Somalia / Kenya
Da anni ormai è in corso una disputa fra i due vicini Somalia e Kenya sui confini marittimi nelle acque dell’Oceano indiano. In ballo c’è lo sfruttamento delle risorse nella zona. Fino ad ora il diverbio è stato bilaterale, ma adesso il governo di Mogadiscio ha deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia internazionale.

L’annoso braccio di ferro tra Somalia e Kenya per il possesso di 100 mila chilometri quadrati di mare ha registrato una svolta. Mogadiscio ha fatto ricorso alla Corte di giustizia internazionale, depositando ieri la richiesta di redimere la controversia sulla demarcazione della frontiera marittima con il vicino. «Abbiamo cercato per anni di risolvere la questione tramite colloqui bilaterali – ha evidenziato il ministro dell’Informazione somalo Mohammed Maareeye – ma ogni tentativo è sempre fallito».

Il governo somalo ha così abbandonato all’improvviso la trattativa, nonostante anche di recente avesse espresso la propria disponibilità per una soluzione della disputa estranea all’intervento del tribunale dell’Aja. Nairobi ha adesso otto mesi di tempo per presentare la propria controproposta, dopodiché avrà inizio il lungo percorso giudiziario.
Lo scorso ottobre la Somalia aveva presentato un esposto all’Agenzia delle Nazioni Unite incaricata di sovraintendere le frontiere marittime internazionali (Convenction of the laws of the sea – Unclos), chiedendo di non considerare le richieste del Kenya riguardo all’attribuzione delle acque contese, potenzialmente ricche di gas e petrolio. Ma l’ufficio Onu si è trovato nell’impossibilità di decidere a favore di uno o dell’altro.
I due paesi avevano firmato un memorandum d’intesa nel 2009 che stabiliva la linea di confine marittimo, ma nel 2012 il nuovo parlamento di Mogadiscio aveva rigettato l’accordo, accusando il vicino di aver affidato illegalmente ad Eni e Total, lo sfruttamento di giacimenti offshore situati in territorio somalo.

La disputa
La Somalia sostiene che il confine debba seguire verticalmente la linea della frontiera di terra, il Kenya vorrebbe invece che la demarcazione venisse tracciata in orizzontale, verso est. Entrambi hanno urgenza di risolvere la questione velocemente, spinti dalle richieste degli investitori stranieri per lo sfruttamento delle risorse naturali, ma i tempi della giustizia internazionale saranno lunghi. In quest’ottica la recente mossa di Mogadiscio potrebbe rappresentare solo una forzatura, per costringere Nairobi a sedere nuovamente al tavolo dei negoziati bilaterali sotto la pressione di una futura “decisione terza” che però arriverà tra solo qualche anno. Nel frattempo, il governo somalo ha chiesto alle sei compagnie, operative su concessione del governo kenyano nell’area di Oceano indiano contesa, di sospendere le attività fino alla risoluzione della controversia.

Risorse ambite
L’interesse per lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi e della pesca nelle acque dell’Oceano indiano, lungo la costa africana, è crescuito nell’ultimo decennio. Il Kenya, con il piano di sviluppo “Vision 2030”, ha puntato molto su questo settore con lo scopo di attrarre nuovi investimenti stranieri. Il triangolo di mare conteso si trova proprio di fronte a Lamu, località marittima al confine con la Somalia, destinata a diventare il cuore del corridoio Lapsset, la nuova rete transnazionale di trasporto petrolifero. A Lamu il governo sta costruendo, infatti, una raffineria capace di lavorare 120 mila barili di greggio al giorno e un moderno terminal portuale per facilitare il trasporto marittimo. Su Lamu convergeranno tre arterie di oleodotti. Una  porterà il greggio da Juba, in Sud Sudan, un’altra fornirà petrolio raffinato al mercato etiope e una terza  raggiungerà Mombasa, collegandosi con l’oleodotto che dalla città portuale arriva a Kampala, in Uganda.

Nella foto in alto giovani pescatori somali sulla costa. (Fonte: Bbc) Sopra una cartina con in evidenza i dettagli sulla disputa riguardante la frontiera marittima: Il Kenya pretende che esso segua il parallelo partente dal confine terrestre; la Somalia ritiene invece che vada stabilito secondo i principi dell’Unclos che prevedono una linea di equidistanza perpendicolare alla costa, corretta da circostanze rilevanti in modo da raggiungere un equo risultato.