Cop21 di Parigi
Alla fine sabato scorso, con un giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia, i delegati di 195 su 196 parti riuniti a Parigi per la Conferenza sul clima hanno sottoscritto un documento definito "storico" da gran parte della stampa mondiale. Discordanti le opinioni sul testo e sulla sua efficacia. Delegati africani soddisfatti, ma comunque preoccupati.

Sono le 19,30 di sabato quando Laurent Fabius, in veste di presidente della ventunesima Conferenza delle Parti (Cop21), dichiara davanti ad un’assemblea euforica che «l’accordo sul clima di Parigi è approvato». Vent’anni di dibattiti e quattro di difficili negoziati si concludono con un testo di 31 pagine convalidato da 195 parti su 196 (riserva del Nicaragua): definito dalla Francia e da numerosi rappresentanti politici «storico», «giusto e sostenibile», rappresenta il primo accordo globale per la lotta al surriscaldamento climatico.

L’Africa soddisfatta?
Il testo è stato accolto con favore dai delegati africani, che gli riconoscono il merito di aver incluso (nel preambolo) l’impegno a contenere il riscaldamento «ben al di sotto dei 2°, e di proseguire gli sforzi per limitare l’aumento delle temperature a 1,5°». Secondo punto cruciale per il continente il riconoscimento della necessità di un aiuto internazionale ai paesi in via di sviluppo, che raggiunga la somma di 100 miliardi l’anno entro il 2020, con la precisazione che si tratti di una quota minima, da rivedere regolarmente al rialzo da parte dei contribuenti. L’impegno francese a versare da subito 6 miliardi all’Africa ha probabilmente contribuito a distendere l’atmosfera iniziale dei negoziati.
Infine, l’accordo riconosce la necessità di una compensazione alle popolazioni vittime già ora degli effetti del surriscaldamento climatico in modo reversibile (perdite) o irreversibile (danni).

Accordo non vincolante
Il testo lascia tuttavia trasparire importanti zone d’ombra. La principale critica che gli viene fatta è quella di essere non vincolante, un piano di lavoro più che un piano d’azione. Come sottolineato dal Nicaragua, la riduzione delle emissioni previste volontariamente dai 186 che hanno presentato il proprio contributo porta ad una produzione di 55 gigatonnellate nel 2030, contro le 40 necessarie per rimanere sotto la soglia dei 2 gradi. «Questi contributi ci allineano su una prospettiva di 3 gradi, per il Nicaragua significa un surriscaldamento di 4 o 5: non è possibile vivere a queste condizioni» ha dichiarato il capofila Paul Oquist Kelley.
Mancano ugualmente dei riferimenti concreti alla compensazione economica di perdite e danni del Sud da parte degli stati membri sviluppati, e dettagli sul meccanismo e rialzo dei finanziamenti (i 100 miliardi l’anno) loro destinati: eliminati dal testo e inseriti negli allegati per evitare difficoltà nella convalida del Senato americano, rimangono due elementi chiave non precisati, al pari della riduzione delle emissioni. Nel testo le parti non si impegnano a rinunciare alle energie fossili né a limitare le emissioni di anidride carbonica, bensì a non emettere più di quanto il pianeta non può assorbire, ed “entro la seconda metà del secolo”. «Senza cifre quest’accordo non ha valore» ha ricordato Thoriq Ibrahim nel ruolo di rappresentate dell’Equatore e capofila del gruppo dei piccoli stati insulari, minacciati dall’innalzamento delle acque. «Dobbiamo ridurre le emissioni dell’80% entro il 2050». 

“Un testo, 196 letture”
Nella ruota di interventi che ha seguito l’approvazione dell’accordo, le preoccupazioni africane faticano ad emergere. Anche se il continente è citato una sola volta nel testo conclusivo, gli interventi di Sudafrica, Egitto, Senegal si soffermano sulla positività dell’accordo. Per la sudafricana Edna Molewa il testo «non è perfetto ma è una base solida, il miglior accordo possibile in questo momento storico». Al pari dell’Egitto, il paese torna sulla scottante questione dei finanziamenti e della loro distribuzione («è fondamentale che gli stati sviluppati aumentino i loro sforzi»), sottolineando l’assenza nel testo di obiettivi a lungo termine e la loro importanza. Un punto, questo, sollevato anche dall’egiziano Khaled Mohamed Fahmy Abdel Aal, portaparola del gruppo africano. Per il delegato «il delicato equilibrio» ottenuto all’accordo di Parigi «non ha lasciato cadere l’Africa»: è tuttavia «fondamentale inserire un riferimento esplicito alla vulnerabilità del continente». Per il Marocco, che ospiterà la prossima Cop a novembre 2016, l’invito è a mettersi al lavoro da subito: «è stata vinta una battaglia» ha affermato Hakima El Haité, «ora bisogna impegnarsi per vincere la guerra».
Meno positiva la società civile, per cui l’accordo non rappresenta un reale passo in avanti per la sua natura non vincolante. «Abbiamo un testo, ma 196 letture e applicazioni», hanno commentato alcuni militanti riunitisi a Parigi per attendere le conclusioni della Conferenza: «in questo modo i contributi impegneranno solo chi ci vorrà credere». Una posizione, questa, interamente condivisa dal Nicaragua.

Sopra un momento della cerimonia di chiusura della Cop 21 di Parigi dopo la firma dell’accordo sul clima. (Reuters)