Se vuoi eliminare un oppositore scomodo, lo accusi di tradimento. Accusa che sembra una vera e propria arma politica in molti paesi dell’Africa subsahariana. E si tratta di un reato che in alcuni ordinamenti prevede ancora la pena capitale.
Non colpisce solo i leader dell’opposizione: tra gli imputati compaiono ministri, parlamentari, militari, imprenditori e persino religiosi. La domanda è se gli Stati stiano sventando minacce reali o utilizzando le leggi sul tradimento per colpire il dissenso. Qui vi presentiamo alcuni casi recenti e alcuni precedenti storici.
Tanzania
Tundu Lissu, leader del Chadema (Partito della democrazia e dello sviluppo) è stato arrestato nell’aprile 2025 e accusato di tradimento – pena capitale in Tanzania – per aver incitato il boicottaggio delle elezioni nell’ambito della campagna “No Reforms, No Elections”.
Il processo è entrato nella fase difensiva ad agosto 2026. Lissu ha trascorso anni a scontrarsi con lo Stato tanzaniano, è sopravvissuto a un attentato nel 2017, ha trascorso anni in esilio ed è tornato in patria diventando uno degli oppositori più accesi della presidente Samia Suluhu Hassan.
Uganda
Pochi oppositori africani hanno sopportato uno scontro con lo Stato così duro e prolungato come Kizza Besigye. Settant’anni, candidato alla presidenza per ben quattro volte, ha trascorso oltre due decenni a sfidare il presidente Yoweri Museveni, affrontando ripetutamente arresti, detenzioni e processi.
Nel novembre 2024 è stato prelevato a Nairobi e riportato con la forza in Uganda. Passato dalla giustizia militare a quella ordinaria, è accusato di aver cercato sostegno logistico e militare all’estero per rovesciare il presidente. Accusato con lui anche un noto imprenditore e l’ex sindaco di Kampala.
Zambia
Un caso legato a una crisi di successione: morto Edgar Lungu, ex presidente ed ex leader del Patriotic Front, nel giugno 2025, Brian Mundubile è emerso come principale sfidante di Hichilema alle elezioni del 13 agosto 2026, arrivando secondo con il 38%. Il giorno dopo, mentre denunciava brogli, è stato arrestato. Con lui anche il vice, Makebi Zulu.
Il 30 agosto sono stati incriminati per tradimento in diciotto, tra cui un genero di Lungu, l’imprenditore Valden Findlay, figura nota negli ambienti economici e politici del paese, e il vescovo Trevor Mwamba. Il religioso anglicano, ex vescovo del Botswana è stato attivo anche nella politica di opposizione zambiana.
Sud Sudan
Il primo vicepresidente Riek Machar è agli arresti domiciliari dal marzo 2025, incriminato per tradimento, omicidio e crimini contro l’umanità, per un attacco a una base militare a Nasir costato la vita a oltre 250 soldati. Secondo gli osservatori questa situazione non fa che alimentare il timore di un ritorno alla guerra.
Proprio la condivisione del potere con il presidente Salva Kiir aveva contribuito a porre fine al conflitto civile nel paese. Machar è stato destituito ed è sotto processo insieme ad alti esponenti politici e militari del suo movimento, l’SPLM-IO.
Lesotho
In questo piccolo paese circondato dal Sudafrica è il deputato Tšepo Lipholo ad essere incriminato. È accusato di aver reclutato giovani per addestramenti militari in Sudafrica in vista di una “riconquista” di territori storicamente basotho. Accuse finora non ritirate nonostante l’intelligence sudafricana non abbia trovato prove dei campi paramilitari denunciati. Insieme a Lipholo sono accusati figure del governo e dell’esercito.
Rd Congo
L’ex presidente Joseph Kabila, processato in contumacia, è stato condannato a morte nell’ottobre 2025 per tradimento e crimini di guerra, con l’accusa di aver collaborato con i ribelli filo-rwandesi dell’M23.
Il caso è emerso dopo il ritorno di Kabila dall’esilio autoimposto di due anni, dal 2023. È ritornato proprio a Goma, zona controllata dall’M23. Kabila, che nega le accuse e definisce il caso “politicamente motivato”, si trova oggi in un luogo segreto.
Mozambico
Venâncio Mondlane, arrivato secondo alle contestate presidenziali del 2024, affronta cinque capi d’accusa – tra cui istigazione al terrorismo – per il suo ruolo nelle proteste post-elettorali. Per lui ora c’è anche il rischio di essere escluso dalla corsa alle presidenziali del 2029. Rinviato a data da destinarsi l’avvio del processo nei suoi confronti.
Angola
Altro caso recente nell’Africa lusofona riguarda l’UNITA. Una procura ha accusato la rete russa Africa Corps, erede della Wagner, di un piano di golpe, citando incontri con esponenti dell’UNITA, incluso il leader Adalberto da Costa Júnior, candidato presidenziale alle elezioni del 2024. In parallelo, il dirigente locale UNITA Venâncio Lucungo è detenuto dal luglio 2025 per “ribellione” e “provocazione alla guerra”: l’accusa si fonda su undici secondi estratti da un suo discorso pubblico.
Guinea-Bissau
Domingos Simões Pereira, leader dello storico PAIGC, è sospettato di due presunti golpe, nel 2023 e nell’ottobre 2025. Arrestato durante il colpo di Stato militare del 26 novembre 2025, è stato rilasciato e poi rispedito in carcere a luglio 2026, prima di ottenere un permesso per cure mediche in Portogallo.
Niger
Quello di Mohamed Bazoum è un caso limite. Non un oppositore ma un presidente democraticamente eletto. Bazoum è detenuto dal golpe nigerino del luglio 2023 e minacciato di un processo per alto tradimento mai iniziato. Nel 2025 ONU e CEDEAO hanno definito arbitraria la detenzione. Oggi l’ex presidente vive sotto la minaccia costante di un processo e di una condanna a morte.
Rwanda, un precedente giuridico
Victoire Ingabire, in carcere di nuovo dal giugno 2025, non è accusata di tradimento in senso stretto ma di aver costituito un’organizzazione criminale e diffuso informazioni lesive dell’immagine del paese. Arrestata nel 2010 al rientro dall’esilio, viene condannata nel 2013 a quindici anni.
Nel 2017 la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli sentenziò che il Rwanda aveva violato il suo diritto alla libertà di espressione e a un giusto processo, ma tre giorni prima dell’udienza Kigali ritirò la dichiarazione che permetteva a privati cittadini di adire direttamente la Corte, primo Stato africano a farlo. Ingabire era stata liberata nel 2018 per grazia presidenziale. Arrestata di nuovo, condivide il carcere con altri otto coimputati.
Una lunga storia
L’uso del tradimento come arma politica non nasce recentemente ma ha una storia lunga, dagli esiti diversi. Ricordiamo il caso di Nelson Mandela e di altri 156 imputati del “Treason Trial” nel 1961.
In Nigeria, nel 1995 il regime di Sani Abacha arrestò l’ex capo di Stato Olusegun Obasanjo per un presunto complotto di golpe. Scarcerato nel 1998, l’anno dopo fu eletto presidente.
Infine, in Zimbabwe, nel 1982 Robert Mugabe accusò Joshua Nkomo, leader dello ZAPU, di aver nascosto armi in vista di un golpe. Un processo per tradimento contro suoi collaboratori si chiuse senza condanne, ma Nkomo fu estromesso dal governo e fuggì nel 1983 restando in esilio fino al 1988.
Tra i paesi citati, il quadro legale non è uniforme. Prevedono tuttora la pena capitale per tradimento Tanzania, Uganda, Sud Sudan, dove è stata emessa l’ultima volta per due collaboratori di Machar, successivamente graziati. La Rd Congo, ha revocato una moratoria sulle esecuzioni per questo reato nel marzo 2024.
Rimane attiva anche a Lesotho, Niger e Nigeria. Anche il Ghana, pur avendola abolita per i reati comuni nel 2023, l’ha mantenuta – costituzionalmente – per il tradimento. Un caso in evoluzione è quello del Burkina Faso. Abolita integralmente nel 2018, nel dicembre 2025 la giunta militare ha fatto approvare un disegno di legge per reintrodurla su tradimento, terrorismo e spionaggio. Il disegno di legge non risulta ancora ratificato.
Non la prevedono più, invece, altri paesi. Lo Zambia l’ha abolita recentemente – oggi il tradimento è punito con l’ergastolo. Mozambico (1990), Rwanda (2007) e Angola (1992) hanno abolito la pena di morte per qualsiasi reato; la Guinea-Bissau l’ha esclusa espressamente anche per il tradimento dal 1993.
In Africa subsahariana esiste una lunga storia di (abuso) della pena capitale a fini politici, sia durante il periodo coloniale che dopo l’indipendenza. Pena concepita per preservare il potere politico. La giurisprudenza relativa ai processi capitali si sviluppò attorno a esigenze coloniali. Dunque, per stabilire e mantenere il dominio straniero.
Sebbene tale pena fosse generalmente usata con parsimonia, un uso eccessivo della violenza penale si verificava in risposta alle minacce al potere coloniale. Ad esempio, dopo la ribellione dei Mau Mau, oltre mille kenyani furono impiccati: si trattò dell’uso più massiccio della pena di morte nel continente nel ventesimo secolo.