Era il 3 marzo 1965 quando, nelle radio dei bar di Tunisi, risuonava una voce carismatica e insieme provocatoria. Era il presidente Habib Bourguiba che, dalla lontana Gerico, esortava il mondo arabo a un realismo sconvolgente: riconoscere Israele, abbandonare la retorica della guerra eterna, procedere “passo dopo passo” verso la pace.
Nei giorni seguenti, mentre la stampa egiziana bollava le parole di Bourguiba come “il più grande tradimento alla causa araba”, un altro tipo di preparativi si bloccava bruscamente a Tunisi: quelli per la Coppa d’Africa delle Nazioni, in programma nel novembre successivo. La feroce risposta di Nasser, contenuta nei suoi Discorsi Ufficiali, creò una crisi tale che il boicottaggio sportivo divenne l’unica forma di diplomazia possibile.
L’AFCON divenne, suo malgrado, il campo di una battaglia per l’anima del mondo arabo: pragmatismo contro intransigenza. Il Cairo annunciò il ritiro. Il torneo, privato di una delle favorite, si trasformò in un fantasma geopolitico prima ancora di cominciare.
Questo episodio, apparentemente minore, racchiude l’essenza più profonda dell’AFCON. Perché la Coppa d’Africa non è mai stata solo un torneo di calcio.
Come ci ricorda Ben Jackson, nel suo illuminante saggio “The Africa Cup of Nations: The History of an Underappreciated Tournament“, l’AFCON è stato il palcoscenico dove le nuove nazioni africane hanno cominciato a gettare i germogli della loro nuova identità nazionale, funzionando da specchio delle turbolenze politiche, delle utopie rivoluzionarie e delle complicate riconciliazioni dell’Africa post-coloniale.
Decolonizzazione e panafricanismo
Nei suoi primi decenni, l’AFCON aspirava a una visione panafricana. Il torneo inaugurale si tenne a Khartoum nel 1957 per celebrare la formazione della Confederazione Africana di Calcio (CAF). Secondo lo storico Peter Alegi, autore di “African Soccerscapes”, il primo torneo fu il veicolo dell’idealismo politico.
“Cercò di affermare l’uguaglianza degli africani con gli europei, che all’epoca colonizzavano ancora la maggior parte del continente”, afferma. “L’AFCON fece anche una dichiarazione sulla cittadinanza e l’appartenenza dell’Africa al mondo globalizzato del calcio. L’AFCON fornì un palcoscenico panafricano per la rappresentazione di nuove identità nazionali in un modo che la maggior parte delle persone sostenne e persino abbracciò”.
Nkrumah e i Real Republikans
Uno dei primi a comprendere il potenziale politico del calcio fu Kwame Nkrumah. Secondo il padre dell’indipendenza ghanese, infatti, “il calcio è l’arma che abbiamo per dimostrare che l’uomo nero è capace di eccellere”, dichiarò, fondendo sport, decolonizzazione e panafricanismo.
Per forgiare quest’arma, Nkrumah costruì dal nulla il mito dei Real Republikans, un club-stato a cui ogni squadra del paese dovette cedere i due migliori giocatori. Era una sorta di “laboratorio nazionale”, la fucina delle Black Stars che vinsero l’AFCON in casa nel 1963 e la bissarono nel 1965 in Tunisia, proprio nel torneo “svuotato” dalla protesta egiziana contro Bourguiba.
Quelle vittorie non furono semplici trionfi sportivi, ma il monumento vivente del socialismo nkrumahista, la prova che un’Africa unita e orgogliosa poteva trionfare. Come nota anche lo storico David Goldblatt, nel volume “The Ball is Round“, lo sport divenne lo strumento privilegiato per progetti di costruzione nazionale che dovevano essere visibili e immediati, proiettando sul rettangolo di gioco l’immagine ideale della sovranità africana.
Paul Darby, in “Africa, Football and FIFA“, spiega come questo uso strumentale del calcio fosse la regola per i regimi post-coloniali, ansiosi di creare consenso e identità dal nulla. Altri leader, infatti, impararono la lezione, adattandola alle loro ambizioni.
L’Authenticité di Mobutu
In Zaire, Mobutu Sese Seko usò il calcio per imporre l’Authenticité, cancellando nomi coloniali e ribattezzando la nazionale “I Leopardi”. Nel 1974, l’anno della loro unica vittoria in AFCON e della storica qualificazione ai Mondiali, Mobutu trasformò i calciatori in funzionari di stato.
“Voi siete i nostri ambasciatori, la vostra forza è la forza dello Zaire”, tuonava. Mobutu, ossessionato dall’idea di purificare l’identità zairese, orchestrò un’operazione di “rimpatrio forzato” del talento calcistico che non aveva precedenti.
Il dittatore, per dire, emanò un decreto che proibiva ai giocatori nazionali di militare in club stranieri prima dei 30 anni, costringendo stelle come Julien Kialunda – che brillava nell’Anderlecht – a lasciare l’Europa per tornare a Kinshasa.
Per convincerli, Mobutu non badò a spese, trasformando i calciatori in una casta di privilegiati: ai membri dei “Leopardi” vennero donate ville di lusso nei quartieri d’élite della capitale e lussuose residenze estive lungo le sponde del Lago Tanganica, in particolare nella zona di Kalemie, concepite come premi per la loro fedeltà alla nazione.
Ogni vittoria veniva celebrata con la consegna di auto di lusso e stipendi che superavano di gran lunga quelli dei ministri. Il talento di eroi popolari come Ndaye Mulamba servì a cementare un’identità nazionale fittizia ma potentissima, un paravento dietro cui nascondere le crescenti brutalità del regime, le fragilità economiche e le profonde divisioni del paese.
Gheddafi e la Rivoluzione Verde
Nessuno, però, sfruttò questo palcoscenico meglio di Muammar Gheddafi.
Ospitare l’AFCON del 1982 fu per il Colonnello l’occasione di proiettare la sua “Terza Teoria Universale” e il suo ruolo di guida anti-imperialista dell’Africa. La cerimonia di apertura a Tripoli si trasformò in un comizio, la finale – persa ai rigori contro il Ghana – diventò una vetrina.
Per Gheddafi, il calcio era un’appendice della Rivoluzione Verde, uno strumento per forgiare un’identità libica antagonista e orgogliosa. Fu quella anche una edizione di rottura con il passato.
La svolta dell’82
Fino al 1982, gli ideali di panafricanismo della CAF erano strettamente legati al suo funzionamento. La Coppa d’Africa era disputata esclusivamente da giocatori dilettanti che militavano in squadre di club del continente, una “mossa panafricanista per trattenere i giocatori africani in patria”, secondo Chukwuka Onwumechili, autore di “Identity and Nation in African Football“.
Ma il torneo del 1982 fu una svolta. “Prima del 1982, la CAF aveva una regola che limitava a due l’utilizzo di giocatori stranieri per ogni squadra”, afferma Onwumechili. “La sua modifica nel 1982 ha aperto la strada a un numero sempre maggiore di giocatori stranieri nel torneo, al punto che molti di coloro che ora rappresentano i loro paesi non hanno mai risieduto permanentemente nel paese che rappresentano. Si tratta di un netto distacco da uno degli obiettivi politici iniziali della competizione”.
Il cambiamento fu dettato da due eventi significativi. La FIFA aveva imposto nuove regole che obbligavano le società calcistiche a rendere disponibili i giocatori per la selezione della nazionale. Secondo Alegi, questo ha messo direttamente in discussione il limite imposto dalla CAF ai giocatori stranieri.
“Inoltre, il limite aveva perso il sostegno politico in Africa all’inizio degli anni ’80 a causa della continua ‘seconda ondata’ di migrazione di giocatori africani in particolare verso Francia, Portogallo e Belgio”, spiega. “I migliori giocatori giocavano sempre più all’estero, quindi la CAF (sotto la guida di Tessema) probabilmente si rese conto che tenere quei giocatori fuori dalla Coppa d’Africa avrebbe diminuito la qualità della competizione”.
Dai KK Eleven al Sudafrica
Allo stesso modo, in Zambia, il presidente Kenneth Kaunda fuse la propria persona con la selezione nazionale, non a caso soprannominata “KK Eleven” (gli undici di KK). Tuttavia, il legame tra la squadra e il nome del leader divenne così stretto che, con la fine del regime monopartitico di Kaunda nel 1991, la squadra dovette cambiare nome in Chipolopolo (i proiettili di rame), segnando il passaggio verso una nuova identità nazionale non più dipendente da un singolo uomo.
Per decenni, la CAF è stata l’unica organizzazione internazionale a mantenere un fermo boicottaggio contro il Sudafrica razzista. L’identità della Confederazione stessa si definì in opposizione al razzismo di Pretoria. Per decenni, la CAF, infatti, aveva fatto del boicottaggio al Sudafrica dell’apartheid una bandiera della sua identità anti-razzista.
Il cerchio si chiuse nel 1996, quando il Sudafrica, libero e democratico, ospitò e vinse il torneo. La vittoria dei Bafana Bafana fu l’atto di nascita della “Nazione Arcobaleno”. L’immagine di Nelson Mandela con la maglia della nazionale, che consegnava il trofeo al capitano bianco Neil Tovey è una delle foto più iconiche del XX secolo.
Fu la prova definitiva che il calcio poteva fare ciò che la politica da sola non era riuscita a fare: unire simbolicamente un popolo lacerato. Come scrisse Mandela, nei suoi diari, quel momento fu sentito come una “seconda indipendenza”.
Dall’utopia panafricana di Nkrumah alla catarsi sudafricana, passando per le dittature e le rivalità culturali, la Coppa d’Africa ha raccontato tutto. È stata il rito di passaggio di un continente in evoluzione, il teatro dove si sono plasmate nazioni, negoziate identità e, a volte, sanate ferite profonde. Per questo, e tanti altri motivi, la Coppa d’Africa non è un semplice torneo. Ma, come scrive Jackson, è il documento più vibrante e fedele della storia politica africana.