Sanità
Con la sua legislazione interna l’India distribuisce farmaci a basso costo ed è considerata la “farmacia del terzo mondo”, in particolare per il continente africano, che da lì importa la maggior parte del suo fabbisogno. Una situazione da sempre dannosa per i profitti delle grandi multinazionali farmaceutiche che ora tentano di cambiare le cose.

India e Africa uniti contro i giganti farmaceutici mondiali, per proteggere il diritto di produrre medicinali a basso costo. Lo scorso ottobre, durante l’India-Africa Business Forum a New Delhi, oltre 50 capi di stato africani hanno chiesto all’unisono al primo ministro, Narendra Modi, di non cedere alle pressioni e tutelare l’attuale legge, grazie alla quale l’India è considerata “la farmacia dei paesi in via di sviluppo”.
La “clausola di flessibilità” dell’India Patents Act – la legge che regola il sistema dei brevetti – dà al governo il potere di obbligare il produttore a realizzare farmaci a basso costo. Se di pubblico interesse, inoltre, tale obbligo può essere imposto anche senza il consenso del titolare del brevetto. Questa normativa ha permesso la distribuzione di farmaci a prezzi accessibili alle fasce di popolazione più povere, salvando milioni di vite in Africa e nel cosiddetto “sud del mondo”. Ma ha anche provocato danni enormi alle potenti corporation del farmaco che contestano la “flessibilità” e pretendono la revisione della clausola.

Pressione case farmaceutiche
Questi colossi, premono ora perché l’India limiti la produzione di medicinali “generici” alle necessità del mercato interno ed esclusivamente su base volontaria. In altri termini, vogliono limitarne la produzione ed impedirne l’esportazione. Nel frattempo hanno iniziato un’opera di penetrazione, associandosi ad aziende indiane, attratte da maggiori guadagni.
In prima linea c’è la svizzera Novartis e poi Roche, Bayer, Pfizer e Bms, appoggiate da potenti gruppi di pressione interni al governo americano che di recente ha introdotto regole più aggressive nella tutela dei brevetti su farmaci, sementi e piante. La prossima fase di questa battaglia si giocherà proprio sul suolo africano, a Nairobi, in Kenya, dove dal 15 al 18 dicembre si terrà il Vertice ministeriale del Omc (Wto ministerial summit). Sarà allora che i governi africani dovranno mostrare i muscoli per difendere la legge indiana e con essa il loro stesso diritto a sviluppare e commercializzare versioni generiche di farmaci brevettati.

Rischio per la dipendente Africa
Un passo indietro sarebbe letale per il continente e per il compimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio Onu (Development millennium goals). Nonostante i progressi compiuti in questo ultimo decennio, infatti, l’Africa sub-sahariana conta ancora il 75% di casi di hiv/aids nel mondo, il 90% di diffusione della malaria e il 29% di tubercolosi non legata a immunodeficenza acquisita. La capacità di produrre medicinali generici è limitata al 30% e il rimanente 70% è importato, principalmente dall’India. La regione più sviluppata, da questo punto di vista, è quella orientale. In Kenya e Uganda, gli analisti prevedono una crescita economica intorno al 6,8% nel prossimo decennio, una crescita spinta anche dallo sviluppo del settore farmaceutico. Attualmente in Kenya vi sono 36 fabbriche di farmaci a basso costo, 6 in Uganda e 4 in Tanzania. Ma la legislazione internazionale è fondamentale per promuovere investimenti in questo settore. Di questo si parlerà il prossimo 24 e 25 febbraio, sempre a Nairobi, nel corso del Africa Pharmaceutical Summit East 2016, un vertice interregionale per promuovere la crescita qualitativa dell’industria e lo sviluppo del mercato africano dei farmaci.

Nella foto sopra un cartello a Nuova Delhi (India) in occasione dell’India-Africa Business Forum 2015.