Sotto la pressione dell’amministrazione Trump, la Banca mondiale ha annunciato a fine giugno che eliminerà l’obiettivo di destinare il 45 per cento dei propri finanziamenti a progetti che hanno benefici anche sul piano climatico. Per molti paesi, compresi quelli africani, la decisione non è un dettaglio trascurabile: l’istituzione con sede a Washington è infatti il maggiore fornitore multilaterale di finanza climatica al mondo e gli Stati Uniti ne sono il principale azionista.
Quando si parla di finanza climatica si fa riferimento soprattutto a quanto stabilito dall’Accordo di Parigi (che gli USA di Trump hanno rinnegato, ndr): i paesi sviluppati devono fornire risorse ai paesi in via di sviluppo, affinché possano ridurre le emissioni e adattarsi agli effetti di una crisi climatica che, storicamente, non hanno contribuito a causare. L’ultimo obiettivo concordato prevede di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035.
Molti paesi industrializzati hanno quindi fatto affidamento proprio sulla Banca mondiale per contribuire al raggiungimento di questi impegni. Secondo la testata specializzata Carbon Brief, circa un quinto della finanza climatica internazionale fornita e mobilitata dai paesi sviluppati negli ultimi anni può essere ricondotto ai contributi che questi stati hanno versato alla Banca mondiale.
Il 2025 è stato il primo anno in cui l’istituzione ha superato l’obiettivo del 45 per cento a progetti con benefici climatici. Tuttavia, come evidenziato sempre da Carbon Brief, neppure questo target sarebbe stato sufficiente per avvicinarsi alle risorse da mobilitare entro il 2030. Per farlo, l’istituzione avrebbe dovuto aumentare in modo significativo i propri finanziamenti climatici, passando dai 39,2 miliardi di dollari del 2025 a circa 60 miliardi entro il 2030.
Le pressioni statunitensi
Ma dopo la pressione dell’amministrazione Trump, le risorse saranno ancora meno. Durante gli incontri di primavera 2026, che annualmente coinvolgono Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent aveva chiesto esplicitamente di «accantonare» l’obiettivo del 45 per cento sulla finanza climatica.
«Ci aspettiamo che la banca sposti immediatamente la sua attenzione miope sul clima verso un approccio che privilegi progetti di alta qualità e duraturi», ha dichiarato Bessent. Una formula che ha dietro un’idea precisa di sviluppo: ridimensionare la priorità attribuita alla transizione ecologica e restituire spazio ai combustibili fossili, dato che dal 2019 la Banca mondiale si è impegnata a non finanziare più progetti di esplorazione e produzione di petrolio e gas.
Il rischio, dunque, non è soltanto che arrivino meno risorse per il clima, ma che cambi l’idea stessa di sviluppo sostenuta dalle istituzioni finanziarie multilaterali.
Tuttavia, per molti paesi, inclusi quelli africani, la contrapposizione tra progetti climatici e sviluppo è del tutto irrealistica. Una strada spazzata via da un’inondazione, una rete elettrica sommersa o un raccolto distrutto dalla siccità o dalle piogge estreme non sono problemi ambientali separati dall’economia. Sono danni che rallentano la crescita economica, aumentano la povertà, interrompono i servizi essenziali e costringono gli stati a spendere risorse per la ricostruzione.
Eventi sempre più estremi e frequenti
Questa situazione è nota ai paesi africani. Secondo il nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale sullo stato del clima in Africa, nel 2025 gli eventi estremi hanno causato almeno 13 milioni di vittime e 3mila morti. Gli eventi più pericolosi sono stati le inondazioni che nel 2025 hanno rappresentato oltre la metà degli episodi registrati.
La cronaca del 2026 sembra confermare questa tendenza. Tra giugno e luglio, precipitazioni intense hanno colpito l’Africa occidentale, con migliaia di sfollati. In Costa d’Avorio le autorità hanno contato almeno 59 morti dall’inizio della stagione delle piogge, mentre in Ghana le vittime sono state almeno 34. Allagamenti sono stati segnalati anche in Benin, Togo e Nigeria.
Secondo uno studio di attribuzione del World Weather Attribution, le piogge estreme che hanno interessato il Golfo di Guinea dal 20 al 22 giugno sono oggi circa cinque volte più probabili rispetto all’epoca preindustriale e più intense del 23 per cento.
Questi dati devono essere la premessa a qualsiasi decisione legata alla finanza climatica. E anche se la scelta della Banca mondiale non significa che tutti i finanziamenti climatici saranno cancellati, l’eliminazione del target del 45 per cento è il segnale della scarsa considerazione che l’istituzione attribuisce all’azione per il clima, non più vincolata a un traguardo preciso e misurabile.
Le risorse potranno quindi essere di volta in volta ridefinite sulla base delle priorità politiche del momento e degli equilibri tra gli azionisti dell’istituzione.
La trappola del debito
La Banca mondiale comunque sostiene che il proprio lavoro continuerà a essere guidato dalle richieste dei paesi beneficiari. Molti di questi hanno però già chiarito di volere più investimenti climatici, non meno, e continuano anche a chiedere risorse più accessibili e meno onerose.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto la quantità delle risorse, ma anche le condizioni con cui vengono erogate. Gran parte della finanza climatica multilaterale arriva sotto forma di prestiti e rischia di aumentare il debito dei paesi più vulnerabili e comunque meno responsabili del riscaldamento globale.
Senza una finanza adeguata, la crisi diventa una trappola: gli eventi estremi distruggono infrastrutture e attività economiche, aumentano il debito, riducono la capacità di investire nella prevenzione e rendono il disastro successivo ancora più costoso.