ECONOMIA IN BIANCO & NERO – giugno 2012
Riccardo Barlaam

Ad Addis Abeba, nelle scorse settimane, si è svolta la 3a edizione del convegno organizzato dalla Fondazione per la collaborazione tra i popoli, fondata da Romano Prodi: “Africa, 54 paesi, una Unione”. L’unità, l’integrazione è una delle costanti, da politico e da economista, del professore che oggi, dopo l’esperienza di governo e di presidente della Commissione europea, è tornato alle lezioni e agli studenti. Insegna in due università negli Stati Uniti e in Cina. A Pechino è molto ascoltato come leader occidentale: le sue analisi non di rado appaiono nel telegiornale della sera della prima tv cinese.

E poi c’è l’Africa. Un impegno nato con l’incarico di guidare il gruppo Onu per la riforma delle missioni di pace nel continente. Impegno che continua con queste conferenze internazionali organizzate dalla sua Fondazione. La percezione dell’Africa è cambiata. Come ha detto il presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua), Jean Ping: «Non siamo più il continente perduto. Oggi il linguaggio è cambiato. L’Africa è vista come “nuova frontiera”. Si moltiplicano le richieste di partenariato. Tutti vogliono avere relazioni con noi».

Il convegno si è svolto nella nuova sede dell’Ua. Un grattacielo in pietra e vetro, concavo, a forma di un abbraccio che accoglie l’auditorium circolare dove sono rappresentati i 54 paesi africani. L’hanno costruita i cinesi in due anni. Investimento: circa 200 milioni di dollari. Sul terreno dove sorgevano le carceri politiche del sanguinario Menghistu, oggi c’è il simbolo identitario della nuova Africa unita. Un regalo della Cina. L’incontro è stato organizzato in collaborazione con l’Ua e la Commissione economica dell’Onu per l’Africa (Uneca). Presenti, tra gli altri, il primo ministro dell’Etiopia, Meles Zenawi, il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi, il rappresentante del ministero degli esteri cinese, Liu Guijin, e il vice responsabile dell’Ufficio affari africani del Dipartimento di stato Usa, Reuben E. Brigety.

A Bologna, tre anni fa, la prima edizione della conferenza. Lo scorso anno a Washington. Nel 2013 si farà a Pechino. Prodi ha spiegato il senso di questi incontri: «Per la prima volta abbiamo messo attorno allo stesso tavolo rappresentanti di Usa e Cina, con Ua, Ue, Onu e con le banche pubbliche (Banca mondiale, Banca europea degli investimenti, Banca africana per lo sviluppo). Un discorso ristretto dal punto di vista dei partecipanti, ma estremamente importante, perché mettiamo sul tavolo le cose da fare per aiutare questo sviluppo».

“L’Africa deve unirsi” è stato il leitmotiv della conferenza, che si è conclusa con questo appello, nel ricordo di un celebre discorso pronunciato 50 anni fa dal primo presidente del Ghana e padre del panafricanismo, Nkwame Nkrumah. Dirigenti politici, esperti e diplomatici hanno ribadito che l’integrazione è l’unica via per costruire la pace e lo sviluppo economico-sociale. Secondo Joseph Atta-Mensah, direttore dell’Uneca, le parole di Nkrumah valgono più che mai in un mondo multipolare dove, entro 15 anni, le potenze emergenti garantiranno oltre la metà della crescita globale. E Wane El-Ghasim, direttore del dipartimento Ua per la pace e la sicurezza, ha detto: «In Asia molti paesi sono usciti da una condizione di povertà solo 20 o 30 anni dopo la fine dei conflitti armati. Ci vorrà tempo anche in Africa. Ma questo è un motivo in più per impegnarsi al massimo».

Lo sviluppo economico resta centrale in Africa. Prodi: «L’Ue, con tutte le critiche che le si fanno, è stato il più grande cambiamento pacifico del continente negli anni recenti. L’Africa è infinitamente più frammentata dell’Europa. Se non si crea una cooperazione strettissima anche al suo interno, non si potrà mai avere un’industria moderna, non si potrà mai avere il grande salto che oggi si profila».

L’Africa è diventata la nuova frontiera per gli investimenti in un momento di crisi economica occidentale. «Tutti – ha spiegato il professore – vogliono venire in Africa con strategie diverse. La Cina considera l’Africa come un unico continente e ha relazioni diplomatiche con 51 nazioni su 54. Gli europei, invece, vanno avanti in ordine sparso: la Francia con le ex colonie, gli inglesi con i paesi anglofoni, gli Stati Uniti con i paesi amici. L’Europa fa quello che può, ma i suoi paesi gli corrono alle spalle».

La Cina in pochi anni ha mischiato le carte della geopolitica africana. Le ex potenze coloniali sono rimaste spiazzate. Non sono più le sole. La partita ora si gioca con diversi partner possibili. «Pechino – ha concluso Prodi – fa un’opera di trascinamento e gli europei hanno capito che, se non ci si mette insieme, l’Africa va tutta alla Cina. Dunque, occorre una politica per l’Africa che guardi a tutto il continente. Una concorrenza virtuosa è condizione indispensabile per lo sviluppo africano. Una concorrenza necessaria anche alla Cina, perché si tenga lontana da vizi di neocolonialismo».