Ferrara appena ieri
La rassegna promossa da Internazionale ha dato spazio a scrittori, giornalisti e società civile. Dall’Rd Congo al Benin, dalla Nigeria all’Egitto.

Mai come quest’anno l’Africa è stata protagonista del Festival di Internazionale a Ferrara (4-6 ottobre). Chouchou Namegabe, giornalista radiofonica delle Repubblica democratica del Congo, coordinatrice della Association des femmes des médias du Sud Kivu, s’è aggiudicata il premio Anna Politkovskaja per il lavoro fatto contro i femminicidi perpetrati nel Kivu.

Gli scrittori Florent Couao-Zotti (Benin), Moussa Konatè (Mali) e Alain Mabanckou (Congo) hanno raccontato la quotidianità africana attraverso alcune pagine dei loro romanzi gialli; mentre le scrittrici Noo Saro-Wiwa, Lola Shonevin e Chibundu Onuzo (foto) hanno provato a sfatare gli stereotipi che pesano sulla loro Nigeria. «La diffusa percezione negativa del nostro paese – ha spiegato Lola – non fa danno solo a noi nigeriani, che dobbiamo scontrarci con mille pregiudizi e difficoltà ogni volta che richiediamo un permesso di soggiorno o un visto per metterci in viaggio. Scoraggia anche gli investitori europei, lasciando campo libero a cinesi e statunitensi, che così sono liberi di fare affari d’oro con il nostro governo corrotto. La Nigeria non è popolata da prostitute o spacciatori, come invece sembra credere buona parte degli europei. La visione che un paese ha degli immigrati è legata alle proprie politiche d’immigrazione, e in Italia gli immigrati continuano a essere respinti o tenuti ai margini della società».

Sul tema dell’immigrazione africana in Europa, a Ferrara c’erano anche le vignette dei fumettisti francesi Harvé Barulea – in arte Baru – e Laurent Maffre, che hanno avuto modo di raccontare la relazione tra la Francia e gli abitanti del suo impero coloniale. «Nelle nostre tavole – ha spiegato Baru – ci sono gli algerini dell’ottobre 1961, massacrati dai gendarmi mentre manifestavano pacificamente per l’indipendenza del loro paese, i corpi senza vita lasciati a galleggiare sulle acque della Senna; e gli algerini di oggi, che vivono relegati nelle stesse banlieue da cui uscirono quel giorno i loro padri, e continuano a rimanere invisibili agli occhi dei turisti in visita a Parigi e a quelli dei figli della borghesia francese».

Tra i film della rassegna cinematografica Mondovisioni, che continuerà a girare l’Italia fino alla primavera del 2014, spiccava God loves Uganda, pellicola di Roger Ross Williams, che racconta l’operato delle chiese evangeliche americane in Uganda, dove gli ideali della destra cristiana statunitense sono riusciti a ispirare uno dei progetti di legge contro l’omosessualità più restrittivi al mondo.

Il festival ha poi riservato ampio spazio alla situazione mediorientale, in cui passata la “primavera” sembra che in molti casi si debba cominciare a parlare di “autunno arabo”. Proprio mentre nuovi scontri lasciavano altri 50 morti sulle strade del Cairo, Mona Eltahawy – attivista egiziana per i diritti delle donne mediorientali e columnist del Guardian – chiedeva “una terza via per l’Egitto, che non passi per l’islamizzazione voluta dai Fratelli musulmani, né per l’ipernazionalismo dei militari oggi al potere».