Hanno ragione, naturalmente. Alle nazionali africane manca concentrazione. Ne possiedono abbastanza per correre novanta minuti, pressare, inventare, rimontare; poi, proprio quando la partita diventa una fessura e bisogna passarci senza respirare, la mente si spegne. È il misterioso tramonto africano: il sole cala, il mediano perde l’uomo e l’Europa ritrova la propria superiorità morale.
Rudi Garcia, dopo la rimonta del Belgio sul Senegal, ha parlato di squadre che «tendono a perdere la struttura tattica verso la fine». Non di quella squadra, in quella partita: di “quelle squadre”. Il plurale è una rete a strascico, raccoglie un continente intero.
Bastian Schweinsteiger aveva già definito il calcio ivoriano «un po’ selvaggio, non altrettanto tattico». Strano: quando un’europea sbanda si dice che il terzino era stanco, il tecnico ha sbagliato i cambi, il centrocampo si è abbassato. Quando sbanda un’africana, sbanda l’Africa. Il gol nasce in area, la diagnosi arriva da un atlante coloniale.
Dunque sì, diamo ragione al pregiudizio. Le africane difettano di concentrazione: soprattutto di quella concentrazione chimicamente pura che consente di osservare undici uomini e vedere cinquantaquattro paesi. È una dote europea antica: trasformare l’errore altrui in natura e il proprio in incidente.
A un portiere africano non è concesso sbagliare un’uscita: deve rispondere anche per i portieri nati a tremila chilometri di distanza. Un difensore francese buca un intervento; uno senegalese conferma una teoria. L’uno porta la maglia, l’altro il continente sulle spalle.
Peter Alegi, storico del calcio africano, lo ha riassunto così: «Basta una partita e quella narrazione ritorna». Il pregiudizio non fa scouting: convoca tutti.
I numeri, guastafeste senza passaporto, raccontano altro. Uno studio della Professional Footballers’ Association ha analizzato 2.074 frasi di telecronaca su 643 giocatori: quelli dalla pelle chiara venivano associati più spesso a intelligenza, qualità e lavoro; quelli dalla pelle scura a velocità e potenza. Il corpo nero corre, la mente bianca decide.
Briana Scurry, portiera campione del mondo con gli Stati Uniti, ha spiegato che raccontare i neri soltanto come atletici significa cancellarne intelligenza e tecnica. Walid Regragui, dopo aver portato il Marocco nella semifinale del 2022, fu ancora più netto: «Siamo venuti qui per cambiare i pregiudizi sull’Africa».
Poi arriva il campo, che ha il pessimo gusto di contraddire gli editorialisti. In questo Mondiale l’Egitto ha eliminato l’Australia ai rigori; il Marocco ha fatto lo stesso con i Paesi Bassi, pareggiando in zona Cesarini, l’area d’ombra incriminata, quindi ha liquidato il Canada con tre reti nella ripresa.
Momenti cruciali: quelli nei quali, secondo la leggenda, l’Africa dovrebbe evaporare. Invece ha calciato, aspettato, resistito. Ha persino contato fino a cinque dagli undici metri.
La concentrazione, insomma, non ha colore. Il pregiudizio sì. E possiede una resistenza formidabile: non perde lucidità neppure al novantesimo. Se i fatti lo rimontano, va ai supplementari. Se perde anche lì, pretende i rigori. E li tira sempre contro la stessa porta.