Il cielo sopra i Grandi Laghi
Danilo Giannese

Lo scorso 24 febbraio nella capitale etiope Addis Abeba undici Paesi africani hanno firmato un accordo per assicurare la pace e la stabilità nella RD Congo orientale, falcidiata, ormai da più di quindici anni, da guerre di vario genere e continui movimenti forzati della popolazione.

L’accordo, che è stato supervisionato oltre che fortemente voluto dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, ha come obiettivo quello di porre fine alle ingerenze in Congo di Paesi vicini quali Ruanda e Uganda, messi ufficialmente sul banco degli imputati dal Palazzo di Vetro per il loro sostegno diretto ai ribelli del Movimento del 23 marzo (M23). Questo gruppo armato, composto da militari tutsi di origine ruandese che hanno fatto defezione dalle fila dell’esercito regolare di Kinshasa, stanno mettendo a ferro e fuoco il Nord Kivu ormai da quasi un anno.

Reclamano il mancato rispetto da parte del governo congolese di un accordo del 2009 che portò alla loro reintegrazione nell’esercito, allorché facevano parte di un’altra ribellione, quella del gruppo CNDP (Congresso nazionale per la difesa del popolo) diretto dal signore della guerra Laurent Nkunda.

Kigali e Kampala, neanche a dirlo, smentiscono con vigore le accuse sul loro coinvolgimento nell’instabilità nel Congo orientale e, anzi, figurano tra i firmatari dell’accordo di Addis insieme a Angola, Congo Brazzaville, Repubblica Centrafricana, Burundi, Sud Africa, Sud Sudan, Tanzania, Zambia e, ovviamente, Repubblica Democratica del Congo.

All’indomani della firma dell’accordo, che prevede tra l’altro l’invio di una nuova forza militare speciale di almeno 2500 uomini (continuo ancora a chiedermi a cosa servano i costosissimi 17 mila caschi blu dell’ONU presenti nella RD Congo, ovvero la più grande missione ONU al mondo!) a Goma e dintorni c’era grande curiosità su quello che sarebbe accaduto nei giorni successivi.

Presto detto. Dopo solo qualche ora dall’accordo il Nord Kivu è scivolato ancora una volta nel sangue e nella distruzione. Se possibile, con ancora più veemenza di prima. A Kitchanga, una cittadina a nord-ovest di Goma, è accaduto che l’esercito congolese e i ribelli Mai Mai del gruppo APCLS (Alleanza dei patrioti per un Congo libero e sovrano) abbiano ripreso a farsi la guerra mandando all’aria ogni possibile ipotesi di alleanza di cui si parlava fino a pochi giorni prima. La cittadina è stata completamente rasa al suolo, così come gli uffici di diverse organizzazioni umanitarie, almeno 80 persone hanno perso la vita e migliaia di uomini, donne e bambini cercano riparo nei campi di sfollati o in luoghi di fortuna.

Non solo. A versare benzina sul fuoco è accaduto quello che proprio non ti aspetti. I ribelli del M23 si sono divisi e hanno iniziato a farsi la guerra tra di loro provocando vittime anche tra i civili.

Da una parte figurano gli uomini di Sultani Makenga, il capo militare del gruppo ribelle; dall’altra quelli del pastore Jean Marie Runiga che è stato appena destituito dall’incarico di presidente politico dell’M23 con l’accusa di alto tradimento. Runiga, tra l’altro, farebbe capo all’ormai famoso generale Bosco Ntaganda, detto Terminator, sul cui capo pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi allorché faceva parte del CNDP.

Gli scontri violenti in seno all’M23 hanno una rilevanza particolare perché vanno ad inserirsi nelle intricate negoziazioni in corso a Kampala tra il gruppo ribelle e il governo di Kinshasa. Le negoziazioni, che qui vengono definite simpaticamente pourparlers, presero avvio a dicembre scorso, in seguito alla presa di Goma, il capoluogo del Nord Kivu, da parte degli stessi ribelli per dodici giorni (senza che i caschi blu dell’ONU muovessero un dito!).

Ora la domanda è: chi è l’M23? Chi tratterà a Kampala con il governo di Joseph Kabila?

La voce che circola in queste ore è che il presidente congolese sarebbe in trattativa con l’M23 di Makenga, fatto, questo, che fa dire a Runiga e Ntaganda che Makenga sarebbe un traditore “perché si è fatto comprare da Kabila”.

Ma anche se il governo congolese dovesse raggiungere un accordo con questa parte del gruppo ribelle, per esempio integrandone i suoi uomini nelle fila dell’esercito, come la mettiamo con l’altra fazione dell’M23 che di certo non interromperà le violenze? E che dire dei ribelli di APCLS e di tutti gli altri numerosi gruppi armati attivi in questa parte del Congo la cui sfortuna sembra essere proprio quella di essere ricchissimo di minerali preziosi?

Ecco perché le parole “pace” e “accordo”, in questa parte del mondo, vanno quantomeno prese con le pinze.

“Io so solo che conosco la guerra da più di quindici anni e che sento di continuo parlare di accordi di pace  a cui non credo più. Le potenze straniere continuano a sfruttare le risorse naturali di cui è ricco il Congo orientale, i nostri vicini stanno puntando alla balcanizzazione della nostra terra e il nostro governo, peraltro eletto in maniera irregolare, non fa nulla per proteggere la popolazione. Sono stanco. Siamo stanchi di essere abituati alla guerra”. Chance, 34 anni, abitante di Goma. 

*Nella foto alcuni capi ribelli nel territorio di Masisi, all’interno del Nord Kivu

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