L’editoriale di Nigrizia di luglio/agosto.
Toh, scoperta!
C’è ancora la fame nel mondo.
Non solo c’è, ma è pure in aumento.

Tranquilli. L’opinione pubblica italiana e occidentale è stata disturbata da qualche titolo di giornale o da qualche immagine in tivù solo per un giorno. Dopodiché, tutto è tornato alla normalità. Che nei casi più alti significa che ciascuno pensa alla crisi sua, si accontenta di «aiutare i poveri a casa loro», e magari si ritaglia qualche momento di solidarietà allungando un euro a un’organizzazione umanitaria. Ma di sicuro c’è anche chi pensa – in piena coerenza con la lettura terrorizzante e terroristica delle migrazioni, che va per la maggiore – che questi morti di fame, loro almeno non avranno la forza di spostarsi dai loro paesi e, quindi, non verranno a bussare alle nostre porte.

Pertanto, non fa scandalo se la Fao, organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, stima (con una nota del 19 giugno) che gli affamati sono oggi 1 miliardo e 20 milioni, cioè un sesto della popolazione mondiale, e che sono 100 milioni in più rispetto al 2008, per via dell’intrecciarsi, in molti paesi in via di sviluppo, della recessione economica mondiale con gli alti prezzi dei beni alimentari. A questo si deve aggiungere che la crisi sta colpendo duramente anche gli immigrati che vivono qui da noi: quelli che perdono il lavoro devono per forza ridurre o interrompere i trasferimenti di denaro nei loro paesi d’origine, e questo si traduce in minor sicurezza economica nel sud del mondo.

Ad aver fame sono 642 milioni in Asia e nel Pacifico, 265 milioni nell’Africa subsahariana, 53 milioni in America Latina e nei Caribi, 42 milioni nel Vicino Oriente e nell’Africa del nord. E sono 15 milioni quelli che non hanno cibo sufficiente in paesi come il nostro.

Di fronte a queste cifre, ogni cittadino responsabile dovrebbe sentirsi chiamato in causa. Dovrebbe tentare di capire e di agire. Alcuni già lo fanno, perché hanno imboccato una strada che si rifiuta di delegare alla solidarietà quel che invece spetta alla giustizia e alla buona politica. E camminare lungo questa strada significa esattamente riappropriarsi della politica ed esercitare cittadinanza attiva.

Jacques Diouf, direttore generale della Fao, ha spiegato che «per ridurre il numero delle vittime della fame, i governi, assistiti dalla comunità internazionale, devono garantire ai piccoli contadini l’accesso non solo a sementi e fertilizzanti, ma anche a tecnologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e mercati». Uno degli snodi centrali è la produzione agricola. Per questo, non da oggi, la Coalizione globale contro la povertà – espressione della società civile italiana attenta ai rapporti Nord-Sud – sostiene che «l’agricoltura non può essere considerata un settore del commercio internazionale, ma ha bisogno di regole e di strumenti specifici perché le scelte che si fanno in questo campo riguardano l’accesso al cibo, diritto umano fondamentale».

Per battere la povertà – e, dunque, la fame – la Coalizione propone al nord del mondo alcune piste. Si tratta, innanzitutto, d’investire nell’agricoltura gestita dai piccoli agricoltori del sud del mondo, passando dai 3.9 miliardi di dollari stanziati nel 2006 a 30 miliardi di dollari l’anno. È necessario, poi, che sia aumentato su scala globale l’aiuto pubblico allo sviluppo, come peraltro deciso dal G8 a Gleaneagles nel 2005 e come recita uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite. I fondi pubblici per lo sviluppo dovrebbero arrivare, entro il 2015, allo 0,70% del prodotto interno lordo, ma oggi pare un traguardo irraggiungibile per molti paesi.

E l’Italia? Sta andando in senso opposto e tagliando senza posa i fondi della cooperazione internazionale. Chi ci governa non ha dubbi: che li si aiutino o meno, il cittadino italiano si disinteressa dei morti di fame.

La Coalizione contro la povertà ribadisce che per inaugurare un circolo virtuoso occorre lavorare in vista di una nuova governance, fondata su processi decisionali più trasparenti e sull’etica delle responsabilità, che miri al bene comune e superi il conflitto tra interessi nazionali e internazionali.

Parole del tutto condivisibili, che, a nostro avviso, devono trovare maggiore ascolto anche nelle parrocchie e nelle diocesi, dove l’impegno solidale lungo l’asse Nord-Sud va coniugato con l’approfondimento socio-politico, la denuncia, la presa di posizione.

Se al G8 dell’Aquila (8-10 luglio) i grandi della terra faranno solo chiacchiere sulla fame, un cristiano non può far finta di non saperlo…