ECONOMIA IN BIANCO & NERO – dicembre 2010
Riccardo Barlaam

A Tripoli, in Libia, il 29 e il 30 novembre è andato in scena il terzo vertice tra Europa e Africa. Circa 3mila delegati dell’Unione europea, dell’Unione africana, della società civile e delle ong si sono incontrati per confrontarsi sulle strade percorse fi nora e quelle da percorrere. Tema centrale: le relazioni economiche e di cooperazione tra i due continenti, che esprimono più di un terzo dei paesi membri delle Nazioni Unite e dove vivono 1,5 miliardi di persone, un quarto della popolazione mondiale. Significativo il titolo del documento su cui si sono basati i lavori: “80 paesi, due continenti, un futuro”.

Ma qual è, in concreto, questo futuro, al di là dei proclami? L’Europa si trova in questi mesi ad affrontare forse la più grave crisi dal momento della sua nascita. Crisi politica e di identità, con l’esplosione degli interessi nazionali e la mancanza di una visione comune condivisa e forte. Crisi economica, con i piani di salvataggio degli stati sovrani, travolti dal debito, dalla speculazione finanziaria e da interessi sui titoli pubblici troppo alti da pagare, tanto da rischiare il fallimento. La prima è stata la Grecia, poi l’Irlanda, il Portogallo e poi ancora, chissà…

Un’epidemia, quella dei debiti sovrani, che ha travolto un continente già pieno di ferite e di contraddizioni, che cresce meno di altri. Dove le prospettive sono davvero poco rosee: parlare di “vecchio continente” oggi non è più solo una frase fatta, ma ha un contenuto drammatico di evidenza economica e politica. Romano Prodi, di recente, durante una lezione sull’Africa all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a Milano, ha parlato di mancanza di sguardo a lungo termine. I politici di tutto il mondo – questo il suo ragionamento – lavorano nel breve termine. Fanno una mossa e guardano nei sondaggi o al prossimo passaggio elettorale. Manca una prospettiva, un’idea di futuro, del mondo che lasceremo a figli e nipoti. E questo preoccupa.

Un’idea visionaria, invece, avevano i padri costituenti dell’Ue, dopo la tragedia delle due guerre mondiali: o si andava avanti insieme, o niente. In questo periodo – è triste constatarlo – vincono l’interesse privato, l’egoismo politico, il “pensoprima- a-me-e-poi-agli-altri”.

Il punto è che il sistema globale impedisce questo tipo di approccio, perché siamo tutti correlati. La crisi della Grecia si fa sentire sulla spesa della pensionata in Sicilia. L’aumento della domanda di energia in Cina si fa sentire sul prezzo delle materie prime in Burkina Faso. I ricchi sono sempre più ricchi, e pensano a come mantenere i propri privilegi (vedi la difficoltà e l’ipocrisia di fondo nel discorso della lotta ai paradisi fiscali) e i poveri sono sempre più poveri.

In questo quadro, parlare di cooperazione Europa-Africa è un esercizio coraggioso. È già una notizia che si tengano summit di questo genere. Ma non si va molto oltre. I motivi sono semplici: l’Africa ha cominciato a crescere e a svilupparsi grazie alla cooperazione con la Cina, al pragmatismo dei cinesi. Mentre l’Europa continuava a parlare e a fare promesse agli africani, i cinesi – con tutti i limiti che volete – facevano strade e realizzavano ferrovie. Come formiche operose. Non è un caso se, all’ultimo vertice tra Cina – uno stato sovrano – e i 53 stati africani che si è svolto a Sharm El Sheik, c’erano tutti ad ascoltare Hu Jintao. E non è un caso se, al contrario, il vertice Europa-Africa di Tripoli si è svolto in sordina.

Nel summit si sono, comunque, disegnate le strategie dell’azione europea in Africa per il prossimo decennio «per consolidare le rispettive posizioni».

Gli Obiettivi del Millennio dell’Onu restano il cuore della strategia tra Ue e Africa. A settembre, l’Onu ha confermato che il raggiungimento degli Obiettivi, con politiche adeguate, resta possibile, e ha ribadito l’impegno con investimenti per un miliardo di dollari. L’Europa va sulla scia dell’Onu, con azioni mirate «a favorire i progressi fatti dai paesi che hanno avuto processi virtuosi di sviluppo, perché possano consolidarsi e fare da catalizzatore nelle rispettive aree geografiche».

È scritto nel documento finale: «Le storie recenti di successo in Africa dimostrano che si possono fare passi avanti nella pace, nella stabilità, nella crescita economica, nella democrazia. La povertà, come i problemi di governance e le violazioni di diritti umani persistono in molti paesi e rendono i processi di sviluppo più lenti… Ma l’Africa vuol prendere in mano il proprio destino, non limitando i propri progressi agli aiuti esterni… L’integrazione politica e quella economica hanno fatto molti passi avanti a livello regionale e continentale. L’Africa, sempre più, attraverso l’Unione africana, parla con una voce sola».