Il 12 maggio, quando una trentina di leader africani si schiereranno accanto a Emmanuel Macron per la fotografia finale del summit “Africa Forward” di Nairobi, l’immagine racconterà molto più di un semplice vertice diplomatico. Racconterà, probabilmente, l’ultima grande operazione politica africana del presidente francese prima della fine del suo mandato.
Macron arriverà nella capitale kenyana dopo una tappa in Egitto il 9 maggio, dove incontrerà Abdel Fattah al-Sisi, in una tournée africana che fotografa già le nuove priorità geopolitiche dell’Eliseo. E, soprattutto, mostrerà come Parigi stia tentando di riscrivere la propria presenza nel continente dopo il tracollo nel Sahel e la crisi irreversibile della vecchia Françafrique.
Per la prima volta un vertice Francia-Africa non si tiene né a Parigi né in una capitale francofona. Ma a Nairobi, cuore dell’Africa orientale anglofona. La scelta del Kenya non è simbolica soltanto in superficie: rappresenta il punto di arrivo di una trasformazione strategica iniziata già durante il primo mandato di Macron e accelerata dopo la perdita progressiva dell’influenza francese nell’Africa occidentale francofona.
Dietro il nuovo formato “Africa Forward” c’è infatti un dato ormai evidente anche all’Eliseo: il vecchio sistema di relazioni costruito dalla Francia nel continente non funziona più.
La crisi della Françafrique
Per capire perché Macron abbia deciso di spostare il baricentro africano verso Nairobi bisogna partire dal Sahel. Negli ultimi anni la Francia ha subito una delle più gravi sconfitte geopolitiche della propria storia postcoloniale.
Dal Mali al Burkina Faso, fino al Niger e al Ciad, la presenza militare francese è stata progressivamente smantellata. Le giunte militari salite al potere attraverso una serie di colpi di stato hanno espulso le truppe francesi, denunciato gli accordi di cooperazione e alimentato un discorso apertamente anti-francese.
Niger, cardine strategico
Il caso del Niger è stato particolarmente traumatico per Parigi. Niamey rappresentava uno dei cardini strategici dell’intera architettura militare francese nel Sahel dopo il ridimensionamento in Mali. Ancora più pesante, simbolicamente, è stata poi la rottura con il Ciad, per anni piattaforma logistica e centro operativo dell’operazione Barkhane.
La presenza francese basata su 4 pilastri
La crisi non è stata soltanto militare. È politica, simbolica e culturale. Per decenni la presenza francese si era basata su quattro pilastri: cooperazione militare, relazioni personali tra élite africane e francesi, centralità della lingua francese e forte integrazione economica e monetaria. Quel sistema – la Françafrique – garantiva a Parigi un’influenza privilegiata nelle ex colonie.
Meccanismo neo-coloniale
Oggi quel modello viene percepito in ampie parti dell’opinione pubblica africana come un meccanismo neocoloniale. Le operazioni antijihadiste francesi non hanno stabilizzato il Sahel, mentre il jihadismo si è esteso verso sud. Parallelamente è cresciuta la convinzione che la Francia continuasse a esercitare un controllo politico ed economico sproporzionato attraverso reti diplomatiche, accordi militari e strumenti monetari come il franco cfa.
Macron aveva provato a rompere con quel passato. Già nel discorso di Ouagadougou del 2017 aveva promesso una relazione “paritaria” con il continente africano. Ma le intenzioni si sono scontrate con la realtà geopolitica. Quando, un anno fa il presidente francese ha accusato alcuni leader africani di “ingratitudine” per il sostegno militare francese nel Sahel, il livello di deterioramento dei rapporti era ormai evidente.
Dal Sahel a Lagos: il nuovo asse africano
È dentro questa crisi che prende forma il nuovo orientamento africano dell’Eliseo. La strategia di Macron oggi parte da un presupposto semplice: i mercati decisivi per il futuro africano non sono più necessariamente quelli storicamente legati alla Francia.
Nigeria e Sudafrica sono ormai i primi partner commerciali francesi nel continente. Kenya, Etiopia e Angola vengono considerati strategici per crescita economica, innovazione tecnologica, energia e logistica. Nei paesi anglofoni e lusofoni, inoltre, Parigi non porta il peso diretto del proprio passato coloniale.
Per molti analisti francesi questo è il punto centrale della svolta. In paesi come Nigeria o Kenya, la Francia può presentarsi come partner economico e diplomatico senza il carico simbolico che continua invece a pesare nelle ex colonie francofone.
Cambio di strategia
Nairobi diventa così il simbolo del cambio di strategia africano di Macron: meno presenza militare, meno centralità del Sahel, più diplomazia economica e nuovi partenariati nel Golfo di Guinea e nell’Africa orientale.
Il summit “Africa Forward” è stato costruito precisamente attorno a questa idea. Persino il vecchio marchio “Francia-Africa” è stato abbandonato perché troppo associato alle logiche paternalistiche della Françafrique.
Dal militare agli investimenti
L’obiettivo dichiarato è spostare il rapporto con il continente dagli apparati militari agli investimenti. L’11 maggio il forum economico “Inspire & Connect” riunirà circa duemila imprenditori, investitori e dirigenti africani ed europei. Energia, infrastrutture, intelligenza artificiale, agritech, logistica, sanità e industrie culturali saranno i temi centrali.
Il grande assente
Il Sudafrica di Cyril Ramaphosa non sarà presente. La ragione ufficiale è un conflitto di agenda: il ministro degli Esteri Ronald Lamola sarà in India per una riunione dei BRICS+. Il Sudafrica era stato inizialmente invitato al G7 che la Francia ospita a Évian a giugno.
Poi, però, è stato sostituito dal Kenya. Pretoria ha letto la mossa come una concessione alle pressioni di Donald Trump, in un momento in cui le relazioni USA-Sudafrica sono ai minimi. Non una rottura formale, ma un segnale di freddezza.
Sul piano economico a Nairobi parteciperanno figure come Aliko Dangote, il maggiore industriale africano, insieme ai vertici di TotalEnergies, Orange, Danone e Canal+…
Il messaggio è chiaro: la Francia vuole presentarsi meno come potenza tutelare e più come partner economico globale.
Nigeria, il laboratorio della nuova strategia
Se Nairobi rappresenta la consacrazione della nuova linea africana di Macron, la Nigeria ne è stata probabilmente il primo vero laboratorio.
Il rapporto privilegiato tra Parigi e Abuja non nasce infatti oggi. Già nel 2018 Macron aveva compiuto una visita in Nigeria – la prima di un presidente francese nel paese dopo molti anni – cercando di aprire una nuova fase nelle relazioni bilaterali.
Omaggio a Fela Kuti
Quel viaggio aveva avuto un forte valore simbolico: Macron aveva visitato Lagos, incontrato imprenditori, artisti e giovani innovatori, ma soprattutto aveva scelto di recarsi al New Afrika Shrine, il centro culturale legato alla memoria di Fela Kuti, figura iconica della cultura nigeriana e africana.
La visita serviva a trasmettere un messaggio preciso: la Francia voleva parlare alla nuova Africa urbana, economica e culturale, non soltanto ai vecchi apparati politici francofoni.
Con l’arrivo al potere di Bola Tinubu nel 2023, il rapporto ha però compiuto un salto di qualità. Macron ha individuato nel presidente nigeriano un interlocutore pragmatico, concentrato sugli investimenti e sulla cooperazione economica.
Tinubu a Parigi, visita storica
Nel novembre 2024 Tinubu è stato ricevuto a Parigi per la prima visita di stato di un presidente nigeriano in Francia da ventiquattro anni. Durante la visita sono stati firmati accordi per circa 300 milioni di euro nei settori energia, agricoltura, trasporti, sanità e formazione.
Ma soprattutto si è consolidata l’idea che la Nigeria rappresenti il perno della nuova presenza francese in Africa occidentale. Abuja è oggi il primo partner commerciale francese nell’Africa subsahariana. Oltre cento aziende francesi operano nel paese impiegando circa 14 mila lavoratori locali.
TotalEnergies continua a investire massicciamente nel settore energetico nigeriano, mentre Parigi guarda con crescente interesse anche alle risorse minerarie strategiche necessarie alla transizione energetica europea.
La relazione personale tra Macron e Tinubu è diventata un tassello fondamentale del nuovo approccio francese. Non a caso il presidente nigeriano sarà uno dei protagonisti del summit di Nairobi.
Nigeria, nuovo modello di partnership
Per l’Eliseo, la Nigeria incarna il modello della nuova partnership africana: una grande potenza regionale, un mercato gigantesco, un interlocutore energetico e commerciale di primo piano con cui la Francia non deve fare i conti con il peso diretto della memoria coloniale.
E alcuni mesi dopo la visita di Tinubu a Parigi, Macron è ripartito per il continente, iniziando un tour di quattro paesi, in quello che gli analisti descrivono come un altro dei tentativi di Parigi negli anni per arginare la rapida erosione della sua influenza sul continente.
Anche questo viaggio – che ha toccato Mauritius, Sudafrica, Gabon e Angola – racconta la geografia del nuovo engagement francese. In particolare Mauritius è la porta verso l’Oceano Indiano, una regione dove la Francia cerca di rafforzare la propria presenza strategica attraverso i territori d’oltremare di Mayotte e Réunion. Si è trattata della prima visita di un presidente francese a Mauritius dai tempi di François Mitterrand nel 1993.
Kenya e Africa orientale: il nuovo baricentro
La scelta del Kenya completa la ridefinizione strategica. Nairobi è oggi uno dei principali hub economici e tecnologici del continente. Negli ultimi dieci anni le imprese francesi presenti nel paese sono quasi triplicate, passando da circa cinquanta a oltre centoquaranta. La Francia finanzia infrastrutture energetiche, reti idriche, ospedali, università e sistemi di trasporto.
Ma soprattutto il Kenya consente a Parigi di inserirsi in una regione percepita come decisiva per il futuro geopolitico africano. Il Corno d’Africa è attraversato dalla guerra in Sudan, dalla minaccia jihadista somala e dalla competizione internazionale sul Mar Rosso. In questo contesto Kenya ed Etiopia vengono considerati partner strategici anche sul piano della sicurezza, sebbene con un approccio molto diverso rispetto alle grandi operazioni militari del Sahel.
Dismessi i panni del poliziotto
Macron ha progressivamente abbandonato l’idea del “poliziotto d’Africa”. Dopo il fallimento di Barkhane, la Francia punta oggi su cooperazione di intelligence, formazione e partnership regionali più leggere.
Esiste poi una dimensione economica e climatica. Nairobi ospitò nel 2023 il Climate Summit africano e la cosiddetta “Dichiarazione di Nairobi”, diventata un punto di riferimento per i temi della transizione energetica e della finanza verde. La Francia vuole inserirsi in questa agenda puntando sulle energie rinnovabili, sulla decarbonizzazione industriale e sui minerali strategici africani.
Le contraddizioni della nuova linea francese
Il cambio di strategia di Macron non elimina però le contraddizioni della politica francese in Africa.
Parigi continua a mantenere rapporti stretti con governi africani accusati di autoritarismo, dal Togo al Gabon fino alla Repubblica Centrafricana. Inoltre il disimpegno dal Sahel non significa affatto la fine della competizione geopolitica. Francia ed Europa temono che il vuoto lasciato dall’Occidente venga riempito da Russia, Cina, Turchia o monarchie del Golfo.
Anche sul piano economico restano molte diffidenze. In diversi paesi africani cresce la percezione che i nuovi investimenti occidentali siano legati soprattutto all’accesso alle materie prime strategiche necessarie alla transizione energetica europea.
Fughe finanziarie
La stessa Francia deve fare i conti con un progressivo ridimensionamento del proprio peso economico nel continente. Negli ultimi anni grandi banche francesi come Société Générale, BNP Paribas e Crédit Agricole hanno ridotto la propria esposizione africana, mentre attori turchi, cinesi, emiratini e indiani hanno ampliato rapidamente la loro presenza.
La quota francese nel commercio africano è in calo da tempo. E i governi africani, oggi, hanno molta più capacità di diversificare i partner internazionali rispetto al passato.
Bilancio ambiguo
Per Macron il vertice di Nairobi rappresenta quindi qualcosa di più di un semplice summit diplomatico. È il tentativo di mostrare che la Francia può ancora avere un ruolo centrale nel continente anche dopo il tramonto della Françafrique.
Otto anni dopo il discorso di Ouagadougou, il bilancio resta ambiguo. La Francia ha perso terreno proprio nelle sue storiche aree d’influenza, ma ha contemporaneamente cercato di costruire nuove reti economiche e diplomatiche verso l’Africa anglofona e orientale.
La fotografia finale di Nairobi racconterà proprio questo passaggio storico: meno Sahel, meno presenza militare, meno relazioni paternalistiche costruite sulle ex colonie francofone; più diplomazia economica, investimenti e nuovi interlocutori africani.
Tuttavia non è ancora chiaro se questa strategia riuscirà davvero a restituire alla Francia il peso perduto nel continente.