Apartheid: dall'ascesa al declino
Dal 9 luglio al 15 settembre, presso il Padiglione d’arte contemporanea di Milano, una mostra fotografica curata da Okwui Enwezor e Rory Bester racconta il paese dall’ascesa al declino del sistema dell’apartheid.

Il Sudafrica, che alla fine del Novecento ha incantato il mondo intero con la forza della sua rivoluzione pacifica, è una miniera per chi voglia osservare gli sviluppi della modernità in una società profondamente segnata dal colonialismo: tale è infatti il tema di una grande mostra dal titolo “The Rise and Fall of Apartheid. Photography and the Bureaucracy of Everyday Life” inaugurata l’8 luglio al Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano che ha come tema l’ascesa e il declino del sistema dell’apartheid, dal 1948 al 1994 e oltre. Non a caso il sottotitolo accosta la fotografia alla burocrazia della vita quotidiana, cioè “all’apparato coloniale repressivo e burocratico capace di trasformare le leggi in norma e quindi in abitudini quotidiane, adottate come facessero parte dell’ordine naturale”,  come spiega il critico nigeriano Okwui Enwezor che, insieme al sudafricano Rory Bester,  ha curato l’esposizione per l’International Center of Photography di New York attingendo ai maggiori archivi sudafricani e americani.

L’apartheid sudafricana – che al PAC avvia la sfilata del reportage, con le immagini del presidente Malan e del suo governo nazionalista e bianco dopo la vittoria del 1948 – esplose proprio alla fine della seconda guerra mondiale, negli anni in cui tramontavano gli imperi europei; e si fece violentemente  repressiva a partire dal massacro di Sharpeville del 1960, quando le colonie africane stavano trasformandosi in nazioni indipendenti. L’ideologia sottesa ad essa, nettamente neofascista,  si propose al mondo diviso dalla guerra fredda come baluardo di anticomunismo. E’ quindi storicamente utile riesaminare questa fetta di storia collocandola nella distanza temporale e nell’ambito degli accadimenti internazionali.

E’ inoltre importante rivalutare la funzione e la portata della fotografia come mezzo espressivo e come portatore di comunicazione. Giunta in Sudafrica al seguito degli antropologi e quindi degli etnofotografi (come l’irlandese Andrew Martin Duggan-Cronin e l’italiano Giuseppe Vitrotti negli anni Venti), la fotografia si radicò come veicolo di informazione e divenne fotoreportage negli anni Cinquanta grazie ai giornalisti della gloriosa rivista Drum, ampiamente rappresentati al PAC. Fu da allora che la fotografia sudafricana si trasformò in narrazione, assimilando in sé le proprietà del racconto orale africano e l’urgente dettato politico della resistenza a un regime  via via più oppressivo e criminale. Lo sguardo di Jurgen Schadeberg, Alf Kumalo, Peter Magubane, Bob Gosani, Ernest Cole costruisce un intenso discorso postcoloniale in cui l’oggetto un tempo alterizzato dall’occhio bianco dell’antropologo si fa soggetto e artefice della propria storia, autore e protagonista di una cultura orgogliosamente affermata nella sua specificità.

La quantità straordinaria delle immagini – circa 500 – e dei materiali vari – 200 fra libri, manifesti, opuscoli,  video e film – fa di questa mostra una rassegna eccezionale per ampiezza e complessità. Visitarla equivale a leggere un libro di storia: perciò occorrerà seguire attentamente l’itinerario prospettato dall’équipe del PAC che, sotto la direzione di Diego Sileo, ha riprodotto l’andamento cronologico disegnato da Enwezor per New York, accentuato nella seconda edizione  alla Haus der Kunst di Monaco.

Nella sala d’ingresso ci si trova di fronte alle immagini di esultanza bianca per la vittoria  del 1948 e all’avvio della segregazione razziale camuffata sotto il nome di ‘sviluppo separato’. Qui, in due piccoli schermi, si possono vedere due rarissimi film d’epoca, uno dei quali, “The Bulding of a Nation”, celebra il Grande Trek dei coloni boeri e le loro battaglie contro gli zulu in accenti epici, denigrando gli africani che vengono presentati come selvaggi o servi e quindi comunque territorio di stretta spettanza della missione civilizzatrice europea,  bianca e cristiana.

All’ammezzato, in un lungo corridoio scandito secondo i decenni, pagine fotografiche di segregazione e di resistenza contro il regime, nel racconto di come esplose la cultura nera in un paese sempre più industrializzato e urbanizzato, ove è visibile l’influenza del mondo americano, in particolare afroamericano. La vicenda dell’African National Congress, il movimento di liberazione anticoloniale e antirazzista che innerva la storia del paese da un secolo, è presente in filigrana grazie agli episodi della lotta e della repressione, ma anche ai volti dei suoi leader, da Luthuli a Mandela, Sisulu, Tambo – e Chris Hani e Joe Slovo in epoca recente – e soprattutto alla moltitudine di sconosciuti che confrontano la polizia e le squadre speciali, i cani e gli hippos, i temibili furgoni blindati da cui si sparava nelle township. Questi volti anonimi sono i veri eroi della resistenza, nella sfida quotidiana alla routine repressiva, nel  compianto ai funerali, nella solennità composta ma dura di coloro che sfilano durante la Defiance Campaign, si accalcano  ai tribunali, manifestano nelle strade e nelle piazze.

Scendendo al pianoterra, si  incontra la risposta degli artisti all’apartheid e alle sue conseguenze, sino alla sala riservata al discorso espressivo di William Kentridge montato appositamente per l’occasione milanese, a condurci alla modernità attuale. Qualche gradino più in basso, nella  sala dalla grande parete a vetrata che guarda sul giardino, sono radunati i materiali misti, insieme ad altre immagini. Qua e là durante il percorso funzionano audiovisivi con sequenze di foto e film.

Il volto che più spesso ricorre nelle sequenze fotografiche è quello di Mandela, l’eroe iconico che si sta spegnendo in un alone di immensa malinconia. La bella mostra è anche un omaggio a lui, che ha saputo riunire intorno a sé la forza e la speranza di una nazione; ma allo stesso tempo costituisce una celebrazione del secolo di vita dell’ANC  e dei primi vent’anni di storia del nuovo Sudafrica. Un insieme di memorie e riflessioni che trovano nelle immagini il filo rosso di un lungo e tenace racconto.