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Mondiale 2026 / Stereotipi e pregiudizi europei sul calcio africano
L’Africa non perde la testa
Dalle telecronache alle dichiarazioni degli allenatori, l’errore di una nazionale africana diventa ancora il difetto di un intero continente. Ma dati e risultati raccontano un’altra storia: lo stereotipo perde lucidità molto meno spesso delle squadre che pretende di giudicare
10 Luglio 2026
Articolo di Vincenzo Lacerenza
Tempo di lettura 3 minuti
Il portiere di Capo Verde Josimar Dias, alias Vozinha (Credit: FIFA World Cup su X)

Hanno ragione, naturalmente. Alle nazionali africane manca concentrazione. Ne possiedono abbastanza per correre novanta minuti, pressare, inventare, rimontare; poi, proprio quando la partita diventa una fessura e bisogna passarci senza respirare, la mente si spegne. È il misterioso tramonto africano: il sole cala, il mediano perde l’uomo e l’Europa ritrova la propria superiorità morale.

Rudi Garcia, dopo la rimonta del Belgio sul Senegal, ha parlato di squadre che «tendono a perdere la struttura tattica verso la fine». Non di quella squadra, in quella partita: di “quelle squadre”. Il plurale è una rete a strascico, raccoglie un continente intero.

Bastian Schweinsteiger aveva già definito il calcio ivoriano «un po’ selvaggio, non altrettanto tattico». Strano: quando un’europea sbanda si dice che il terzino era stanco, il tecnico ha sbagliato i cambi, il centrocampo si è abbassato. Quando sbanda un’africana, sbanda l’Africa. Il gol nasce in area, la diagnosi arriva da un atlante coloniale.

Dunque sì, diamo ragione al pregiudizio. Le africane difettano di concentrazione: soprattutto di quella concentrazione chimicamente pura che consente di osservare undici uomini e vedere cinquantaquattro paesi. È una dote europea antica: trasformare l’errore altrui in natura e il proprio in incidente.

A un portiere africano non è concesso sbagliare un’uscita: deve rispondere anche per i portieri nati a tremila chilometri di distanza. Un difensore francese buca un intervento; uno senegalese conferma una teoria. L’uno porta la maglia, l’altro il continente sulle spalle.

Peter Alegi, storico del calcio africano, lo ha riassunto così: «Basta una partita e quella narrazione ritorna». Il pregiudizio non fa scouting: convoca tutti.

I numeri, guastafeste senza passaporto, raccontano altro. Uno studio della Professional Footballers’ Association ha analizzato 2.074 frasi di telecronaca su 643 giocatori: quelli dalla pelle chiara venivano associati più spesso a intelligenza, qualità e lavoro; quelli dalla pelle scura a velocità e potenza. Il corpo nero corre, la mente bianca decide.

Briana Scurry, portiera campione del mondo con gli Stati Uniti, ha spiegato che raccontare i neri soltanto come atletici significa cancellarne intelligenza e tecnica. Walid Regragui, dopo aver portato il Marocco nella semifinale del 2022, fu ancora più netto: «Siamo venuti qui per cambiare i pregiudizi sull’Africa».

Poi arriva il campo, che ha il pessimo gusto di contraddire gli editorialisti. In questo Mondiale l’Egitto ha eliminato l’Australia ai rigori; il Marocco ha fatto lo stesso con i Paesi Bassi, pareggiando in zona Cesarini, l’area d’ombra incriminata, quindi ha liquidato il Canada con tre reti nella ripresa.

Momenti cruciali: quelli nei quali, secondo la leggenda, l’Africa dovrebbe evaporare. Invece ha calciato, aspettato, resistito. Ha persino contato fino a cinque dagli undici metri.

La concentrazione, insomma, non ha colore. Il pregiudizio sì. E possiede una resistenza formidabile: non perde lucidità neppure al novantesimo. Se i fatti lo rimontano, va ai supplementari. Se perde anche lì, pretende i rigori. E li tira sempre contro la stessa porta.

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