Dal numero di gennaio: Prospettive 2010
Sull’area ha messo gli occhi l’Europa economica. Ma dalla Mauritania all’Egitto restano irrisolti i temi delle libertà civili e del ricambio politico. Sul tavolo anche il pericolo fondamentalista.

In Nordafrica, dall’Egitto all’Oceano Atlantico, la partita politica si è chiusa lo scorso anno con l’obbligatoria riconferma degli uomini già al potere in Tunisia, Algeria, e Mauritania. Per il raïs egiziano, Hosni Mubarak, e il colonnello libico, Muammar Gheddafi, invece, si apre la fase di attesa dei “principi ereditari”.

 

In Egitto, la preparazione alle elezioni presidenziali del 2011 svelerà le intenzioni che l’ottantatreenne capo di stato ha circa la successione del figlio Gamal, mentre quelle legislative (maggio

2010) e parlamentari (novembre 2010) dovrebbero dar conto di eventuali mutamenti di equilibri. L’opposizione, scarsamente rappresentata in parlamento (in particolare i fondamentalisti), si esprime nella società. Sul piano internazionale, la crisi di Gaza continuerà a mettere a dura prova il tentativo del paese di non lasciarsi trascinare in un conflitto, non tanto con Israele, quanto con le frange estremiste del fondamentalismo palestinese.

 

Nella vicina Libia, il potere del colonnello Gheddafi non è in discussione, ma, in vista della successione, le voci e i gesti si moltiplicano, nonostante le smentite del figlio, Sayf Al-Islam. È probabile che il leader libico si accontenti sempre meno dell’Africa per assecondare le sue ambizioni internazionali. Gli introiti petroliferi e un uso selettivo della repressione consentono una straordinaria stabilità del regime, come pure il mantenimento di tensioni sociali, sebbene a livello sotterraneo.

 

In Tunisia i modi della riconferma di Ben Ali hanno fatto intendere che non ci sono prospettive di una benevola senilità dell’uomo forte. La stampa, le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e i cyberoppositori continueranno a essere le vittime privilegiate del controllo sociale. In queste condizioni è soprattutto il fondamentalismo a rafforzarsi e a erodere sempre più nell’ancora laica nazione le conquiste del passato.

 

In Algeria la società civile – la più dinamica tra i paesi arabi negli anni ’90 – è stata ormai messa al passo. Pur restando attiva, la sua capacità d’incidenza è minima sul piano politico-istituzionale. La sfida rimane quella di una stabilità che il terrorismo, per quanto residuale, continua a minacciare. Le annunciate rivelazioni sul rapimento e l’uccisione dei monaci di Tibhirine, con il declassamento di alcuni dossier segreti dei servizi francesi, rischiano di perpetuare la tensione con il vicino Marocco e di mantenere un certo isolamento del paese sul piano internazionale.

 

Le speranze di una modernizzazione della monarchia in Marocco si sono spente con l’ondata di repressione che ha contraddistinto lo scorso anno il 10° anniversario del regno di Mohammed VI. La sacralizzazione della figura del re caratterizza il sistema politico. Il problema è che questa aurea di sacralità si va sempre più estendendo all’intera famiglia reale. Lo spazio di un dibattito politico, anche moderato, si sta limitando. La ricchezza economica rimane concentrata nelle mani di pochi e la sperequazione lascia scoperti molti gangli della società, provocando crisi a ripetizione. La monarchia cerca di mantenere una buona immagine di sé a livello internazionale, collaborando per il contenimento dell’emigrazione africana, che ormai usa il Marocco come passerella verso l’Europa. Con il vecchio continente Rabat si appresta a negoziare un nuovo accordo per la pesca, che comprenda anche le acque territoriali del Sahara Occidentale, che continua ad occupare illegalmente. A questo proposito, la monarchia sembra voler chiudere definitivamente la partita con i difensori dei diritti umani, facendo ricorso a una politica repressiva a tutto campo. Ciò stempera l’ottimismo sulla possibilità che i colloqui diretti – ripresi lo scorso anno tra Marocco e Fronte Polisario, che si batte per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale – possano portare presto a disegnare una soluzione condivisa.

 

Il fondamentalismo e il terrorismo minacciano la Mauritania, un paese che ha sempre conosciuto un islam “moderato”, ma che ora sembra essere nel mirino di al-Qaida per il Maghreb. Il territorio da controllare è vastissimo e la progressiva islamizzazione, di stampo saudita, è favorita da sempre più numerosi finanziamenti di centri islamici da parte delle monarchie petrolifere del Golfo.

 

L’Unione europea guarda all’Africa del nord esclusivamente dal punto di vista dei propri interessi economici. Marocco e Tunisia si preparano a entrare nel girone dei favoriti, con l’apertura del mercato libero e (nel caso del Marocco) di uno statuto privilegiato. Alla faccia del rispetto dei diritti umani, che avrebbe dovuto pilotare il processo di avvicinamento delle due sponde del Mediterraneo.

 

 


 



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