Schiacciati dalle propagande rivali nel conflitto nell’est della Repubblica democratica del Congo; ostacolati mentre documentano proteste sociali in Kenya; fatti sparire mentre indagano su azioni opache del governo in Burundi.
Nella regione dei Grandi Laghi, nel cuore dell’Africa, quello del giornalista è un mestiere rischioso.
Una realtà che emerge chiaramente da un report della ONG Reporter sans Frontières (RSF), che ha raccolto decine di testimonianze di professionisti del settore in sei paesi: Rd Congo, Rwanda, Uganda, Burundi, Tanzania e Kenya.
RSF è stata fondata in Francia nel 1985 e col tempo è diventata una delle organizzazioni internazionali più impegnata a sostenere i giornalisti perseguitati, nell’ambito di un lavoro in difesa della libertà di stampa e del diritto all’informazione.
Ogni anno l’ONG francese stila anche un indice sulla libertà di stampa nel mondo. Stando a quanto analizzato in questo documento, i paesi oggetto del report si trovano tutti in una condizione ritenuta o “difficile” o “molto grave” (due in quest’ultima, Rwanda e Uganda) per quanto riguarda questo parametro. Si va dalla 99esima posizione su 180 paesi della Tanzania alla 143esima di Kampala.
Il caso Rd Congo
Una situazione complessa ovunque quindi, che appare particolarmente problematica nella Rd Congo. Una delle ragioni è sicuramente da rintracciare nel conflitto che prosegue da almeno tre decenni nelle province orientali del paese, soprattutto Nord e Sud Kivu e Ituri.
Il conflitto è tornato a intensificarsi sul finire del 2021, quando la milizia nota come M23 ha lanciato un’offensiva in Nord Kivu. Questo gruppo armato si è col tempo affiliato a una neonata alleanza politico-militare fondata da dissidenti politici congolesi, l’Alleanza del Fiume Congo (AFC), ed è sostenuta dal Rwanda secondo le Nazioni Unite e buona parte della comunità internazionale.
A inizio 2025 l’M23 ha occupato le due più grandi città del Kivu, Goma e Bukavu, ed è ormai arrivato a istituire un’amministrazione parallela in buona parte della regione.
A questa organizzazione armata se ne aggiungono altre come l’Alleanza delle forze democratiche (ADF), milizia affiliata allo stato islamico che opera soprattutto in Ituri.
Questa instabilità comporta problemi notevoli per i cronisti locali. Tra gennaio 2024 e gennaio 2025, 42 dei 78 casi di abusi registrati in Rd Congo sono avvenuti nell’est del paese, una su tre nel solo Nord Kivu.
Si denunciano sparizioni forzate, aggressioni, minacce, chiusure forzate di media e anche omicidi. Dei cinque giornalisti uccisi in Rd Congo tra il 2021 e il 2026, quattro sono stati ammazzati proprio nelle province orientali: Barthelemy Kubanabandu Changamuka e Héritier Magayane in Nord Kivu, entrambi nel 2021, Joël Musavuli e Thierry Banga Lole in Ituri, rispettivamente nel 2021 e nel 2025.
Ma la violenza a cui sono soggetti i giornalisti che lavorano nella regione è testimoniata anche dalle 33 radio comunitarie chiuse o saccheggiate nel solo Nord Kivu a partire da gennaio 2024.
Non può stupire allora, che dal 2023 ai primi mesi del 2025 ben 90 giornalisti abbiano lasciato Nord e Sud Kivu, l’epicentro dell’avanzata dell’M23.
Altri 80 hanno lasciato il paese o sono stati costretti ad abbandonare le loro case nel dicembre 2025, quando M23 ed esercito congolese e milizie alleate si sono affrontati nei pressi di Uvira, la seconda città del Sud Kivu, occupata per alcuni giorni dai ribelli.
Controllare la narrazione
La guerra ha un costo enorme dal punto di vista umano e finisce per distorcere completamente la natura delle informazioni che provengono dalle aree colpite.
L’M23, riferisce il report di RSF, è solito prendere controllo delle radio comunitarie delle località occupate e adattarne i palinsesti a scopo di propaganda. La milizia ha anche fornito un “training ideologico” a diversi professionisti, compresi giornalisti, nel marzo 2025.
Allo stesso modo, il governo di Kinshasa tenta di imporre la sua linea revocando licenze tramite l’autorità preposta, la CSAC, e facendo pressione diretta sui giornalisti.
Ne è un esempio la storia di Stanis Bujakera, vicedirettore del sito di notizie Actualité.cd e corrispondente del mensile francese Jeune Afrique, denunciato nel marzo 2023 dall’allora ministro della Difesa Gilbert Kabanda con l’accusa di diffondere voci che “demoralizzano” le forze armate. Bujakera è stato anche in carcere per sei mesi a cavallo tra il 2023 e il 2024.
Il governo inoltre, ha reso molto difficile l’accesso alle aree di conflitto, tanto per i giornalisti locali che per quelli stranieri.
Il quadro che emerge dall’est del paese appare come sintomatico dello stato di salute della libertà dei media di tutta la Rd Congo. Dei 500 cronisti arrestati nella regione dei Grandi Laghi tra il 2021 e il 2026 (111 per più di due giorni), la metà proviene dal paese.
Ciò nonostante, il report di RSF è stato consegnato nei giorni scorsi al ministro della Comunicazione nonché portavoce del governo, Patrick Muyaya.
Il dirigente dell’esecutivo avrebbe accolto “positivamente” il documento, stando a quanto affermato da Jeanne Lagarde, responsabile per l’Africa subsahariana della ong che ha consegnato il report.
Dieci giornalisti uccisi
I problemi del resto, non si limitano certo alla sola Rd Congo. In tutta la regione, negli ultimi 10 anni, sono stati uccisi 10 giornalisti mentre cinque sono scomparsi.
Tra questi si ricordano il reporter pakistano Arshad Sharif, ucciso in Kenya nel 2022 dalla polizia, John Williams Ntwali, giornalista rwandese rimasto ucciso a Kigali nel 2023 in un incidente di traffico di cui non si sono mai chiarite le dinamiche. E poi Jean Bigirimana, giornalista del quotidiano Iwacu scomparso in Burundi nel 2016.
Ntwali, caporedattore della testata The Chronicles e fondatore del canale Youtube Pax tv – Ireme News, aveva indagato su diversi casi scomodi che coinvolgono il governo.
Nel caso di Sharif, la giustizia kenyana ha deciso che l’uso della forza nei suoi riguardi era stato illegale e ha ordinato dei risarcimenti, senza però condannare nessun esponente delle forze dell’ordine.
L’uomo che ha causato l’incidente in cui è rimasto ucciso Ntwali è stato invece punito con una multa al termine di un processo a porte chiuse, una modalità completamente irrituale per un caso di incidente stradale.
Nonostante la polizia avesse anche inizialmente ammesso di aver arrestato Bigirimana il giorno della scomparsa, per poi ritrattare, non sono mai state condotte indagini serie sull’accaduto.
Resta il sospetto di due cadaveri ritrovati poco dopo la scomparsa che la moglie del cronista non è stata in grado di riconoscere per via delle loro stato di decomposizione.
Leggi e soldi
Più in generale, in tutti i sei paesi i giornalisti sono spesso ostacolati con la violenza mentre compiono il loro lavoro. Gli abusi si intensificano durante la copertura delle proteste, come avvenuto con le grandi mobilitazione che hanno colpito il Kenya nel 2024 e nel 2025, o in concomitanza delle elezioni, come successo in Uganda anche in occasione delle elezioni generali di gennaio scorso.
Nel report si sottolinea come i paesi oggetto della ricerca presentino una normativa che prevede il carcere per reati connessi al lavoro di giornalismo (eccetto il Kenya). Più in generale, si afferma che le leggi vengono applicate in modo vago e arbitrario per colpire i professionisti dell’informazione.
Un’ulteriore, significativa difficoltà che segna il lavoro del giornalista nella regione dei Grandi Laghi è rappresentata dalla precarietà economica.
Gli stipendi sono in genere bassi – tra i 70 e i 215 euro al mese a seconda di una serie di parametri – mentre i cronisti sono spesso privi della strumentazione necessari per lavorare.
Condizioni queste, che spesso costringono i giornalisti a dipendere da finanziamenti statali o donatori esteri, minandone l’indipendenza.
Sono inoltre diffuse in diversi paesi, come in Rd Congo, delle forme di patronage da parte di politici e dirigenti, che sostengono economicamente dei giornalisti in cambio di una copertura favorevole.
I “predatori”
Nel report RSF attribuisce una responsabilità diretta negli abusi ai danni dei giornalisti ai capi di stato e governo dei paesi coinvolti, da Félix Tshisekedi in Rd Congo a Paul Kagame in Rwanda fino a Yoweri Museveni in Uganda.
I leader degli stati coinvolti, in alcuni casi al potere da decenni (Rwanda e Uganda) o alla guida di partiti al potere da decenni (Tanzania e in misura minore Burundi), vengono definiti i “predatori della libertà di stampa”.
Chi resiste
Nonostante il quadro complesso, nella regione continuano a crescere media indipendenti, a volte in esilio. Non mancano inoltre storie di resistenza come quelle di SOS Media Burundi e Iwacu in Burundi, media più volte sotto attacco dal governo che sono riusciti a proseguire il loro lavoro nonostante le difficoltà facendo maggiore affidamento sui social media o riorganizzandosi a livello interno.
Un clima mediatico da pressioni e abusi è inoltre particolarmente suscettibile al proliferare delle fake news. Anche su questo fronte, negli ultimi anni sono nati dei portali di informazioni che si dedicano al fact checking come i congolesi Balobaki Check ed Eleza Fact e come Pesa Check, organizzazione attiva in 18 paesi africani con un focus particolare sulla regione del Corno.
L’integrità a cui non si rinuncia
La sfida quotidiana di fare il giornalista nei Grandi Laghi è riassunta a Nigrizia da Godfrey Badebye di Ukweli Investigative Journalism Initiative Africa, una redazione di giornalisti investigativi fondata l’anno scorso in Uganda.
“Lo spazio mediatico nel paese si sta riducendo di giorno in giorno a causa della chiusura dello spazio civico; nel paese si registrano numerosi casi di censura, intimidazioni e violenze nei confronti del giornalismo”, conferma Badebye.
“Il governo ha anche annunciato l’intenzione di ridurre il numero di emittenti attive nel paese. Una mossa che comprometterebbe la libertà di espressione”. Premesse complesse, che non scoraggiano però.”Dobbiamo sempre fare una valutazione dei rischi – ammette Badebye -, ma il nostro compito resta difendere la verità: ne va della nostra capacità di preservare l’integrità del giornalismo”.