Sud Sudan
È debole e ambiguo il documento firmato domenica scorsa ad Addis Abeba dai due leader sudsudanesi. Perché non supera lo scoglio di come il potere possa essere diviso tra i due fronti contrapposti. Duro messaggio dei vescovi. Intanto è la popolazione a pagare il prezzo della guerra civile.

Può essere considerato un passo verso la pace l’accordo firmato ad Addis Abeba, il primo febbraio, tra il presidente Salva Kiir (a sinistra nella foto) e l’ex vicepresidente Riek Machar, i due contendenti nella guerra civile che da più di un anno insanguina il Sud Sudan?

Molti osservatori e analisti della situazione politica e militare del paese ne dubitano, tanto che alcuni lo considerano, di fatto, un non accordo. Ultimo ad esprimersi in proposito il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che si rammarica che nessuno dei due abbia voluto raggiungere un compromesso sul punto centrale delle trattative: la divisione del potere. E, ancora una volta, li sollecita a mettere l’interesse della popolazione civile davanti al proprio e a raggiungere al più presto un’intesa generale e inclusiva.

In effetti ad Addis Abeba Kiir e Machar hanno firmato un documento sulle “aree di accordo” per un futuro governo di transizione, cioè ben poca cosa. Era infatti fallita la mediazione sulla divisione del potere, con la proposta dell’introduzione nel sistema istituzionale della figura del primo ministro, accettata nello scorso round delle trattative dal presidente, che vi si era aspramente opposto per mesi, e alla fine naufragata sulle competenze e il ruolo che questa figura avrebbe dovuto avere.

Per questo i mediatori dell’Igad (l’organizzazione regionale che, da oltre un anno e con poco successo sta cercando una via d’uscita alla crisi) hanno riproposto Machar come vicepresidente, anzi primo vicepresidente, dal momento che un vicepresidente c’è già, l’equatoriano James Wani Igga, che, spalleggiato dai tre governatori degli stati della regione dell’Equatoria, ha già detto che non intende fare nessun passo indietro. Dunque anche questa proposta potrebbe rivelarsi di ben difficile definizione e attuazione.

La difficoltà nella ricerca di una soluzione della crisi è stata sottolineata in modo accorato in questi giorni anche dai vescovi sudsudanesi, in un messaggio conclusivo di un loro incontro con il nunzio apostolico per il Sud Sudan e il Kenya, l’arcivescovo Charles Daniel Balvo. Vi si dichiara, senza possibilità di interpretazioni, che «il paese ha abbandonato le vie del Signore. La guerra è diabolica. Questa guerra è per il potere, non per il bene della gente». E ancora: «È legittimo un governo capace di portare pace, sviluppo e stabilità al suo popolo. Non ha legittimità nessuna parte che continui a combattere la guerra contro i cittadini innocenti del Sud Sudan».

Dunque il punto è: come convincere i due a comporre le loro divergenze? Justine Fleischner, di Enough project, sostiene che, in mancanza di sanzioni, i due non vedono ragioni di modificare il proprio atteggiamento. E aggiunge che la mancanza di volontà dell’Igad di discutere di tali misure dipende in gran parte da interessi regionali contrapposti dei suoi componenti, mettendone così in dubbio l’effettiva possibilità di condurre una mediazione efficace.

Le stesse considerazioni sul ruolo delle organizzazioni regionali nella crisi sud sudanese stanno alla base di una nota di David Deng, direttore di un’autorevole organizzazione della società civile South Sudan Law Society Research, che commenta molto negativamente la decisione della Commissione d’inchiesta dell’Unione africana sul Sud Sudan (Auciss) di pubblicare il suo rapporto dopo la soluzione della crisi: rapporto più volte sollecitato anche da organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Questo, afferma David Deng, fa dubitare della effettiva volontà di Igad e Unione africana di metter fine alla impunità, che a loro stesso parere, è una delle cause della violenza nel paese.