Africa: la Gen Z e la sfida del potere - Nigrizia
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Oltre il voto, verso una nuova cittadinanza / I dati del Global Youth Participation Index (GYPI)
Africa: la Gen Z e la sfida del potere
Con il 70% della popolazione under 30, il continente affronta il paradosso di un'esclusione politica sistematica per i giovani. Ma nuovi movimenti digitali e civici stanno reinventando la partecipazione democratica delle nuove generazioni
18 Febbraio 2026
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 6 minuti
Nel 2024 in Kenya le proteste contro la legge finanziaria #RejectFinanceBill hanno portato in strada per la prima volta i giovani slegati da appartenenze etniche e politiche

Quasi sette cittadini su dieci nell’Africa subsahariana hanno meno di 30 anni. È la cosiddetta generazione Z. Nata tra il 1997 e il 2012, è di fatto la più numerosa, rendendo il continente subsahariano la regione più giovane del pianeta.

Grandi aspettative, grandi speranze, grandi battaglie la descrivono, nell’atto o nel tentativo di forgiare un futuro diverso rispetto a quello dei loro padri. Si tratta della prima generazione pienamente digitale, più istruita delle precedenti, urbanizzata e connessa globalmente, meno legata alle tradizionali divisioni etniche o anche partitiche.

Con le dovute eccezioni sono questi i segni distintivi che la rappresentano e ne caratterizzano le scelte e la presenza nelle rispettive società.

Il nodo dell’inclusione economica

Un numero così elevato di giovani rappresenta un’opportunità per la crescita del continente, ma solo se queste nuove generazioni saranno pienamente messe in grado di realizzare il loro potenziale.

È dunque particolarmente importante che i giovani siano coinvolti nei processi decisionali e che vengano loro offerte adeguate opportunità nel mondo politico, del lavoro, dell’innovazione.

A questo proposito va sottolineato quanto riporta l’ILO (Organizzazione mondiale per il lavoro): ogni anno, circa 10-12 milioni di giovani africani entrano nel mercato del lavoro, ma l’offerta è solo di 3 milioni di posti di lavoro formali all’anno.

Misurare la partecipazione: il GYPI

In un contesto come questo si comincia finalmente a studiare il fenomeno GenZ, per esempio proprio dal punto di vista della partecipazione giovanile ai processi decisionali. Detto diversamente: quanto i giovani prendono parte attiva a decisioni che riguardano il proprio futuro e quello dei loro paesi.

Il primo lavoro specifico di questo genere è l’iniziativa Global Youth Participation Index (GYPI). Utilizzando 41 indicatori suddivisi in quattro categorie – socio-economico, spazio civico, affari politici ed elezioni – il GYPI valuta l’efficacia con cui i giovani esercitano la loro voce, influenzano le politiche e accedono alle opportunità in 141 paesi, di cui 40 nell’Africa subsahariana.

Il divario tra demografia e istituzioni

Quello che emerge dall’analisi riguardante nello specifico il continente subsahariano, è che nonostante la realtà demografica, molti giovani sono esclusi dai processi decisionali.

Nei paesi dell’Africa subsahariana, il punteggio medio regionale di partecipazione giovanile è 52, nove punti al di sotto della media globale di 61. Un dato che, insieme agli altri, descrive un divario crescente tra una maggioranza giovanile e i sistemi che dovrebbero rappresentarla.

Il 60% dei paesi con le peggiori performance al mondo si trova nell’Africa subsahariana.

Allo stesso tempo, piccoli stati come Seychelles, Mauritius, Capo Verde, São Tomé e Príncipe, dominano la top 20 regionale, mentre paesi popolosi come Nigeria, Repubblica democratica del Congo ed Etiopia scendono in fondo alla classifica.

A livello nazionale, le Seychelles si classificano al primo posto nell’Africa subsahariana e al trentaseiesimo a livello mondiale, seguite da Mauritius (67), Ghana (66) e Sudafrica (64). Performance pessime per Sud Sudan e Somalia che si attestano al di sotto di 35.

Reinventare la sfera pubblica

Sintetizzando, oltre il 60% dei paesi subsahariani rientra nella categoria “bassa partecipazione”. Secondo gli autori dell’analisi, non bisogna però pensare che la partecipazione dei giovani stia scomparendo o sia addirittura assente. Si sta semplicemente muovendo.

I giovani stanno reinventando la partecipazione alla sfera pubblica laddove le vecchie regole sembrano troppo compromesse, poco limpide, obsolete. Questo rende l’impegno disomogeneo e diverso da paese a paese.

Per esempio, se la regione subsahariana sta registrando alcuni progressi in termini di istruzione e occupazione, questi progressi non si traducono necessariamente in ambienti civici aperti, una rappresentanza significativa o un’equa inclusione elettorale.

Quello che il rapporto sottolinea è che laddove le libertà civiche sono tutelate, anche la partecipazione socio-economica e politica migliora, e i paesi che investono in elezioni trasparenti, ambienti mediatici aperti e un’istruzione inclusiva tendono a ottenere risultati migliori in tutti i parametri.

Ecco, che entrano in gioco i governi a cui spetta il compito di favorire l’impegno civico anziché chiudersi come monoliti autoreferenziali. Apertura civica, rappresentanza e responsabilità, sono i parametri utilizzati per valutare la presenza attiva dei giovani.

Dal voto alla mobilitazione digitale

Per quanto riguarda la dimensione elettorale esistono forti contrasti tra i vari paesi. Le Seychelles guidano la regione con un punteggio di 71, seguite da Mauritius a 67 e dal Ghana a 66, mentre la Somalia si attesta a 32. Il Kenya si classifica a 59, posizionandosi nella metà superiore della classifica regionale.

Ma il caso di studio del Kenya evidenzia che, anche laddove i punteggi nazionali sono alti, i giovani possono comunque percepire una rappresentanza debole e poco reattiva, il che li spinge verso la mobilitazione civica piuttosto che verso i canali formali.

Nei paesi con punteggi più bassi, la scarsa educazione civica, o la scarsa fiducia dei cittadini nell’equità elettorale minano l’inclusione. I dati comunque indicano che – a livello generale – la partecipazione sta diventando più orizzontale, ibrida e basata sull’etica.

I giovani stanno fondendo spazi online e offline e basando le loro rivendicazioni su cura, equità e onestà, spesso al di sopra dell’ideologia di partito. Questo aiuta a spiegare la nascita di movimenti con ampie rivendicazioni, da un lato concrete, dall’altro morali.

Nuove infrastrutture per il cambiamento

È il caso del Kenya – parliamo delle proteste #RejectFinanceBill del 2024 – dove la partecipazione si è spostata dalle istituzioni formali alla mobilitazione civica digitale, con proteste organizzate senza intermediari di partito, leader dell’opposizione o ONG, coordinate attraverso piattaforme crittografate e forum digitali aperti.

Oltretutto chi organizza o partecipa a proteste ormai sa di aver bisogno di difesa legale o altri supporti e questi vengono garantiti tramite crowdfunding. Infrastrutture civiche per il coordinamento in tempo reale, la raccolta fondi, l’assistenza medica e il supporto legale sono state anche create, per esempio, con il movimento nigeriano #EndSARS.

In entrambi i casi, la partecipazione non si riduce al voto o all’iscrizione a un partito – sottolineano ancora gli autori del lavoro – ma diventa una pratica continua di monitoraggio del potere, documentazione dei danni e costruzione di una protezione civica.

Altro elemento che sta caratterizzando l’impegno civico dei giovani subsahariani è che le istituzioni vengono giudicate non tanto sulla base delle promesse quanto della loro capacità di risposta ma anche della capacità di ascolto dei giovani.

Seppure molti governi continueranno ad essere tentati di reprimere le proteste con azioni di polizia questo non fermerà un cambiamento già in atto.

Cambiamento che vede i giovani della GenZ indirizzati verso la partecipazione civica, democratica e attiva alle sorti del loro paese. Tocca quindi alle istituzioni adeguarsi ed evolvere. E farlo rapidamente se si vogliono evitare delusioni, reazioni e corto circuiti.

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