L’Assemblea Nazionale francese ha riproposto la settimana scorsa sul suo canale tv LCP, che l’aveva co-promosso, il documentario Francia-Africa: il divorzio? sulla politica estera della Francia, in particolare del presidente Emmanuel Macron, alla luce del suo declino nel continente.
Il documentario è stato girato in quattro paesi africani (Costa d’Avorio, Ciad, Benin e Senegal) dalla giornalista di origine russa Ksenia Bolchakova e dalla regista Alexandra Jousset, impegnate nel giornalismo d’inchiesta, e che fanno emergere le contraddizioni della politica francese.
Per la prima volta il presidente francese si esprime in un documentario sulla sua politica africana, all’interno di testimonianze, di immagini d’attualità e di repertorio che senza sconti illustrano il progressivo distacco tra Parigi e le sue ex colonie.
Il documentario è stato trasmesso per la prima volta nel giugno 2025 su France 5, ed aveva suscitato già allora dei commenti. La sua riproposizione da parte dell’Assemblea Nazionale ha naturalmente rilanciato la discussione e si inserisce in momento particolare della politica francese sia per l’instabilità del quadro politico interno, sia per l’ambizione di rilanciare i rapporti tra la Francia e l’Africa.
Nel settembre scorso è stato annunciato che il prossimo vertice franco-africano si terrà in maggio in Kenya, al di fuori dunque dell’aerea linguistica e coloniale francese, una novità assoluta che mira a costruire nuove relazioni al di fuori del tradizionale quadro di riferimento, venuto ormai meno.
Macron difende la “rifondazione” postcoloniale
In primo luogo Macron rifiuta l’idea che nel Sahel la Francia abbia dovuto indietreggiare: «Si tratta di una crisi non di un passo indietro». Definisce la sua ambizione politica in Africa che conduce a partire dal 2017, anno in cui è stato eletto presidente, come una «rifondazione» e rivendica non solo una rottura col passato circa i metodi impiegati dai precedenti presidenti e governi francesi, ma orgogliosamente evidenzia una divaricazione anche sul piano personale e generazionale.
«Sono il primo presidente francese che è nato dopo la decolonizzazione. Non è la mia generazione e in tutta l’Africa i tre quarti della popolazione, forse più, non hanno mai conosciuto la decolonizzazione. Quindi non restiamo rinchiusi nel nostro passato. Tutta questa politica del riconoscere che conduco, che non è una politica del pentimento o una politica che ci rinchiude, ma che è riconoscere le cose, guardare la verità del passato e liberarsi dai complessi per l’avvenire».
Macron rivendica con forza di aver rotto con le pratiche definite postcoloniali dei suoi predecessori, di aver saputo fondare su nuove basi le relazioni con un paese africano, il Benin, e che per questo ha ancora rapporti stretti con la Francia e che presenta un po’ come un modello della sua politica.
Il Sahel e il nuovo alleato russo
Assume la rottura con i paesi del Sahel e la consapevolezza che il posto di Parigi è stato preso dai russi per motivi di sicurezza, mentre i regimi militari si sono dunque mostrati incapaci di dare risposte adeguate proprio a questi problemi. Per questo motivo Macron individua nelle popolazioni locali le prime vittime della situazione attuale.
Il documentario in effetti illustra come l’Africa sia diventata terreno di rivalità, con la presenza della Russia ma anche della Turchia, soprattutto mediante fornitura di armi e sistemi di sicurezza, senza contare la Cina.
Sicurezza e accuse “africane”
La ritrasmissione del documenatrio, sul canale dell’Assemblea Nazionale – un “crepacuore” l’ha definita il magazine tv del quoitidiano Le Figaro per la sua narrazione senza nascondimenti – è stata poi seguita da un dibattito, DébatDoc, secondo una formula ormai consolidata della tv parlamentare sullo steso tema: Francia-Africa: un divorzio consumato?
È stata l’occasione per evidenziare alcune contraddizioni della presidenza Macron, soprattutto da parte dei due ospiti africani. Contestano infatti che ci sia stata una vera rottura nella politica della Francia, e a Macron viene rimproverata una certa arroganza e soprattutto la pretesa di poter gestire la sicurezza di una intera regione.
La continuazione dell’operazione Barkane nei paesi del Sahael, da parte di Macron, si è infatti conclusa non solo col ritiro dei militari ma con una perdita di fiducia, anche da parte della popolazione e non solo dei dirigenti.
La conseguenza di tutto questo è che oggi la Francia mantiene una sola base militare in Africa a Gibuti, e un centro di addestramento in Gabon. Tuttavia la presenza di concorrenti sul piano della fornitura di armi come Russia, Israele, Turchia e monarchie del Golfo non è poi tanto recente e questo sta a significare che il ritardo della Francia nell’adeguarsi al nuovo scenario internazionale data ormai da tempo.
Giovani e migrazioni
Quanto ai giovani, cui Macron ha preteso fin dall’inizio rivolgersi in quanto come lui erano nati dopo la decolonizzazione, il presidente non ha capito che nell’Africa globalizzata i giovani hanno la possibilità di confrontare la realtà che vivono con le politiche migratorie che la Francia, e gli altri paesi europei, mettono in campo.
Cooperazione e commercio al palo
Da qui una difficoltà crescente delle politiche di cooperazione allo sviluppo anche da parte di paesi non legati alla colonizzazione come quelli scandinavi o la Germania.
Sul piano economico, la Cina è oggi il maggior partner commerciale dell’Africa, mentre Parigi non ha saputo innovare veramente la sua poltica. Macron annuncia delle rotture, che poi non porta avanti, come quella dell’abbandono del franco CFA, promesso e non ancora attuato.
Il fatto è che, a diferenza di un’immagine ancora troppo diffusa, l’Africa non è poi così passiva come si pensa e i suoi dirigenti fanno scelte, anche ciniche, in funzione degli interessi dei propri paesi. E ciò riguarda non solo la Francia ma anche altri partner, come è accaduto lo scorso anno alla CNPC, impresa petrolifera cinese in Niger.
Nell’attuale dibattito sul posto che la Francia occupa ora nel mondo, si è inserito nel dicembre scorso il Rapporto di informazione pubblicato dal Senato francese e redatto da sei senatori, relativo al commercio internazionale. Il rapporto prende naturalmente in conto il peso della nuova politica dell’America di Trump , descrive la frammentazione del commercio internazionale e sottolinea le debolezze dell’industria e del commercio della Francia.
Il modello Italia: «Cacciare in branco»
Documenta così la sua incapacità a promuovere adeguatamente il commercio estero, tanto che durante la presidenza Macron la Francia ha ridotto della metà la sua parte del commercio con l’Africa. A seguito delle frizioni tra il governo algerino e Macron l’evoluzione si prospetta ancora più grave, tanto che l’Italia è diventata il primo partner commerciale del Maghreb.
Il rapporto elenca una serie di raccomandazioni e una di queste fa esplicito riferimento all’esperienza dell’Italia. “Ispirandosi all’esempio italiano, è importante incitare le imprese francesi a «cacciare in branco», in modo che si aiutino a vicenda e si associno per conquistare questo o quel mercato internazionale”.
Il rapporto incita dunque ad una maggiore attenzione alla politica commerciale per contrastare il declino francese piuttosto che alle dichiarazioni di principio dell’attuale presidente Macron.