Ciad / Alla sbarra Habré
Si apre a Dakar l’udienza contro l’ex dittatore ciadiano, che si era rifugiato nella capitale senegalese nel 1990 dopo la fine del suo sanguinario regime. È accusato di crimini contro l’umanità, di guerra e di uso sistematico della tortura. È la prima volta che in Africa viene processato un leader africano per i misfatti dei suoi anni al potere.

Finalmente, giustizia sarà fatta? Un giorno storico, sì proprio così, per l’Africa: l’inizio di un lungo cammino del continente verso la sovranità giudiziaria. Per la prima volta un ex presidente africano viene giudicato da un tribunale in Africa e fuori dal suo paese. È accusato di fatti commessi tra il 7 giugno 1982 e il 1 dicembre 1990 (data della sua caduta): crimini contro l’umanità, crimini di guerra e tortura. Si tratta dell’ex presidente ciadiano Hissène Habré, in esilio dalla sua caduta nel 1990 (25 anni fa!), ad opera dell’attuale presidente del Ciad, Idriss Déby. Habré aveva trasformato il Ciad in una vasta prigione, regnando con la tortura e il terrore.

Il processo è il frutto di una lunga e dura battaglia giudiziaria durata 15 anni, combattuta dalle vittime e le organizzazioni che le sostengono, in nome della lotta contro l’impunità. Finalmente, d’accordo con l’Unione africana, il Senegal si è deciso a formare un tribunale africano straordinario inaugurato nel febbraio del 2013.

L’Africa può andare orgogliosa di quanto sta per succedere a Dakar, impensabile ancora pochi anni fa, e che apre la strada ad altre vittime di dittatori in Africa: vince la tenacità, la perseveranza e l’immaginazione. Vincono i sopravvissuti a un regime brutale che ha usato sistematicamente la tortura (su ordine dello stesso Habré), ha fatto 40mila morti e altre 200mila vittime di una guerra che vedeva Stati Uniti e Francia alleati di Hissène Habrè (al potere dal 1982) contro Gheddafi che intendeva espandersi (erano gli anni Ottanta del secolo scorso) verso sud.

L’istruzione del processo è durata più di un anno e mezzo. I giudici, senegalesi e dell’Africa occidentale, hanno effettuato 4 commissioni rogatorie in Ciad, ascoltato 2.500 testimoni e vittime e soprattutto hanno potuto sfruttare gli archivi della polizia politica di Hissène Habré.

L’ex presidente, da alcuni ribattezzato “un Pinochet africano”, rifiuta di assistere alle udienze e non parla: non riconosce il tribunale che lo giudicherà. Per lui è solo una pagliacciata e i suoi avvocati parlano già di “un processo parodia di giustizia”. Ma Habré avrà il coraggio di guardare negli occhi le sue vittime sopravvissute? Per loro, sarebbe importante vederlo nel box degli accusati, ascoltare la sua voce, ascoltare la sua versione dei fatti. Vorrebbero incrociare il suo sguardo, decrittare le espressioni del suo viso e soprattutto testimoniare in sua presenza.

Importante è che il processo cominci. Durerà non meno di tre mesi. Solo un centinaio saranno i testimoni venuti dal Ciad o d’altrove (questione di budget). Habré non è il solo colpevole, evidentemente: dove sono gli esecutori delle torture e degli assassinati?

Un grazie al presidente senegalese Macky Sall che ha mantenuto la promessa: rispetta non solo un impegno che aveva preso di fronte alla Federazione internazionale delle Leghe dei diritti dell’uomo. Ma fa del suo paese il precursore della lotta contro l’impunità dei dirigenti africani, anche dopo la fine del loro mandato.

Ma una domanda è doverosa: saprà l’Africa far fronte alla sfida, di fronte a un uomo di 72 anni, che appare malato, sofferente di cuore e che si è chiuso in un silenzio sprezzante, di fronte alle parti civili e soprattutto ai tre giudici di cui rifiuta la legittimità e la competenza? 

Nella foto in alto l’ex presidente ciadiano Hissène Habré. Nella foto sopra prigionieri di guerra a N’Djamena, agosto 1983. (Fonte: Afp)