Dal Dossier di Nigrizia – marzo 2010
Pur penalizzata dal peso della tradizione e dei ruoli sociali, la donna africana è sempre più protagonista. Regge l’economia informale, gestisce la famiglia, s’impone gradualmente negli spazi maschili.

Le statistiche – confermate dall’esperienza del vissuto – continuano a dirci che le donne africane costituiscono il 70% della forza agricola del continente, producono l’80% delle derrate alimentari e ne gestiscono la vendita per il 90%. Nella stragrande maggioranza, però, sono impiegate nel settore informale e/o in posti poco qualificati. La percentuale di donne salariate nel settore non agricolo è una delle più basse al mondo: 8,5%.

 

Molteplici le ragioni che spiegano il ruolo marginale delle donne nell’economia formale dei paesi a sud del Sahara. Una però è cruciale: il loro insufficiente accesso a due risorse chiave, cioè l’educazione e la salute. Il tasso di scolarizzazione delle bambine alle elementari resta estremamente basso (67%), nonostante le molte iniziative internazionali. L’analfabetismo è lontano dall’essere debellato: sopra i 15 anni, solo il 51% delle donne sa leggere e scrivere, contro il 67,1% degli uomini.

 

I progressi in termini di mortalità materna sono anch’essi ben inferiori agli obiettivi internazionali. Il tasso registrato in Africa di 866 decessi per 100mila maternità è dovuto al fatto che poco più della metà dei parti beneficiano di un’assistenza da parte di personale qualificato. Un dato allarmante, certamente il peggiore del mondo. Senza contare poi l’alta mortalità infantile (nell’Africa subsahariana, ancora 172 per mille nascite entro i primi cinque anni).

 

Esistono altri ostacoli, forse meno evidenti, all’affermazione socio-economica delle donne. In tante nazioni il codice familiare le penalizza, perché impedisce alle ragazze di ottenere la loro parte di eredità e alle donne di esercitare l’autorità sui figli, una volta sciolto il matrimonio. Ci sono poi i matrimoni forzati e la bassa età in cui si contrae il primo matrimonio. Il 28% delle donne sono già sposate prima dei 20 anni. La poligamia rimane una pratica assai diffusa e le donne non hanno gli stessi diritti fondiari degli uomini. Se poi, sulla carta, le donne sono autorizzate a sottoscrivere un prestito bancario, in molte regioni rurali la tradizione nega loro l’accesso al credito.

 

Eppure, la donna è un’infaticabile lavoratrice. Comincia prima dell’alba e se ne va a riposare quando tutti gli altri sono a letto. Se all’uomo spetta tradizionalmente il lavoro pesante (la caccia, la pesca, la costruzione della casa, l’abbattimento degli alberi…), alla donna tocca l’intero lavoro della casa, non meno pesante: nutrire ed educare i figli, assistere gli anziani, lavorare nei campi (soprattutto dove l’economia è esclusivamente agricola), seminare, mietere e vendere i prodotti al mercato, andare al pozzo per l’acqua e cercare legna da ardere, occuparsi degli animali domestici… Insomma, è la donna che genera reddito.

 

Spesso i guadagni dell’uomo non sono messi a disposizione dei bisogni comuni della famiglia, mentre quelli della donna sì. Così, la donna non può gestire autonomamente i propri introiti. Senza dimenticare che spesso la contadina è sfruttata da intermediari corrotti, che acquistano da lei i prodotti agricoli, di cui stabiliscono i prezzi sempre sottocosto, per poi venderli al mercato della città a prezzi quadruplicati.

 

In città, i disoccupati – a migliaia – fanno concorrenza alle piccole commercianti e alle altre lavoratrici. Le donne dimostrano però di sapersi arrangiare meglio, grazie alla loro straordinaria capacità di organizzazione e alle loro immense energie. Un esempio che ha fatto scuola è quello delle donne imprenditrici togolesi: già da decenni sono riuscite a mettere in piedi un commercio delle stoffe (pagne) che è fonte di reddito e di ruolo sociale.

 

 

Intraprendenza

Ma sono milioni le donne in tutto il continente che, in città, hanno imparato a sopravvivere inventandosi attività produttive e commerciali. In Africa Occidentale il prêt-à-porter è per il 95% in mano alle donne. E là dove la tradizione crea barriere o limiti, l’intraprendenza e l’intelligenza delle donne riescono a spuntarla, grazie a un forte spirito di solidarietà. Sempre a Lomé, i grandi commercianti di pesce sono donne, che possiedono anche due terzi dei pescherecci.

 

Resta il fatto, però, che la stragrande maggioranza delle donne vive una situazione in cui due pesi enormi – quello di mantenere la famiglia e quello della tradizione – impediscono loro di realizzarsi in libertà. Sono ancora troppe quelle che subiscono lo strapotere che la tradizione riserva ai maschi. Costrette ai lavori meno dignitosi, anche e soprattutto a causa del bassissimo livello di istruzione, tante donne non possono accedere a un lavoro meglio retribuito.

 

Il valore primo della donna africana è tradizionalmente, oltre alla sua forza lavoro, la sua fertilità. La sterilità può condurre la donna a essere messa al bando della società. Il che può spiegare il fallimento dei progetti internazionali di sensibilizzazione alla riduzione dell’eccessiva natalità. Il problema vero è certamente quello di ridurre i casi di morte legati al parto, tenendo presente che tante mamme arrivano al termine della gravidanza in gravi condizioni di denutrizione, con il risultato che affrontano con difficoltà le fatiche del parto e le complicazioni che spesso ne conseguono. Per non parlare del pericolo, particolarmente grave, rappresentato dalla malaria: il 75% delle donne vive in zone ad alto rischio malarico.

 

Va sottolineato, infine, che con la colonizzazione europea e poi, nella seconda metà del ‘900, con le indipendenze, anche il ruolo tradizionale della donna nelle società africane ha subito profondi mutamenti, legati alla maggiore possibilità di accedere all’educazione. L’istruzione legata alla scuola è all’origine delle nuove conquiste delle donne nella società: ciò consente loro di ricoprire in maniera crescente ruoli da sempre riservati ai maschi.