Prendere un angolo tutto sommato angusto – quello della possibilità di “fare impresa” in Africa – e provare a dare una qualche risposta nientemeno che ai problemi dello sviluppo e delle migrazioni. Una scelta legittima, naturalmente, ma che andava perseguita fino in fondo senza perdersi in sintetiche disquisizioni di geopolitica o in analisi troppo schematiche sugli investimenti cinesi e sui ritardi delle politiche dell’Unione europea.

L’autore, che di mestiere fa il giornalista, dovrebbe sapere che difficilmente paga condurre il lettore lungo sentieri scoscesi per poi abbandonarlo senza una bussola e privo di punti di riferimento chiari. Le intenzioni dichiarate in prefazione erano di valutare «se ci sono i presupposti per investire in Africa, approntando piani di sviluppo che coinvolgano le aziende italiane».

Però la scelta di intervistare imprenditori italiani che stanno facendo impresa in Eritrea piuttosto che in Nigeria, Gambia o Senegal ha un senso se l’intervistatore conosce a fondo quelle realtà; in caso contrario chi fa le domande (spesso generiche) è prigioniero di chi risponde.

Inoltre le interviste o le “riflessioni” degli ambasciatori di Costa d’Avorio, Somalia ed Eritrea sono del tutto ininfluenti in quanto caratterizzate da quella “buona educazione” istituzionale, propria del ruolo, che non aiuta a comprendere che cosa avviene sul terreno. Infine gli interventi di alcuni attori del mondo della cooperazione allo sviluppo meritavano un capitolo a parte o un aperto contraddittorio con gli attori del mondo delle imprese.