Il Ghana e la sfida dell'identità negli aeroporti africani - Nigrizia
Ghana Politica e Società
Cambiare il nome di uno scalo può costare milioni di dollari ma vale il riconoscimento di un'intera nazione
Il Ghana e la sfida dell’identità negli aeroporti africani
Il recente rebranding dello scalo di Accra riaccende il dibattito sulle denominazioni aeroportuali nel continente. Tra cancellazioni dei simboli coloniali, omaggi agli eroi nazionali e scarsità di figure femminili, ecco come i nomi delle "porte del cielo" raccontano la storia dell'Africa
27 Febbraio 2026
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 8 minuti
Ingresso all'aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi, Kenya

Non è solo un nome. Ed ecco perché assegnarlo o cambiarlo è sempre un atto politico. Stiamo parlando della denominazione degli aeroporti nel continente africano.

A riaccendere il dibattito sull’opportunità o meno di cambiare un nome precedentemente assegnato allo scalo aeroportuale, è stata la recente decisione del governo ghanese. Dal 23 febbraio, e dopo sessant’anni, lo scalo non si chiama più Kotoka International Airport bensì, più asetticamente, Accra International Airport. Che è poi il nome originario.

E se il nome precedente non diceva molto ai milioni di passeggeri stranieri che sono passati da qui, il tenente generale Emmanuel Kwasi Kotoka rimane una personalità ben nota nel paese. Fu il leader del colpo di stato che, nel 1966, fece cadere Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, paese che primo fra tutti – era il 1957 – ottenne l’indipendenza dalla corona inglese.

Il generale Kotoka fu poi ucciso, solo un anno dopo in un contro golpe, poi fallito, proprio nei pressi di quell’aeroporto che gli sarebbe stato intitolato. Una decisione, quella della nuova titolazione, preceduta da un accesso confronto.

Gli oppositori, incluso il leader della minoranza in Parlamento, hanno visto la mossa come un tentativo di cancellare l’eredità di quello che è considerato un eroe della regione del Volta – Kotoka proveniva da lì – scatenando accuse di pregiudizi etnici e politici.

Ma anche la proposta di dedicare lo scalo al padre fondatore, Nkrumah, è stata scartata.

La posizione che ha avuto la meglio è quella secondo la quale onorare un “golpista” nominandogli la principale porta d’accesso al paese sarebbe stata una contraddizione rispetto all’identità democratica del Ghana. E anche sul nome del primo presidente è mancata l’unità. Così, ha prevalso il neutro “Accra”.

In Benin omaggio a un cardinale

Lo scorso anno è stato l’aeroporto di Cotonou ad essere ribattezzato. Il Cotonou Cadjehoun Airport è diventato Cardinal Bernardin Gantin International Airport, in onore del cardinale beninese. Unico caso in cui uno scalo è dedicato alla figura di un religioso.

I suoi ruoli nella gerarchia della Chiesa sono stati senza precedenti per un africano. Lo scorso anno è stata aperta la causa di canonizzazione.

Padri della nazione ed eroi dell’indipendenza

Fin dalle indipendenze gli aeroporti africani hanno preso il nome principalmente dai leader nazionali, padri fondatori, spesso veri e propri eroi anticoloniali. Una scelta legata dunque alla storia specifica di quella nazione.

Più raramente i nomi riflettono semplicemente la posizione geografica. Quello del Kenya, per esempio, è titolato a Jomo Kenyatta, anch’egli leader della lotta contro il dominio coloniale britannico, primo ministro dal 1963 al 1964, nel periodo intermedio del passaggio dall’amministrazione britannica, e poi presidente del paese dal 1964 fino alla sua morte, nel 1978.

Kenyatta subì anche la prigione accusato di aver orchestrato la rivolta anticoloniale dei Mau Mau. Il principale aeroporto del Kenya fu inaugurato nel marzo del 1958 dall’ultimo governatore coloniale del Kenya, Sir Evelyn Baring.

Avrebbe dovuto esserci anche l’allora giovane regina Elisabetta ma la sua presenza saltò. Un segno del destino forse. Quello che venne battezzato Embakasi airport (ora JKIA) alla morte di Jomo Kenyatta venne ribattezzato in suo onore e da allora non è più cambiato.

È solo nel 2006, invece, che l’aeroporto di Dar es Salaam, Tanzania, è stato nominato a Julius Nyerere, primo presidente della nazione, per onorare il suo ruolo nell’unificazione del paese. Governò il Tanganica – così si chiamava l’ex colonia britannica – come primo ministro dal 1961 al 1962, poi come presidente dal 1962 al 1964.

Fu in questa data che il Tanganica fu ribattezzato Tanzania, paese indipendente che il presidente nazionalista e socialista guidò come capo dello stato fino al suo ritiro, nel 1985. Morirà nel 1999.

Altro aeroporto che ricorda un eroe nazionale è quello di Capo Verde sull’isola di Sal, l’aeroporto internazionale Amilcar Cabral. Nella capitale Praia, però, è Nelson Mandela – forse in omaggio alla solidarietà panafricana o alla lotta contro l’oppressione dei bianchi – a dare nome allo scalo dal 2005 e che ha sostituito il Francisco Mendes, inaugurato nel 1961 che prendeva il nome dall’attivista indipendentista della Guinea-Bissau e primo ministro del paese.

Altro esempio di omaggio ai “padri della nazione” è il Senegal, o meglio era. L’aeroporto internazionale di Dakar è il Blaise Diagne International Airport inaugurato nel 2017 a sostituzione del Léopold Sédar Senghor International Airport, che portava il nome del primo presidente del Senegal, che sotto i francesi si chiamava Dakar-Yoff.

Negli anni è diventato poi troppo piccolo e inadatto ai grandi aeromobili e al traffico internazionale. Blaise Diagne fu il primo africano ad essere eletto alla Camera dei Deputati di Francia e il primo a ricoprire una carica nel governo francese. Era il 1914.

Può anche avvenire che sia un cambio di regime a portare alla modifica del nome dell’aeroporto. È avvenuto, per esempio, in Guinea nel 2021, quando il governo di transizione ha deciso di rinominare l’aeroporto – prima Gbessia International Airport – in onore dell’ex presidente Ahmed Sékou Touré, con l’obiettivo di ravvivare i sentimenti di orgoglio nazionale e di resistenza panafricana.

Denominazioni coloniali cancellate

Il Sudafrica è il paese che più di ogni altro ha dato vita a una sistematica cancellazione dei riferimenti ai colonizzatori e al triste e lungo periodo dell’apartheid.

Nel 2006 il nome di Jan Smuts, ex primo ministro sudafricano, fu archiviato e da allora lo scalo di Johannesburg è titolato a Oliver Tambo, rilevante figura della lotta all’apartheid ed ex presidente dell’ANC.

Quello di Durban, inaugurato nel 2010, è stato reintitolato al leggendario monarca zulu del XIX secolo, re Shaka Zulu. Ancora, quello di Port Elizabeth rinominato con il nome Chief Dawid Stuurman International Airport nel 2021, in onore di un leader khoi e attivista anticoloniale. E quello di East London, ribattezzato nel 2021 King Phalo Airport, in onore di un grande monarca xhosa.

Eppure, come abbiamo visto per il caso del Ghana, rinominare un aeroporto non è un processo sempre fluido e alieno da controversie. Da tempo si discute sul nome da scegliere per rinominare l’aeroporto di Città del Capo, che per il momento mantiene un neutrale Cape Town International Airport (prima era dedicato a D.F. Malan, ex ministro e figura di spicco del regime segregazionista).

Figure femminili quasi assenti

Una vera e propria campagna è cominciata nel 2018, avviata dall’EFF, (Economic Freedom Fighters) partito fondato nel 2013 da Julius Malema, ex esponente dell’ANC (African National Congress).

La proposta è quella di nominare l’aeroporto in onore di Winnie Madikizela-Mandela, attivista del movimento anti-apartheid e per 38 anni moglie del leader Nelson Mandela.

Fu lei – insieme agli altri esponenti del movimento – a organizzare la lotta durante i lunghi anni di prigionia del marito (lei stessa subì il carcere e le torture parecchie volte). I contrari alla proposta hanno messo in discussione la sua eredità divisiva e preferirebbero un’altra scelta.

Le si contesta ancora di aver creato un clima di terrore e di violenza a Soweto, negli anni Ottanta, utilizzando ogni metodo soprattutto per stanare i collaboratori e le spie del regime.

Fatto sta, che a parte l’aeroporto di São Vicente (Capo Verde) intitolato a Cesária Évora, la celebre musicista nata sull’isola, non ne risultano altri intitolati ad una figura femminile.

A parte il Margaret Ekpo International Airport di Calabar, la capitale dello stato di Cross River in Nigeria. Rinominato nel 2001, rende omaggio a Margaret Ekpo, pioniera dell’attivismo per i diritti delle donne e del movimento anticoloniale.

Neutralità delle capitali

Ci sono infine nazioni che hanno preferito il nome della capitale probabilmente come atto di neutralità politica. È per esempio il caso dell’Aeroporto Internazionale di Addis Abeba Bole (Etiopia), l’Abidjan International Airport (Cost d’Avorio) o il Kigali International Airport (Rwanda).

A questo proposito ricordiamo che nel 2028 è prevista l’apertura del nuovissimo Bugesera International Airport a quattro chilometri da Kigali. I lavori sono cominciati nel 2017 e l’investimento totale è pari a circa 2 miliardi di dollari.

Tempi lunghi e costi alti

Tornando ai rebranding, questi naturalmente non avvengono a costo zero. I costi diretti includono, tra le altre cose, la sostituzione della segnaletica, l’aggiornamento dei sistemi digitali e la revisione dei documenti legali.

Per l’Aeroporto Internazionale di Accra, per esempio, il costo stimato è compreso tra 2 e 5 milioni di dollari. Altre spese sono quelle che riguardano il settore privato e le infrastrutture aeronautiche globali. Mentre ogni compagnia aerea e fornitore di servizi presente in aeroporto deve aggiornare carta intestata, biglietti da visita, siti web, sigle sulle uniformi e così via.

Inoltre, l’aggiornamento delle registrazioni internazionali, delle piattaforme di biglietteria e delle carte aeronautiche globali può richiedere dai 6 ai 12 mesi. Evidentemente, però, questi disagi sono considerati poca cosa rispetto all’identificazione nazionale.

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