Dal numero di gennaio: l’urna che verrà
In molti paesi si festeggerà il cinquantenario dell’indipendenza. In Sudafrica, a giugno, si terrà la Coppa del Mondo di calcio. Ma soprattutto ci saranno importanti appuntamenti elettorali: Sudan, Etiopia, Angola, Burundi, Rwanda. Soffermiamoci su alcuni snodi critici.

In Angola, si apre un anno elettorale. Ma non è ancora stata fissata la data per le presidenziali e diventa sempre più improbabile che possano tenersi a fine settembre. Tre candidati dell’opposizione, Luisete Macedo, João Cambwela e Vasco Cristovão, hanno emesso un comunicato congiunto in cui criticano il presidente José Eduardo dos Santos per questo ritardo. E hanno anche sollecitato il parlamento a fissare un calendario per l’elaborazione di una nuova costituzione.

 

La sintesi di una prima bozza di costituzione avrebbe dovuto essere pronta lo scorso agosto. Ma l’Mpla (Movimento popolare per la liberazione dell’Angola, il partito al potere), che a giugno aveva reso nota la propria preferenza per un’elezione a suffragio universale, sta ora tentando di sostenere l’opzione di un voto da parte del parlamento. Il rivale di Isaias Samakuva nella gara per la presidenza dell’Unita (Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola) nel 2007, l’ex deputato Abel Chivukuvuku, ha preso posizione contro l’elezione indiretta: in una dichiarazione televisiva ha affermato che ricorrere a questa procedura sarebbe «una violazione della costituzione».

 

Ma l’opposizione è divisa: né il presidente dell’Unita, Samakuva, né il dissidente dell’Mpla, l’economista Vicente Pinto de Andrade, che due anni fa si è dichiarato candidato indipendente, si sono espressi. Peggio, l’Unita non ha tratto lezione dalla batosta delle elezioni politiche del 2008, quando ha avuto poco più del 10% dei suffragi, contro oltre 80% dell’Mpla. Lungi dall’essere un fronte compatto, l’Unita mette in piazza le sue divisioni. Samakuva cerca soprattutto di essere egemone nel partito. Quando nel febbraio 2009 Chivukuvuku ha detto di sentirsi libero di candidarsi alle presidenziali, il presidente ha minacciato di espellerlo dal partito, anche se il dissidente catalizza le simpatie di un buon numero di militanti del partito.

 

Intanto, dos Santos si preoccupa d’altro. Per esempio di ottenere un voto che non si discosti troppo da quello ottenuto dal partito alle ultime elezioni. Già nel 1992, il presidente visse come un’umiliazione il suo 49,57%, contro il 53,74% dell’Mpla. Taluni pensano che il suo tergiversare delinei la sua volontà di cedere la mano a qualcuno dei suoi favoriti. Di recente, ha fatto entrare suo figlio José Filomeno nel comitato centrale del partito. C’è da dire, però, che le espulsioni di cittadini dalle loro case, nelle periferie di Luanda e Benguela, a opera di operatori immobiliari, non accrescono la popolarità del presidente e del suo entourage.

 

Può anche darsi che a frenare dos Santos dall’annunciare la data del voto sia stata anche la crisi economico-finanziaria. L’Angola, dopo essere passata da una crescita a due cifre alla recessione nel corso del 2009, dovrebbe tornare a crescere nel 2010, stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale.

 

 

Kabila e i suoi rivali

Nella Repubblica democratica del Congo, si tratta di capire se ciò che ha messo a nudo un recente rapporto delle Nazioni Unite – cioè le connessioni e le coperture di cui godono in numerosi stati i ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr – hutu rwandesi, attivi nel nord-est del paese) – indurrà le autorità a muoversi.

 

Quest’anno sono previste elezioni locali e municipali. Serviranno da presame per le presidenziali e le politiche del 2011. Le consultazioni, in via di principio, dovrebbero rafforzare la posizione del presidente Joseph Kabila. In effetti, Jean-Pierre Bemba, il suo rivale nel 2006 e possibile concorrente anche domani, è in stato d’arresto: la Corte penale internazionale lo processerà per fatti avvenuti nel 2002 nella Repubblica Centrafricana.

 

Si vocifera di altri tre candidati potenziali. Uno si è dichiarato. Si tratta di Étienne Tshisekedi, leader dell’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps), oppositore sia di Mobutu, il dittatore che ha spadroneggiato per un trentennio, sia di Kabila. Ma è quasi cieco e ha una salute declinante. Il suo partito, che in 27 anni di attività non ha ancora organizzato un congresso, è diviso.

 

Un altro potenziale rivale è Vital Kamerhe, ex presidente del parlamento, costretto alle dimissioni nel gennaio 2009 per essersi opposto all’operazione congiunta congo-rwandese “Umoja wetu” (la notra unità), contro le Fdlr nel Kivu. I suoi tentativi di crearsi un proprio feudo politico hanno suscitato le energiche reazioni delle autorità, che il 15 aprile hanno disperso una riunione a Kinshasa. Da allora, Kamerhe trascorre gran parte del suo tempo in Sudafrica.

 

Un rivale serio per Kabila, anche se fa parte della maggioranza presidenziale, potrebbe essere il governatore del Katanga, Moïse Katumbi: molto popolare nella sua regione, può allearsi con coloro che sono favorevoli al decentramento previsto dalla costituzione. Certo è molto prudente, soprattutto dopo aver subito, nell’agosto 2007, all’aeroporto di Kinshasa, un sabotaggio al carrello d’atterraggio del suo aereo.

 

Dell’equazione elettorale fa parte anche la perdita di popolarità di Kabila nell’est del paese, in ragione del suo riavvicinamento a Kigali e dei ritardi accumulati nella realizzazione di cinque grandi cantieri della ricostruzione. La revisione nel novembre 2009, sotto la pressione di Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, del contratto con la Cina, che prevedeva la costruzione di infrastrutture in cambio dell’accesso ai giacimenti minerari, avrà l’effetto d’impedire la realizzazione di un certo numero di promesse da parte di Kabila. Certamente rischia di accrescere il malcontento anche l’annuncio fatto dal presidente, sempre in novembre, di differire l’applicazione della riforma sul decentramento che prevede di conferire alle province il 40% delle entrate fiscali.

 

Il 2010 sarà anche l’anno della verità tra Rd Congo e Angola, le cui relazioni si sono appannate in seguito alla disputa sulle ripartizioni delle risorse petrolifere offshore.

 

 

Milizie al voto

In Burundi, il 2010 si annuncia come l’anno di tutti i pericoli. L’agenda prevede le elezioni politiche in luglio e le presidenziali in agosto, in un contesto di caccia alle streghe e di crisi economica. Le consultazioni dovranno essere finanziate all’80% dalla comunità internazionale: così almeno stima la Commissione elettorale nazionale indipendente.

 

Alcuni analisti prevedono nei prossimi mesi una leggera accelerazione della crescita. Ma forse è un dato troppo ottimistico. Lo scorso agosto, l’Ufficio delle colture industriali ha stimato per il periodo 2009-2010 una caduta del 55% nella produzione del caffè, principale prodotto destinato alla vendita. Notizie non buone anche dal fronte del cotone. Bene, invece, la produzione del tè, grazie alle piogge favorevoli e al maggior utilizzo di fertilizzanti.

 

Il paese possiede potenzialità in campo minerario, ma lo sfruttamento dei giacimenti di nikel di Musongati (rappresentano circa il 6% del totale mondiale) non è per domani, in quanto mancano infrastrutture. Il progetto dipende dalla costruzione di una nuova diga sul fiume Ruzizi, nella vicina Rd Congo, che non sarà ultimata prima del 2015, e di una ferrovia per portare il minerale al porto di Dar Es Salaam (Tanzania). Da sottolineare che l’avvio, il prossimo luglio, di un mercato comune della Comunità dell’Africa Orientale suscita in molti uomini d’affari burundesi il timore di non riuscire a tener testa alla concorrenza.

 

La crisi è anche politica. L’opposizione sospetta che chi è al potere sia disposto a tutto pur di restarci. E non si fida del nuovo codice elettorale, adottato l’11 settembre 2009 dal parlamento, che impone l’uso di schede multiple e non di un’unica scheda dove barrare il nome del candidato scelto. L’opposizione e i diplomatici temono che, come nel 2005, questo sistema favorisca le intimidazioni e i brogli, orchestrati dalle milizie del Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa della democrazia (Cndd-Fdd), il partito al potere. I principali partiti di opposizione, il Fronte per la democrazia in Burundi (Frodebu), a maggioranza hutu, e l’Unione per il progresso nazionale (Uprona), a maggioranza tutsi, già denunciano il proliferare di queste milizie.

 

 

Kagame per sempre

In Rwanda, non c’è grande attesa per le presidenziali previste tra giugno e settembre 2010. Tutti i pronostici dicono che il presidente Paul Kagame (sette anni fa aveva raccolto il 95% dei suffragi), sostenuto dal Fronte patriottico rwandese e da tutte le altre principali formazioni, sarà rieletto. Si tratta solo di vedere se parteciperà al voto Victoire Ingabire Umohoza, candidato dell’opposizione hutu in esilio e presidente delle Forze democratiche unificate (Fdu)-Inkingi. Questo partito, non ancora ufficialmente riconosciuto in Rwanda, vuole il dialogo tra il governo rwandese e i ribelli hutu delle Fdlr, con base nell’Rd Congo.

 

Comunque sia, non c’è dubbio che il voto si terrà in una congiuntura economica difficile. Il governo prevede un dimezzamento del tasso di crescita: dall’11,2% nel 2008-2009 al 5,5% nel 2009-2010. Il calo della domanda sui mercati internazionali aggraverà, inoltre, la situazione della bilancia dei pagamenti.

 

La produzione di caffè è prevista in calo: da 28.000 a 23.000 tonnellate. All’origine di questa notevole flessione ci sono l’insufficiente numero di alberi in produzione e il ritardo nella concessione di prestiti bancari agli stabilimenti di lavaggio del caffè. Tuttavia, l’Ufficio delle colture industriali ha previsto di continuare gli sforzi per portare nel 2011 la produzione da 35.000 a 40.000 tonnellate, grazie a un miglioramento della qualità e a una maggiore promozione del caffè rwandese.

 

In calo, invece, del 40% il valore delle esportazioni minerarie, soprattutto a causa della diminuzione dei prezzi dello stagno e del tungsteno. Ma il governo spera di espandere il settore nei prossimi anni, incoraggiando le prospezioni e modernizzando le tecniche di estrazione. Un settore che ha ben resistito è invece quello del tè: dalle 20.000 tonnellate del 2008 alle 24.000 del 2009. Si prevede di accrescere la superficie coltivata di 9.000 ettari e di creare cinque nuovi stabilimenti con l’obiettivo di spingere la produzione a 35.000 tonnellate intorno al 2012. Un settore piuttosto promettente è quello del turismo. Sono stati fatti importanti investimenti per diversificare l’offerta (crociere sul lago Kivu, villaggio culturale a Kigali) e sono aumentati alberghi e hotel. L’anno appena iniziato potrebbe, poi, migliorare sensibilmente l’approvvigionamento energetico. Se i tempi saranno rispettati, la società americana ContourGlobal dovrebbe concludere, entro il 2010, la costruzione di una centrale di 100 Mw, alimentata dal gas metano del lago Kivu, che fornirebbe alla rete elettrica rwandese una capacità supplementare di 25 Mw. Ma questa scadenza potrebbe essere prorogata per le difficoltà tecnologiche legate al progetto. Cionondimeno, un accordo dello scorso giugno stabilisce lo sfruttamento del metano del lago in comune tra Rwanda e Rd Congo: ciò apre la prospettiva che nuove industrie siano attratte nella regione.

 

 

Asmara vs Addis Abeba

Il Corno d’Africa ha tutte le possibilità di segnalarsi come una delle regioni più perturbate del continente. Nell’anno appena trascorso, non c’è stato nessun progresso nelle relazioni tra Etiopia ed Eritrea per risolvere le loro controversie frontaliere. Il timore è che la battaglia, che ora i due paesi stanno combattendo sul suolo della Somalia, trovi uno sbocco favorevole agli islamisti sostenuti dal presidente eritreo Isaias Afwerki. Il 2010 è, infatti, un anno elettorale in Etiopia ed è piuttosto improbabile che sia lanciata una nuova offensiva dell’esercito di Addis Abeba in territorio somalo. Di fatto, il governo federale somalo di transizione, duramente colpito dall’attentato che il 3 dicembre scorso a Mogadiscio è costato la vita a tre suoi ministri, controlla solo alcuni quartieri della capitale e si trova a dover lottare per sopravvivere. Anche i caschi bianchi, burundesi e ugandesi, dell’Unione africana hanno il loro da fare per difendere sé stessi.

 

Tutto ciò non prospetta un miglioramento durevole della situazione, mentre una vittoria totale di Hizbul Islam e di al-Shabaab potrebbe provocare una reazione etiopica. I più pessimisti prefigurano anche che, in caso di vittoria islamista, la guerra civile potrebbe opporre le fazioni, sostenute o meno da al-Qaida, le une alle altre, come hanno mostrato gli scontri tra al-Shabaab e Ras Kamboni per il controllo del porto di Chisimaio, nell’ottobre del 2009.

 

Nel frattempo, il Puntland, una delle regioni stabili del paese assieme al Somaliland, sta trasformandosi, poco a poco, in uno stato-pirata. E ci sono poche possibilità che questa situazione cambi, almeno finché le marine europee (Operazione Atalanta) o di altri paesi (Stati Uniti, Cina, India) evitano di sbarcare nei porti da dove partono le navi pirata. Lo scacco della missione Onu in Somalia (Onusom), negli anni ’90, è ancora nel ricordo di tutti.

 

Le minacce brandite dal segretario di stato americano Hillary Clinton nell’incontro con i vertici dell’Eritrea, in ragione del sostegno dato agli islamisti somali, ha lasciato impassibile Asmara. Il regime ultrastalinista di Afwerki è abituato all’isolamento. La prospettiva di iniziare, nel corso di quest’anno, lo sfruttamento delle miniere di oro, zinco e rame di Bisha potrebbe fornire al regime le risorse per continuare ad alimentare i guastafeste somali.

 

Intanto, il calendario etiopico sarà monopolizzato dalle elezioni, con la speranza che siano evitate uccisioni di oppositori, come accadde nel 2005. Del resto, la coesione dell’opposizione, riunita nel Fronte per il dialogo democratico (Medrek), è fragile al confronto del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Fdrpe) del primo ministro Meles Zenawi. Quest’ultimo è impopolare ad Addis Abeba, ma temuto e accreditato di una crescita del 7,5% del prodotto interno lordo nel 2009: performance che dovrebbe ripetersi quest’anno in virtù dell’aumento delle esportazione di caffè e del raddoppio delle entrate minerarie.

 

Anche sul Sudan pesa una notevole incertezza. L’Splm (Movimento popolare di liberazione del Sudan) di Salva Kiir non riesce a trovare un accordo con il Partito del congresso nazionale (Pcn) del presidente Omar El-Bashir sulle riforme democratiche da intraprendere in viste delle elezioni dell’aprile di quest’anno (primo scrutinio multipartitico dal 1986) e sulla legge che dovrebbe fissare le procedure del referendum per l’autodeterminazione del Sud del 2011. Uno dei problemi è la demarcazione della frontiera tra nord e sud.

 

L’arresto, il 7 dicembre, di dirigenti sudisti a Khartoum non getta una buona luce sul futuro. «Agendo in questo modo, il partito al potere riporterà il paese alla guerra civile», ha dichiarato Yassir Arman, segretario generale aggiunto dell’Splm del nord Sudan, tra le personalità arrestate e poi rilasciate. La situazione in Darfur e le tensioni con il Ciad fanno pesare il rischio della concomitanza di due conflitti sul suolo sudanese. La prospettiva di una crescita del 5,5% del prodotto interno lordo nel 2010, per l’aumento della produzione petrolifera e gli investimenti nell’agricoltura (grano e mais) e nei cementifici, oltre che la ripugnanza occidentale di restare imbrigliati in un conflitto, sono tutti fattori che hanno condotto l’amministrazione Usa ad avere un atteggiamento più “comprensivo” nei confronti di Khartoum: ciò potrebbe indurre El-Bashir a persistere nella sua intransigenza.

 

Indipendentemente da ciò, la cessione di terre a lobby saudite che vogliono investire nel settore fondiario e nell’agrobusiness potrebbe alimentare conflitti locali con i contadini.

 


 



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