L’era della bancarotta idrica: crisi e sicurezza in Africa
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Acqua / Verso la Conferenza ONU 2026 i dati di un declino irreversibile
L’era della bancarotta idrica
Il mondo ha superato la soglia critica dello stress idrico. In Africa subsahariana l'insicurezza raggiunge livelli record, minacciando stabilità sociale e sussistenza alimentare. La gestione dell'oro blu nell'antropocene richiede un radicale cambio di paradigma politico
30 Gennaio 2026
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 6 minuti

Parlare di crisi idrica è ormai superato. Di fatto il mondo è entrato in uno stato di bancarotta idrica globale. Lo si afferma, senza tanti giri di parole, nel rapporto Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era (Bancarotta globale dell’acqua: vivere al di sopra delle nostre possibilità idrologiche nell’era post-crisi), pubblicato dall’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute (UNU-INWEH) dell’Università delle Nazioni Unite.

Vi si legge chiaramente che termini divenuti familiari, come “stress idrico” e “crisi idrica”, ​​in molti luoghi non riflettono più la realtà. E questa realtà è una condizione caratterizzata da perdite irreversibili di capitale idrico naturale e dall’incapacità di rigenerazione, ovvero di tornare ai valori di base storici.

Il capitale naturale esaurito

Un rapporto che “racconta una scomoda verità: molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta”.

Secondo lo studio, il mondo sta rapidamente esaurendo i suoi “conti di risparmio idrico” naturali: più della metà dei grandi laghi del pianeta si sono ritirati dall’inizio degli anni ’90, mentre circa il 35% delle zone umide naturali è andato perduto dal 1970.

I numeri di un’emergenza

Ormai, quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in paesi classificati come a rischio idrico insicuro o gravemente insicuro. Circa 4 miliardi di persone soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno, mentre le conseguenze della siccità costano circa 307 miliardi di dollari all’anno. Questo in una situazione globale in cui circa 2,2 miliardi di persone non hanno ancora accesso ad acqua potabile gestita in modo sicuro.

Negli ultimi cinquant’anni, l’umanità ha perso circa 410 milioni di ettari di zone umide naturali, quasi la superficie dell’Unione Europea. Questo include circa 177 milioni di ettari di paludi e acquitrini interni, all’incirca le dimensioni della Libia o sette volte la superficie del Regno Unito.

Riserve idriche in declino

L’esaurimento delle falde acquifere e la subsidenza del territorio, legata al pompaggio eccessivo delle falde acquifere, dimostrano che le riserve nascoste si stanno esaurendo. Circa il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un declino a lungo termine. Ciò riduce permanentemente l’accumulo di acqua e aumenta il rischio di alluvioni in molte città, delta e zone costiere.

Bisogna poi fare i conti con il degrado della qualità dell’acqua, con i crescenti volumi di acque reflue non trattate, il deflusso agricolo, l’inquinamento industriale e la salinizzazione che stanno degradando fiumi, laghi e falde acquifere.

Senza parlare dello scioglimento della criosfera. Il mondo, in diverse località, ha già perso oltre il 30% della sua massa glaciale dal 1970.

Agricoltura e sopravvivenza

A risentire immediatamente della bancarotta idrica globale sono gli agricoltori e i sistemi alimentari, soprattutto in quelle parti del mondo, come l’Africa, dove la coltivazione della terra è ancora la base delle economie nazionali e della sopravvivenza delle comunità.

Ricordiamo che circa il 70% dei prelievi globali di acqua dolce viene utilizzato per l’agricoltura, in gran parte nel Sud del mondo. La siccità, dunque, ha sempre di più una matrice antropogenica, ovvero i deficit idrici sono causati da un uso eccessivo e dal degrado piuttosto che dalla sola variabilità naturale.

Rischio di conflitti sociali

Quasi superfluo aggiungere che la carenza d’acqua è un campanello d’allarme che suona fortissimo e che riguarda la sicurezza, la giustizia sociale e quindi le politiche locali ma anche globali. Lo squilibrio e il peggioramento sistematico in corso aumentano il rischio di disordini sociali e conflitti in molte regioni.

Non è un caso che questo report abbia preceduto un incontro ad alto livello a Dakar, in Senegal (26-27 gennaio) per preparare la Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua del 2026, che sarà co-ospitata dagli Emirati Arabi Uniti e dal Senegal, dal 2 al 4 dicembre negli EAU.

Gestire il fallimento idrico

“I governi – si legge nel report – devono passare urgentemente dalla gestione delle crisi alla gestione del fallimento. Il rapporto chiede di abbandonare la logica emergenziale a breve termine. Al contrario, sollecita strategie che prevengano ulteriori danni irreversibili”. Perché, si spiega, “l’attuale agenda globale per l’acqua non è più adatta all’antropocene”.

Concentrarsi esclusivamente sull’acqua potabile, sui servizi igienico-sanitari e su piccoli miglioramenti in termini di efficienza non sarà sufficiente a risolvere i crescenti rischi idrici. Anzi, questo approccio limitato comprometterà sempre più i progressi in materia di azione per il clima, protezione della biodiversità, gestione del territorio, sicurezza alimentare e pace.

Focus Africa subsahariana

Ma veniamo, nello specifico, alla situazione nel continente subsahariano. Dal Sahel al Sudafrica, circa 869 milioni di persone, più della popolazione totale di Stati Uniti e Unione Europea messe insieme, non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro.

Dal 2015, la quota di abitanti che utilizza servizi di acqua potabile gestiti in modo sicuro è aumentata di poco, dal 27% al 31%, nonostante la popolazione dell’Africa subsahariana sia aumentata di quasi il 20% nello stesso periodo.

Urbanizzazione e inquinamento

Cresce, intanto, l’inquinamento dovuto all’espansione delle città, all’aumento dell’industria manifatturiera e all’intensificazione dell’irrigazione e dell’allevamento. Inoltre, il peggioramento dei disastri legati all’acqua colpisce in media circa 15 milioni di persone all’anno, causando danni per miliardi di dollari.

Sono dati forniti dal Center for Strategic & International Studies, secondo cui l’Africa subsahariana si classifica come la regione con il più alto tasso di insicurezza idrica al mondo. Con l’aumento della popolazione aumenterà anche il fabbisogno idrico, sia a livello domestico che agricolo, ma a questa necessità fa da contraltare la carenza che ha ormai raggiunto livelli di non ritorno, a giudicare dal rapporto ONU.

Inaridimento dei bacini africani

In Africa, la frequenza delle siccità è triplicata dagli anni ’70 e le inondazioni sono aumentate di oltre dieci volte. Siccità, deforestazione, sfruttamento del territorio sono alcune delle ragioni che stanno tra l’altro provocando, ormai da decenni, l’inaridimento di molti bacini essenziali per la sopravvivenza di animali, piante ed esseri umani.

In particolare nel Sahel (come i bacini del Senegal, del Niger e del Volta), nel Kalahari (Okavango e Limpopo) e nelle zone aride della Namibia. Questi bacini, compresi quelli più importanti come il Ciad, il Nilo e lo Zambesi, dipendono dalle piogge stagionali, il che spesso causa scarsità d’acqua durante i periodi di siccità, mettendo a dura prova ecosistemi e comunità.

L’impatto dell’attività umana

Lunghi periodi di siccità causano, evidentemente, anche il prosciugamento dei pozzi. Già un paio di anni fa la situazione era allarmante, per esempio in Kenya, dove circa il 95% delle fonti d’acqua nel Turkana e nel Marsabit si è prosciugato.

Ma, come dicevamo, nell’era dell’antropocene, sono le attività dell’essere umano la principale causa dei disastri ambientali e delle sue conseguenze. Ne citiamo uno per tutti. L’attività mineraria illegale di estrazione dell’oro in Ghana ha provocato negli anni la contaminazione dei bacini idrici. Oggi, il 60% delle fonti di acqua dolce del Ghana risultano inquinate con tossine e sostanze chimiche mortali.

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