente. L’ex presidente si è fatto da parte, mostrando un certo fair play, – «Non è una tragedia, ha dichiarato, alcune elezioni si vincono, altre si perdono» – ma lascia al successore una nazione allo stremo: il debito estero ammonta a quasi 8 miliardi di dollari; una popolazione rurale, 5 milioni di persone su un totale di 8, che vive ai limiti della sussistenza; 2 milioni di disoccupati urbani; un reddito annuo pro-capite di 290 dollari; un’inflazione che supera il 100 percento.
A scanso di equivoci, Chiluba, alla sua prima uscita pubblica, ha spiegato al paese che si preparano «tempi di sofferenza, di austerità e di duro lavoro». Probabilmente la gente aveva già capito e infatti, dopo il cambiamento dello scenario politico, non si è abbandonata a manifestazioni di gioia, ma. è subito tornata alle proprie occupazioni.

Difficile dire quali saranno le prime mosse del nuovo governo. Certo è che una transizione all’economia di mercato deve prevedere la privatizzazione di molte industrie pubbliche che oggi producono al 20% delle loro possibilità. Un processo, questo, che toccherà innanzitutto le miniere di rame, dalle quali proviene il 90% delle entrate valutarie dello Zambia.

Sarà poi necessario rivitalizzare l’agricoltura, oggi per lo più “itinerante”, affidata a tecniche produttive primordiali e alla speranza in precipitazioni regolari. Su un territorio vasto due volte e mezzo l’Italia, le comunità contadine sfruttano il suolo fino all’esaurimento, si spostano quindi in un’altra area e la disboscano, creando nuove terre coltivabili. La produzione di sorgo, miglio e mais consente loro di sopravvivere, ma molto spesso l’irregolarità delle piogge provoca gravi carestie.

Se l’obiettivo a lungo termine del governo è quello di sviluppare tutti i settori produttivi, è chiaro che continuerà a fare affidamento sulla cooperazione internazionale. Una cooperazione che, negli anni ’80, ha letteralmente invaso lo Zambia, senza però riuscire a garantire una continuità ai diversi progetti, affidandoli agli zambiani. Il risultato è una cooperazione assistenziale che gestisce un po’ tutto: i tedeschi curano l’approvvigionamento idrico di Lusaka, gli svedesi si occupano del funzionamento della centrale idroelettrica di Kafue Gorge, i giapponesi si sono specializzati nella ricerca idrica e nello scavo di pozzi. E la gente del posto? I più stanno a guardare gli enormi mezzi dispiegati dai cooperanti, ma rimangono culturalmente estranei e staccati da tutte queste attività. Un’estraneità che si traduce in impossibilità di trasferire qui significative innovazioni tecniche e che, a lungo andare, può comportare il fallimento di ogni ipotesi di cooperazione che non voglia scadere nell’assistenzialismo.

Interrogativi
Per dare una sterzata a questo stato di cose, occorre ripensare la cooperazione, accompagnarla con adeguati programmi di formazione professionale, ed è necessaria soprattutto una più stretta collaborazione tra cooperanti e governo.

Avrà Frederick Chiluba la capacità di mettere mano a tutti questi problemi? E, soprattutto, ne avrà il tempo? I consensi che ha ottenuto inducono all’ottimismo, ma dovrà guardarsi dal rischio che si inneschi un processo di caos sociale ed economico, in seguito al quale i militari troverebbero la giustificazione per un colpo di mano. L’esercito, per ora, è rimasto tranquillo, ma rappresenta una grossa incognita.