Da un tubo che viene fuori dalla terra sconnessa, e chissà dove è collegato, scende un rivolo d’acqua. La bambina si affanna a tenerci sotto un secchio sporco, attenta a non cadere in quello spazio – tra il tubo e il piano rialzato della strada – pieno di immondizia. Siamo nello slum di Katwe a Kampala.

Ma potrebbe essere qualunque altra baraccopoli africana. O potremmo parlare di un villaggio rurale, dove l’acqua si attinge da fiumiciattoli e ruscelli nascosti nella foresta. O di una comunità di pescatori le cui donne e bambini mattina e sera si ritrovano al pozzo sulla spiaggia per riempire le vecchie taniche gialle e riportarsele in capanna ben dritte sulla testa. È stato calcolato che, solo nell’Africa a sud del Sahara, 40 miliardi di ore ogni anno sono impegnate per andare a procurarsi l’acqua.

Acqua cercasi

Ma potremmo anche, e questo suonerà strano, parlare delle case in cemento nelle città, ben arredate, con tutti i comfort. Compreso il grande serbatoio che serve a raccogliere il prezioso tesoro nei periodi di scarsità. Ecco, l’acqua. È questa la grande emergenza dell’Africa sub-sahariana. Un’emergenza che – in periodi straordinari come quello della pandemia del Covid-19 – diventa ancora più estrema.

Lavarsi le mani, spesso, a lungo, e con sapone. Anche nei paesi africani queste disposizioni vengono diffuse nei mercati, sui luoghi di lavoro, per le strade e, ovviamente, sui siti e social istituzionali. Raccomandazioni che fanno però a pugni con la realtà e con condizioni igieniche non dovute a cattive abitudini ma “semplicemente” alla carenza d’acqua. Per non parlare della difficoltà di reperire sapone per mancanza di denaro.

Secondo un’inchiesta realizzata da Afrobarometer (34 i paesi analizzati) più della metà (52%) degli africani non ha accesso all’acqua nel luogo in cui vive e deve andare ogni giorno a procurarsela. Questo – per fare qualche esempio – riguarda oltre 8 cittadini su 10 in Uganda, Niger, Malawi e Tanzania. Solo 3 persone su 10 nelle aree rurali (corrisponde al 31%) hanno accesso ad una fonte d’acqua direttamente in casa o nel compound e solo il 28% – parliamo della fascia debole e vulnerabile della popolazione – di quelli che risiedono in città.

Ostacoli istituzionali e infrastrutturali

L’analisi mette in luce, evidentemente, non soltanto la carenza d’acqua, ma quella dei Governi africani che non riescono ad assicurare non solo interventi di approvvigionamento nelle aree più remote, ma neanche la certezza del servizio idrico nelle città. Città che crescono a vista d’occhio – nuove strade, grandi centri commerciali, grattacieli – ma in cui sono insufficienti, e spesso inesistenti, i servizi primari. Sistemi fognari e acqua, prima di tutto. Del resto, la trasformazione delle città e capitali in vere e proprie metropoli, è dovuta in massima parte a investimenti privati. E dunque, case, uffici, negozi destinati a clienti della media e alta borghesia, forniscono servizi all’altezza di quelli europei.

Ma basta girare per le strade e muoversi tra mercati e aree popolari, per rendersi conto di quanto stridente sia il confronto e la coabitazione tra realtà così diverse. Un gap che in tempi di pandemia, diventa pericoloso, non solo dal punto di vista sociale, ma della salute. Non riuscire ad assicurare alle popolazioni la possibilità di usare l’acqua, pulita e più volte al giorno, può diventare una bomba ad orologeria che rischia di fare danni anche laddove si pensa di essere protetti.

Secondo una stima di UN-Habitat almeno 200 milioni di persone nel continente sub-sahariano vivono in baraccopoli. Si tratta del 61.7% della popolazione urbana, il più alto in tutto il mondo. Luoghi infernali in cui possono affollarsi anche un milione di persone. E non è un caso che l’agenzia delle Nazioni Unite, quando il virus ha cominciato a diffondersi nel continente, ha avvertito che l’impatto su queste persone potrebbe essere altissimo e fatale.

La questione delle infrastrutture inadeguate rappresenta, in ogni caso, un problema in tutto il continente: solo una piccola maggioranza (54%) di africani vive in aree servite da un sistema di tubazioni. Il report di Afrobarometer rivela, ad esempio, che in cinque dei 34 paesi esaminati, le infrastrutture idriche sono accessibili solo a un quarto o meno della popolazione: Uganda, Malawi, Guinea, Zambia. La situazione più drammatica si registra in Liberia, dove solo un esiguo 8% della popolazione ha accesso regolare all’acqua.

Ovviamente, la situazione è peggiore per chi vive in aree rurali. Mentre l’80% dei residenti in città vive comunque alla portata di un sistema di tubazioni idriche, questa percentuale scende al 34% per coloro che vivono in aree più remote, o comunque lontano dai centri urbani. Per quanto riguarda le fognature, il divario è del 50% contro l’8%. Quasi la metà (46%) degli africani benestanti vive in aree servite da sistemi fognari, ma lo stesso vale per solo il 16% dei più poveri. A tutto questo va aggiunto un altro aspetto dalle conseguenze inevitabili, conseguenze che saranno più gravi ed evidenti laddove ci sono già ora debolezze e mancanze, parliamo del cambiamento climatico.

A pagarne il prezzo sempre i più poveri

L’edizione 2020 di “Acqua e cambiamento climatico” delle Nazioni Unite, sottolinea che la mancanza di precipitazioni o la mutevolezza del clima inciderà sulle popolazioni più povere. Nella relazione si legge: “gli impatti della variabilità climatica sulle risorse idriche del continente africano sono già gravi, come evidenziato dalla recente riduzione delle precipitazioni in Africa meridionale” e quelli “relativi all’acqua sulla salute umana si faranno presto sentire, in particolare attraverso patologie veicolate da vettori e dall’acqua, oltre alla crescente sfida consistente nel garantire l’accesso ad acqua potabile e a servizi igienico-sanitari sicuri”.

Intanto si affronta l’emergenza coronavirus. Il lockdown in Africa è un lusso per molti motivi. Non frequentare i mercati, non viaggiare e muoversi con i mezzi di trasporto locale, vuol dire per milioni di famiglie perdere qualunque sostentamento, vuol dire letteralmente morire di fame. E c’è poi quel risvolto inquietante, quello che vorrebbe costringere milioni di persone ad ammassarsi e restare fermi tra baracche di lamiere insalubri e strade di liquami maleodoranti. Un luogo da cui non c’è fuga, un luogo dove morire, nel silenzio generale, di diarrea, malaria, colera, e ora anche di Covid-19.