Sudan
Non è casuale che il Sudan si sia schierato con l'Arabia Saudita nel conflitto in Yemen. Gli accordi del valore di 1 miliardo e 700 milioni di dollari firmati nei giorni scorsi per 4 progetti in campo energetico (dighe sul Nilo) e agricolo (land grabbing), ne sono la prova. A farne le spese sono le comunità locali.

Il Sudan comincia ad incassare i dividendi per il cambio di alleanza che l’ha portato a schierarsi con l’Arabia Saudita nella guerra yemenita contro gli Houthi, sostenuti dall’Iran. Molti analisti avevano attribuito ai gravissimi problemi di bilancio la partecipazione di Khartoum al conflitto yemenita dalla parte di Riyad, e avevano letto come un segno di distacco dal tradizionale alleato iraniano la chiusura, a inizio anno, del centro studi sciita di Khartoum. Quest’ultimo era stato accusato di destabilizzare la pace religiosa, facendo proselitismo in un paese a grandissima maggioranza sunnita.
Negli ultimi mesi si susseguono le informazioni di impegni finanziari sauditi in Sudan. In luglio e agosto si è trattato di un’iniezione di un miliardo di dollari nelle casse della Banca Centrale. Nei giorni scorsi sono stati invece firmati accordi per quattro progetti nel campo dell’agricoltura e dell’energia, per un valore complessivo di oltre 1 miliardo e 700 milioni di dollari. Due degli accordi firmati sono particolarmente critici.

Accordi senza scrupoli
Il primo, del valore di 1 miliardo e 250 mila dollari, riguarda la realizzazione di ben tre dighe sul Nilo, nel nord del paese, più precisamente a Kajbar, Dal ed El Shireig. La costruzione di dighe ha incontrato enormi resistenze da parte degli abitanti locali, che vedono minacciati i propri mezzi di sostentamento. Le comunità autoctone vengono infatti costrette a reinsediarsi in zone aride, lontane dall’acqua, che consentono un’agricoltura di sola sussistenza. E ci sono molti modi per spingerle ad andarsene contro la loro volontà.  Nei mesi scorsi circolavano sui social network filmati di palmeti dati alle fiamme in diverse località lungo il corso del Nilo. La palma da dattero è una delle coltivazioni tradizionali più redditizie per la popolazione della zona. Le comunità locali accusano il governo di essere il mandante degli incendi: l’intento sarebbe quello di spingerle a trasferirsi nelle zone più inospitali proposte come compensazione per i terreni fertili invasi dai bacini delle dighe e dai futuri progetti di agricoltura industrializzata.
Non a caso il secondo contratto da tenere in seria considerazione riguarda lo sfruttamento agricolo di un milione di acri di terreno nella zona di un affluente del Nilo, l’Atbara. Si tratterebbe dell’ennesimo progetto di land grabbing: il Sudan risulta infatti ai primi posti nella graduatoria africana dei paesi che appaltano la loro terra ad investitori stranieri in cambio di affitti irrisori per il valore del terreno. Questi ricavi, tuttavia, costituiscono cifre interessanti nel bilancio dello stato e, spesso, anche delle leadership locali. In Sudan gli investimenti sono soprattutto arabi. Anche gli Emirati del Golfo, in particolare il Qatar e perfino l’Egitto, hanno interessi enormi nel settore.

I locali non si arrendono
Progetti di dighe e di land grabbing incontrano da sempre fortissime opposizioni nelle popolazioni interessate. E sembra che anche in questa occasione le comunità locali si stiano organizzando, nonostante la repressione violenta sperimentata negli anni passati. Molto accesa, ad esempio, fu la protesta durante la costruzione della diga di Merowe (nella foto sopra). Nel 2007, durante le dimostrazioni contrarie alla costruzione delle dighe di Kajbar, ci furono addirittura quattro morti e decine di arrestati, compresi i giornalisti che intendevano coprire l’avvenimento. Ora si è già costituito un comitato ostile alla costruzione della diga di El Shireig, il quale denuncia che la popolazione locale non è stata ancora consultata fino a questo momento. Il vero obbiettivo degli investimenti sarebbe, a detta del comitato, quello di rendere possibile lo sfruttamento delle risorse minerarie di cui la zona è ricca.
Le popolazioni locali, depositarie della millenaria civiltà nubiana, avvertono che con le dighe saranno spazzati via 7000 anni di storia e verranno coperti per sempre centinaia di siti archeologici. Insomma, nuovi conflitti etnici e sociali si preparano in Sudan, regione dagli equilibri già molto delicati e dalle forti tensioni che, a detta di diversi osservatori, potrebbero trasformarla in un nuovo Darfur. 

Nella foto sopra la diga di Merowe in Sudan, costruita dai cinesi della China International Water&Electric Corp e attiva dal 2009.
Sotto una cartina con in evidenza le dighe esistenti e i progetti pianificati lungo il corso del Nilo nel nord del Sudan.